Nel profluvio di dediche, omaggi e ricordi a Fabrizio De André, di cui l'11 gennaio scorso è caduto il ventesimo anniversario della sua morte, va senza dubbio sottolineata l'uscita di "Canzone dell'Amor perduto" rifatta da Colapesce, cantautore romano non estraneo alla rivisitazione di grandi classici della musica italiana e non solo. Prodotto da Mario Conte, da anni al fianco di quello che è uno dei migliori cantautori italiani di questi ultimi anni – autore di tre album ("Un meraviglioso declino" del 2013, "Egomostro" del 2015 e l'ultimo "Infedele" del 2017) – la canzone rivive in una dimensione che non viene sconvolta ma che Lorenzo Urciullo riesce a fare sua.

L'importanza di De André per Colapesce

"Le canzoni di Fabrizio, questa canzone di Fabrizio, fanno parte del nostro patrimonio genetico collettivo – ha dichiarato Colapesce presentando questa cover -, sono di tutti, si riflettono nella vita di tutti. Parlano a tutti. E noi che le eseguiamo, quando le eseguiamo, diventiamo dei tramiti. Per cui sì, mi scuso con i fan, la famiglia, e tutti, io odio chi fa le cover di De André. E da oggi odio un po' anche me stesso. Ma in realtà sono felice di averlo fatto e di averlo fatto ora".

Rifare le canzoni degli altri

La canzone è senza dubbio una delle più famose del cantautore genovese, e ha rivissuto in tantissime forme: tra gli altri l'hanno rifatta artisti come Franco Battiato, Gino Paoli e Claudio Baglioni. Colapesce non è nuovo appunto alle cover: quando si trattò di pubblicare una riedizione del suo primo album, infatti, il cantautore rimise mano ad alcune rivisitazioni che aveva fatto nella sua carriera, riprendendo pezzi di artisti ormai dimenticati, purtroppo, come Enzo Carella ("Malamore") o Herbert Pagani ("Da niente a niente"), ma anche la "Thriller" di Michael Jackson: "Ho cominciato a suonare ‘Canzone dell'amore perduto' dal vivo poco prima della scorsa estate, contravvenendo una delle mie regole fondamentali di vita: MAI FARE COVER DI FABRIZIO DE ANDRÈ. Non vi saprei dire con esattezza il perché di questo diktat auto-imposto, se si tratta di semplice riverenza o perché l'ho sempre percepito come un artista da esperienza intima e non condivisibile. Io amo fare le cover, mi piace intervenire sulle canzoni degli altri e plasmarle a mia immagine e somiglianza, non credo nel mito dell'intoccabilità, nella santificazione dei cantautori…".