in foto: Colapesce durante il live a Radio 2

Da qualche giorno è uscito il terzo album di Colapesce. "Infedele" (42 Records) era senza dubbio uno dei più attesi della stagione e i due primi singoli, "Ti attraverso" e "Totale", avevano confermato le aspettative, condite anche dall'arrivo di Jacopo Incani, aka Iosonouncane, che ha affiancato Lorenzo Urciullo – vero nome di Colapesce – e Mario Conte, già al lavoro col precedente "Egomostro", nella produzione di questo nuovo lavoro. In molti hanno parlato dell'album più pop per il cantautore siciliano e lui stesso conferma quest'anima, ma dietro questa etichetta, che comunque racchiude mondi molto vari tra loro, si nasconde una ricerca che si evince sia nei testi che nelle sonorità. Lo stesso Colapesce parla di stratificazione e tridimensionalità, due termini assolutamente calzanti, dal momento che sono vari i livelli di ascolto e di significato dei testi.

Colapesce ha avuto la capacità di creare una struttura melodica che permette alle canzoni di fissarsi in testa (i due singoli, ma anche "Compleanno" e "Decadenza e panna" sono l'esempio lampante di quello che stiamo scrivendo) ma anche di sorprendere a ogni ascolto dal momento che in ogni passaggio si colgono sfumature diverse. "Infedele" è un album coraggioso (sì, coraggioso) perché gioca con gli stilemi del genere senza privarsi del gusto di pescare e mescolare i svariati gusti del cantante che attraversano una spettro che va da Alfio Antico a Father John Misty, oltre ai cantautori italiani come Tenco. Urciullo mette tutto in chiaro fin dal primo pezzo, "Pantalica" che termina con un sax free jazz che si chiude là dove comincia il piano di "Ti attraverso": e proprio là in mezzo c'è un mondo che si sviluppa in trovate che anche in un pezzo con cassa dritta come "Compleanno" riesce a inserire echi pinkfloydiani o ipnotizza con atmosfere come quelle di "Vasco De Gama" (forse uno dei pezzi più belli dell'album) e alcune trovate testuali di cui gli abbiamo chiesto conto in un paio di conversazioni avute dopo un live a Radio 2 (dove ha eseguito anche una cover di Tiziano Ferro) e una telefonata.

Se dovessi riassumere "Infedele" io lo farei col passaggio dal sax free jazz di "Pantalica" al piano che dà il via alla successiva “Ti attraverso”. C’è un mondo là in mezzo, che poi sviluppi. Quali sono per te, invece, i punti salienti di questo lavoro?

"Infedele" ha due macro anime, mettiamola così, una parte più arcaica, anche a livello lessicale, che si contrappone con quella sonora in cui, quando utilizzo dei termini più arcaici, appunto, c'è una produzione ipermoderna nonostante ci sia un elemento tribale e poi c'è un'anima più pop del disco, che è composta da tracce tipo "Totale", "Decadenza e panna", che invece hanno un lessico più moderno, contemporaneo, con arrangiamenti moderni più classici. Ci sono tutte le mie influenze in questo disco, io ho degli ascolti molto trasversali, che vanno da Roberto Murolo ai Moderat, quindi non ho delle parrocchie e questa cosa in questo disco viene fuori ancora di più, visto che spazia dai momenti free jazz di "Pantalica" a cose come quelle dell'ultimo album di Alfio Antico, che ho prodotto. E forse il fatto di lavorare con lui un po' mi ha influenzato, perché lui ha questa energia veramente tribale che non si sa da dove arriva.

Non sono stato l’unico a pensare che in “Pantalica” ci fosse la mano di Incani, ma hai detto che era già scritta. Ecco, come mai questa scelta di unire Mario Conte, con cui avevi già collaborato, e Jacopo Incani? Cosa avevi in mano e come ci hanno lavorato?

Guarda, avevo già un'idea dell'impianto narrativo, perché ho scritto i testi e sonoro, e "Pantalica" è molto vicina al provino che avevo fatto, però con Iacopo e Mario ci siamo subito trovati perché siamo tutti e tre gente di mare: Iacopo è cresciuto a Bugerro, un paesino di 700 abitanti in Sardegna, io a Solarino che ne fa 8 mila (quindi già ero metropoli) e Mario, vabbè, è di Napoli. Ci siamo trovati bene per l'amicizia che ci lega: con Mario lavoriamo assieme da 4 anni e devo dire che non abbiamo mai avuto problemi da questo punto di vista, Jacopo ha un aspetto che a me mancava e che mi ha in qualche modo completato, perché è molto testa dura, nel senso buono. L'aspetto concreto di Jacopo, unito al mio essere un po' più impalpabile, ha creato una base solida. Senza contare che Mario è anche un bravissimo tecnico, quindi tutto è stato abbastanza semplice.

Da qualche parte ho letto che parlavi di circolarità, sia per quanto riguarda la musica che per quanto riguarda i testi: in che senso?

I testi hanno più dimensioni, mi piace la scrittura circolare, tridimensionale, in cui non hai un solo grado di lettura ma puoi entrare e viaggiare all'interno della parola, che è la cosa più immediata per l'ascoltatore, ma anche a livello musicale, dove un'immagine ti può aprire un'altra immagine che a sua volta può contenere un'altra immagine. Io sono più affascinato dalla scrittura che mi apre altri livelli di lettura, che è tipica anche della tradizione italiana, penso a De Andrè, a Ciampi, a Tenco, ma ce ne sono di autori che hanno scritto con questa visione tridimensionale. Ascolti i testi e ti fai delle domande perché quasi non sai dove aggrapparti, quindi cominci a farti tu un viaggio all'interno del testo: a volte mi chiedono il significato delle canzoni, ma non è obbligatorio che te lo debba spiegare, è giusto che uno si faccia il proprio percorso all'interno del testo, come nei libri, in fondo.

Però se è vero che la gabbia della forma canzone è, appunto, una gabbia, ti obbliga anche a scatenarti e a sviluppare un'idea all'interno di una forma chiusa, a differenza, immagino, di quello che hai fatto con Baronciani…

Sì, il confine non sempre è un limite. Avere dei confini a priori comunque sai che hai 4 minuti per dire delle cose, a volte può essere potente, avere un effetto a favore dello scrittore. Poi sta nella bravura di chi scrive trovare una chiave efficace e immediata e mai criptica, perché è giusto scrivere in relazione al momento storico in cui uno vive ed essere troppo aulici in un momento in cui l'immediato ha la meglio potrebbe essere una mazzata per l'ascoltatore, quindi bisogna trovare un linguaggio complesso, profondo, ma con vari gradi di lettura, ma che sia accessibile ed efficace.

Avevi 20 canzoni che non hai inserito non per ragioni di bellezza, ma solo per la ricerca di linearità e compattezza. Che ne farai?

Non escludo il fatto di far uscire cose man mano, tra "Infedele" e il prossimo disco, né escludo che possano finire nel prossimo disco, visto che non erano scarti. Di scarti ne ho, ma erano ben altri: queste sono canzoni fatte e finite che un po' per questioni di argomento, un po' perché non volevo rifare un disco lungo come "Un meraviglioso declino" o "Egomostro",non sono finite in questo. Ho optato, quindi, per farne uno di 8 brani, con l'otto che ricorda l'infinito e, insomma, c'è anche una questione numerica. Non volevo andare oltre la mezz'ora… insomma mi sono dato una serie di paletti perché volevo dargli un confine.

Bella anche questa idea dell'infedeltà all'album lungo…

Sì, devo dire che poi oggi è tornata l'idea di fare dei dischi più corti rispetto a prima e se ci pensi fino agli 80 era così la lunghezza: penso ai dischi di Battiato, che sono di 8 pezzi ("La voce del padrone" sono 7) quindi non è una cosa che mi sono inventato io, ma volevo proporre un modello di brevità della canzone, soprattutto oggi che l'ascolto è spesso superficiale e i dischi lunghi sono penalizzati proprio da questa lunghezza.

È un album molto pop, ma ascoltandolo bene si nota, appunto, una stratificazione sia nei testi che nella musica. Insomma, non si può essere un ascoltatore superficiale, ma secondo te questo può creare un problema radiofonico?

Guarda, la stratificazione è senza dubbio un problema per la fruizione, infatti il mio sogno da megalomane è avere la fruibilità, ma anche la possibilità di farti un viaggio all'interno della canzone e del testo o della produzione. Ovviamente sarebbe il top, ma a differenza degli altri dischi c'è una leggerezza diversa, a livello di percezione, penso a "Ti attraverso" e "Totale" che hanno degli elementi di immediatezza anche se, ad esempio, il testo di "Totale" può sembrare facilotto, ma in realtà è tutto un concept tra nascita e morte. Sai, oggi il concetto di playlist ha frantumato un po' l'idea del disco: sarà un discorso da vecchio, ma per percepire una cosa ci vuole attenzione. Lo so che la tendenza, oggi, è quella di consumare tutto e il più velocemente possibile, pensa alle stories di Instagram che durano 24 ore. Stories di cui sono fan, eh! Il lato negativo dei social resta proprio la fruizione, perché quelli che fanno i numeri social, lo streaming, è gente che ha dai 10 ai 18 anni, ma alla fine cosa succede? Che questi milioni di ragazzi che fomentano questo sistema hanno un'influenza anche sulla discografia e questo è un discorso pericoloso, perché se i discografici cominciano a decidere solo in base ai numeri vuol dire che stai azzerando tutto, perché stai dando la scelta a un ragazzo di 10 anni che forse non dovrebbe scegliersi le scarpe e invece sceglie il futuro della musica, degli investimenti e della strada da prendere.

Senti, che cos'è pop e cosa dovrebbe esserlo?

Il pop deve essere innanzitutto leggero, come dice la parola stessa, che racchiude l'idea dell'accessibilità, quindi la mia non è un'accusa: deve essere leggero, immediato e accessibile e non per questo però deve essere stupido. C'è del pop di qualità, da sempre, ma c'è anche del pop brutto e di cattivo gusto, anche quello da sempre.

Durante la presentazione a Radio 2 hai sorpreso tutti con una cover de "Il conforto". Parlami un secondo del tuo rapporto con Tiziano Ferro…

Guarda, tutta questa cosa di Ferro è un po' è una provocazione, ci sono delle melodie sue che sono efficaci, leggere e più di gusto rispetto a un certo tipo di pop. Non reputo Ferro un rivoluzionario della canzone, ma un bravo interprete che negli anni si è costruito un repertorio pop efficace. È un guilty pleasure, però alla fine mi piacciono poche canzoni ed era divertente tirarlo in ballo.

A Carboni, invece, a cui era destinata "Totale", gli devi una canzone…

Sembra che quasi gliel'abbia quasi rubata… [ride, ndr]

No, certo, però questo dimostra che esiste una sindrome da distacco dalle proprie canzoni.

Guarda, io sto lavorando anche come autore ed è molto stimolante anche perché non mi reputo solo un artista ma anche un operaio della canzone e mi piace l'idea di poter scrivere in un linguaggio super accessibile, quello del pop, provando a portare qualità anche nel mio lavoro di autore, ovviamente con un grado di intensità completamente diverso rispetto a Colapesce, perché col mio progetto sono libero e non ho alcun limite, mentre quando scrivo come autore è un altro lavoro in cui devo tenere in considerazione altri limiti, ho un vocabolario più ristretto, ma non per questo non è stimolante.

E torniamo alle gabbie, ai limiti e ai confini

Sì, comunque il pop da radio, quello spensierato, c'è sempre stato, ed è giusto che ci sia, non sempre la canzone deve essere un momento per riflettere o apprendere cose, ma deve assolutamente anche essere un momento di spensieratezza.