13 Maggio 2022
11:14

Clementino: “Sogno di essere ricordato, voglio lasciare un segno dopo la mia morte”

A settimane dall’uscita del nuovo disco “Black Pulcinella”, Clementino racconta la sua evoluzione, tra la West Coast americana e la nuova vita da conduttore.
A cura di Vincenzo Nasto
Clementino 2022, foto di Comunicato Stampa
Clementino 2022, foto di Comunicato Stampa

A poche settimane dall'uscita di "Black Pulcinella", Clementino racconta tutto il percorso che lo ha portato a un disco "centrale" nella sua carriera. Il progetto, un ritorno al boom bap anni '90 con Napoli al centro del suo racconto, vede la comparsa di un uomo mascherato: "Un supereroe napoletano, tutto nero, con la maschera di Pulcinella. Il nome adatto era Black Pulcinella".

Una figura che solo adesso può parlare del suo momento buio personale, come in "Univers", ma anche dell'evoluzione della sua figura, non più solo un rapper, ma un artista che si espone a tutte le arti, dalla commedia, al cinema, per arrivare alla conduzione di "Made in sud": "Tra poco usciranno tre film con me: la storia di Ferruccio Lamborghini, ‘Uomini da marciapiede', uscirà anche il documentario per Netflix su Trudie Stiler, la moglie di Sting, dove sono il narratore e ho messo in rima tutta la storia di Napoli. Il trucco è fare una cosa alla volta, però mi sto divertendo e quando vedo la gente che è contenta di me, io sono felice di essere me stesso". Anche un piccolo accenno sul rapporto con Rocco Hunt, aggiornato anche dalla collaborazione in "Emirates" nel disco, in attesa di quel joint album tanto atteso, a 10 anni da "O' mar e o' sol". L'intervista a Clementino qui.

Nell'ultima intervista fatta qui, dichiaravi di essere l'unico esponente del Black Pulcinella. Black perché si rifaceva a un genere americano, Pulcinella che riprendeva il tema del Neapolitan Power. Perché adesso questo titolo? Cosa è scattato?

Cercavo un titolo a quest'album prettamente hip-hop e boom bap, di stampo West Coast e per questo motivo registrato a Los Angeles. Per un periodo sono andato ad abitare a Compton, che è come vivere a Napoli. Ho scritto questa canzone (la titletrack "Black Pulcinella") in cui recito: "È nu giullare ‘ncopp'ô palco e aret'ê camerine, tu ‘o vide ca ride, ma aret'ê rine tene ‘e spine". Traduco: "È un giullare sopra al palco e dietro i camerini, tu lo vedi che ride, ma dietro la schiena ha le spine". Black Pulcinella è sempre stato il mio genere musicale, adesso bisognava tirare fuori questo titolo. In "Univers" dico: "Mani che si stringono all'unisono, un tappeto rosso come il sangue mio offerto in sacrificio. La storia di una marionetta che ride triste, The Black Pulcinella, pronti per l'apocalisse". Questo tappeto rosso è il mio sangue e sono tutti i sacrifici che ho tirato fuori, è il mio lato oscuro. Perché chi non conosce il buio, non può parlare della luce: solo adesso che ho affrontato quel periodo, posso parlarne. Sarebbe una cosa insensata parlare del problema dell'alcol da ubriaco, e quindi adesso posso capire tutto quello.

E il sottotitolo "The Dark side of Iena White"?

È sicuramente un tributo ai Pink Floyd. Poi è arrivata la notizia della morte di MF Doom, storico rapper americano con la maschera e quindi ho messo insieme le cose. Un supereroe napoletano, tutto nero, con la maschera di Pulcinella. Il nome adatto era Black Pulcinella.

Quanto ti sei divertito a girare il video di ATM?

Tantissimo, perché ho ritrovato il vero Clementino. Come dice Jep Gambardella ne "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino: "Arrivato a una certa età, ho capito di non aver più voglia di fare ciò che non mi piace". Black Pulcinella è proprio questo, un disco rap, senza compromessi. Quello sono io, non è una copia della copia. "Atm" è l'evoluzione di "Cos Cos", imitando ciò che aveva fatto Eminem in "The Real Slim Shady", nel video, dove si traveste dai grandi personaggi della musica. È piaciuta anche ai miei fan, come è piaciuta la scelta di un disco rap, come "Napoli Manicomio" o "Iena White".

Secondo te il pubblico è ritornato a voler rap "fatto bene"? È una cosa che si potrebbe vedere anche dai risultati ottenuti dai pionieri della scena hip hop italiana.

Il pubblico sicuramente ora vuole il rap fatto bene. Ogni volta escono 20 rapper, ma vanno avanti i soliti cinque. Sono contento che Fabri Fibra, Marracash, Noyz Narcos, Salmo, tutti pionieri della scena, stanno spaccando, anche nelle vendite. C'è chi ha sempre spaccato eh, però c'è il ritorno alla musica fatta bene. A un certo punto le persone si accorgono che il messaggio, le parole sono sempre le stesse, e quindi il ritorno dei veterani ha portato a una visione diversa. La gente vuole la verità, si è scocciata delle cose finte. Io non porto nessun orologio d'oro, perché per me l'essenziale è la musica. È impensabile che chi ha fatto sempre freestyle si debba adagiare sulle mode del momento. Il mio disco è un boom bap anni '90, ma è proiettato nel 2022. Tutti i featuring sono più giovani di me.

E invece che ci dici dell'importanza della gavetta, del freestyle: è una cosa che ti rende fiero del tuo percorso?

Ci tengo tanto alla gavetta e al freestyle perché è una cosa che ho vissuto. Poi credo sia giusta la gavetta, perché per dire che un rapper è bravo o è un king del genere, non lo fai attraverso il macchinone o i like. Altrimenti i Pink Floyd non avrebbero segnato una generazione, parliamo comunque di musica, non è perché fai l'influencer o i balletti su TikTok, benché pure quello sia giusto, per l'evoluzione tecnologica. Per me sei un boss quando fai 20 concerti senza perdere la voce, quando sali sul palco e c'hai le persone che cantano anche dopo 20 canzoni, non quando mostri i soldi che hai fatto. Poi è normale che uno lo faccia, anche per la soddisfazione del viaggio che ha fatto con la musica, che è anche l'anima di questo genere urban. Ho notato che ci sono un sacco di giovani davvero forti, devastanti, e la cosa che mi fa più piacere è che rappano proprio. Solo sul mio album ho Geolier, J Lord, Nicola Siciliano, Nello Taver, Speranza ed Enzo Dong, e hanno spaccato tutti.

Sono passati 10 anni da "O mar e o sol" e nell'album ti ritroviamo ancora con Rocco Hunt in "Emirates". Come si è evoluto il vostro rapporto, ma soprattutto: quando arriva questo joint album?

Rocchino è un grande lavoratore e mi fa immensamente piacere, mi sento onorato, quando parlano bene di lui. Ci siamo conosciuti quando aveva 16 anni e non ci siamo persi. È anche un grande imprenditore, sa ciò che vuole e come lo deve ottenere, ha tante idee. È un rapporto molto stretto e il pezzo insieme è il ritorno dei Capocannonieri. Molti ci chiedono il disco insieme, ma ognuno è impegnato con le proprie cose, tra album e programmi televisivi non ci siamo più incontrati per quello. Per il momento facciamo singoli assieme, e ci vediamo al PalaPartenope per i suoi concerti.

In "Amore Lo-Fi" racconti una quotidianità diversa dallo stereotipo del rapper, quasi casalinga della relazione. Come ti sei adattato a questo tipo di evoluzione nella tua vita?

Io a parlare d'amore sono bravo, però adesso che sono fidanzato, sono più bravo. Riesco a dire davvero ciò che penso, anche grazie a Martina, con cui sono fidanzato da 11 mesi. È l'unico pezzo calmo dell'album, ma è sempre un pezzo rap.

Clemente è diventato anche tanto altro adesso. Come riesci a unire tutte queste realtà con il tuo percorso artistico?

Io ho sempre amato Will Smith – tranne per l'episodio dell'Academy – anche per la storia che ha avuto. Parte da rapper, fa "Il principe di Bel Air" e poi arriva al cinema. Mi piaceva la sua carriera e nel mio piccolo sto cercando di fare lo stesso. Tra poco usciranno tre film in cui ci sono anche io: la storia di Ferruccio Lamborghini, "Uomini da marciapiede", uscirà anche il documentario per Netflix su Trudie Stiler, la moglie di Sting, in cui sono il narratore e ho messo in rima tutta la storia di Napoli. Il trucco è fare una cosa alla volta, però mi sto divertendo e quando vedo la gente che è contenta di me, sono felice di essere me stesso. Questo vuol dire che non rinuncio all'opportunità di andare in tv, solo perché sono un rapper e devo essere incazzato. Il fatto di fare "Made in sud", mi dà la possibilità di arrivare prima in freestyle, perché leggo tanto e viaggio tanto. Anche Bukowski lo diceva: "Più scrivi, più riesci a intraprendere nuove strade".

Che eredità vuol lasciare Clementino? 

Il mio sogno è di lasciare un segno qui. Non fraintendete, vorrei lasciare un segno dopo la mia morte. Entrare nella Hall of Fame e la gente che si ricordi di me. Io seguo l'universo e le stelle, farò altri dischi, altri film, fino a che la missione non sarà compiuta.

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