Clementino
in foto: Clementino

È emozionato Clementino quando varca la porta della Universal, dove lo incontriamo per quella che è la sua prima intervista da oltre un anno a questa parte. È stato un periodo difficile, lo sanno tutti ormai. Lo si sa da quando, durante un incontro pubblico confessò di essere da poco uscito da una comunità che lo ha aiutato in una battaglia contro la dipendenza dalla droga, permettendogli di vivere quella che lui non vuole definire una rinascita, ma "il vero Clementino". Quella del rapper di Cimitile è la storia di chi ha un sogno, quello di diventare una grande Rapstar partendo dalla provincia, di un percorso fatto di impegno successo e anche errori: "Non mi sento né un prete né un missionario, non mi sento di dire ‘No ragazzi, non si fa', io parlo della mia esperienza personale" dice Clemente Maccaro a cui abbiamo chiesto cosa sia successo in questo periodo fatto di comunità, ma anche di viaggi e scrittura, ascolti, letture e scoperte.

Clemente, come stai?

Bene, ma vengo da un periodo molto buio, il mio riferimento è quello di Clementino a 16 anni, quando sognavo di diventare un grande rapper, salire sui palchi… in realtà lo facevo ma lo facevo a livello ultra amatoriale, però guardando una foto di me a 16 anni dicevo "quanti sogni avevo in quel periodo, quello di diventare un grande rapper, di essere riconosciuto in tutta Italia, avere un sogno di avere un pubblico che cantava le mie canzoni", poi mi sono reso conto che per raggiungere questo sogno ho dovuto attraversare tarantelle su tarantelle sia psicologiche che fisiche.

Troppo alto il peso delle aspettative?

Innanzitutto c'era il non dormire la notte per paura di fallire, stare sempre attento, dover chiudere canzoni, fare album, paura di fare troppo tardi, dirci "abbiamo fallito, non c'è più nulla da fare", poi, invece, sono stato premiato perché anche le persone avvertivano un messaggio, quella voglia di riscatto che ho sempre avuto: come tanti artisti già da ragazzino andavo verso gli eccessi, dovevo ribellarmi e fare rap è già un eccesso, è la musica di ribellione per eccellenza. Ho cominciato a scrivere musica e tutto, poi a un certo punto non mi sono più frenato e ho iniziato a tirare verso di me sia cose positive che cose negative.

A proposito di cose negative, la prima volta che hai parlato della tua dipendenza è stata improvvisamente, senza averlo preventivato, durante un incontro pubblico.

Io ho questo problema, sono un Sagittario e agisco d'istinto, a volte si agisce di cuore, altre di cervello, c'è chi lo fa di pancia, io agisco dall'anima, talvolta non mi freno e apro la bocca più del dovuto ma questa non è una cosa negativa, non apro la bocca per dire bugie, lo faccio per dire cose in più, perché nel mio essere reale viene apprezzato anche questo mio essere vero. Tendo a mettere sempre al corrente le persone del mio stato d'animo e l'ho fatto sia nella serenità che nella rabbia, anche se forse alcune cose sarebbe bene tenerle per sé.

Ai ragazzi presenti nel pubblico hai detto di essere uscire da un periodo complesso. Cosa è successo in questi due anni?

Sì, ho passato il periodo più brutto della mia vita ma mi è servito, ho visto tanti rapper grossi passare attraverso problemi che non devono per forza essere il papà in galera etc, ognuno porta la sua croce e nel mio caso il problema è stato psicologico: vivendo nella provincia di Napoli – io sono di Cimitile – non c'è molto da fare, tanti ragazzi sono morti per la noia, non hai nulla da fare e ti droghi, oppure sei vittima del gioco d'azzardo, nel mio caso è stato un fattore psicologico. Sai cosa, però? Non mi sento né un prete né un missionario, non mi sento di dire ‘No ragazzi, questo non si fa', io parlo della mia esperienza personale, ne ho viste di cotte e di crude. Provi una droga e ti piace, quindi il giorno dopo la prendi di nuovo e poi ancora il giorno dopo e chi è intorno a te ti dice che stai cambiando, non sei più la stessa persona, e tu ti rifiuti, dici: ‘Che cazzo vuole da me, fatti i fatti tuoi', però col passare del tempo ti rendi conto che veramente stai cambiando, cambi nelle risposte, negli atteggiamenti, nel modo di fare, quindi c'era bisogno di una calmata.

E tu ti sei calmato e sei entrato in comunità, dove hai ritrovato un po' te stesso e dove ricominci a sognare.

"Un palmo dal cielo" non è una canzone scritta durante un periodo buio, ma in un periodo bello che segue quello buio, perché parlo dei sogni che ho fatto ed è impossibile sognare quando non stai bene. Non mi sarei mai aspettato di scrivere una canzone attraverso i miei sogni, perché non faceva parte dei miei modi di scrivere, sono sempre stato un ‘original Mc', hai un super beat e ci scrivi la canzone sopra o super beat e ci scrivi una canzone melodica, ma prendere spunto da un sogno non mi era mai successo. Dopo tanti problemi, sono entrato in questa comunità in cui si facevano lavori di tutti i tipi, dal mettere a posto il giardino alla cucina, si dà una mano, insomma, e io l'ho fatto diventare un villaggio turistico, ero l'artista del gruppo, non ce la facevo a stare senza musica, senza spettacolo e al mattino organizzavo la mia radio, si chiamava radio Bomber, facevo lo speaker, creavo la classifica delle canzoni, mettevo canzoni di tutti i tipi, il pomeriggio organizzavo le prove e la sera si faceva lo spettacolo, il cabaret, ho rifatto "E fuori nevica…" di Salemme in comunità.

Non riuscivi a stare fermo…

No, non ci riuscivo, hanno provato a dirmelo anche la mia manager, mio fratello, la mia famiglia: ‘Cerca di stare fermo, dedica un po' di tempo a te stesso'. Insomma, ho cominciato a organizzare questi spettacoli e a un certo punto più organizzavo le cose, più non toccavo niente e stavo bene più la notte sognavo. Cominciai a sognare una serie di cose e nel momento in cui sono tornato a casa mi sono ritrovato questo quaderno pieno di fogli e mi sono detto: ‘Ora scrivo una canzone': l'ho chiamata ‘Un palmo dal cielo' perché in quel caso il riferimento è anche a Morfeo, il dio del sogno, un pezzo che mi ha dato tante soddisfazione sia quando lo facevo ascoltare alle persone vicine sia quando lo ascoltavo io.

E da poco sei tornato con due pezzi molto diversi tra loro, tra l'altro.

Io non mi sono mai fermato perché vedevo tante persone fare musica rap e dicevo “Sì, è bravo, anche lui è bravo, però solo io ho questa cosa qua". Non perché mi considerassi migliore, ma c’era una cosa che aveva solo Clementino, e attraverso ‘Gandhi' e ‘Un palmo dal cielo' sono riuscito a mantenere il perfetto equilibrio per l’album Tarantelle, che è un album in cui ci sono tracce introspettive ma reali e tracce scherzose o super rap, insomma sono contento di mandare un messaggio attraverso una canzone cantautorale, ma comunque vi devo dare delle mazzate assurde con un super hip hop che ho sempre voluto fare: poi io sono nato freestyler.

Quando hai capito che era il momento giusto di fermarti e cercare aiuto?

Guarda, io sto ancora scegliendo adesso, è un momento particolare in cui ti dici che ora non fai niente, ma devi comunque stare in guardia per il futuro perché è una brutta bestia, dico solo che ci vuole tempo per maturare le cose e ce ne vuole per capire se stessi e arrivare veramente al sogno, che è quello di diventare una grande rapstar.

Qual è stata la risposta del pubblico sia dopo le tue parole sul palco che dopo il tuo ritorno cantato?

La risposta del pubblico è stata eccellente, anche perché quando ho tirato fuori Gandhi ho tirato fuori qualcosa che nessuno si aspettava. Io sono un personaggio caloroso, pieno di sole, non voglio dare l’immagine di una persona che sta male, frustrata, ma voglio dire anche la verità, che ho sofferto. Voglio dirti una cosa, pensa che Gandhi è stata l’ultima canzone scritta di settanta. Abbiamo scritto settanta canzoni! Ho scritto tutte queste canzoni tra Lisbona, Amsterdam, Benevento, Cilento, Alberobello etc, fittavamo una casa e ci mettevamo con casse e microfoni, pensa a viaggiare in questo modo, è stato bellissimo, ti segna e ricorda tante cose.

Cosa hai ascoltato e studiato nel mentre – in Ghandi citi Lamar e Booba -, dove hai guardato?

Sicuramente lo scrivere tanto ti aiuta, ma ho dovuto chieder ispirazione ai libri, alle serie tv, cosa che prima non avevo fatto: mi sono affacciato al fantastico mondo dei libri, ai romanzi, con Giulio Verne prima di tutti, svegliando il bambino che è in me, ad esempio, ho letto "Bacio Feroce" e "La paranza dei Bambini" di Roberto Saviano, ma ti parlo degli ultimissimi e questa cosa mi ha aperto la fantasia, un mondo nuovo, ampliandomi il vocabolario, ad esempio. E poi ho ascoltato tanta musica indie, tantissimo reggae che mi ha aiutato nei ritornelli e ovviamente tanto rap.

A parte quello che dici nei primi versi di Gandhi ("Avete rovinato una rap-generazione"), è stato uno stimolo confrontarsi con tutto quello che è successo nel rap in questi ultimi anni?

C’è uno stimolo, anche perché il rapgame è competizione, alla fine, però il problema di fondo non è quello del rap dei ragazzini o della trap dei ragazzini, quando parlo di rovinare una rap generazione è il rovinare una generazione musicale che al momento tutto guarda fuorché la musica, per me è una cosa grave, oggi è tutto storiella su Instagram, la maglia, l’orologio, poi figurati ognuno fa quello che vuole, io parlo della musica, oggi pare che conti l’apparenza, quello che si vede, quanti like ha uno, tutte stronzate, un mare di cazzate.

Qual è la situazione odierna?

Io credo che attualmente in Italia ci troviamo di fronte a una nuova generazione rap divisa in due: c’è una generazione dell’apparire, e c’è la generazione con due attributi così, come Nayt, Lazza, Nitro, gente che viene dal rap. Poi c’è la generazione trap, che funziona e piace, dipende il messaggio che dai, perché come c’è la musica bella e brutta del rap, c’è musica bella e brutta anche nella trap.

Cosa ti diverte nel fare musica?

Io sto vivendo un sogno, che è quello di fare il cantante, di fare quello che vuoi, di dire ‘Ora scrivo una canzone, poi giro video, pubblicizziamo traccia…', sto facendo quello che ho sempre voluto fare e per un niente lo stavo perdendo, stavo perdendo tutta la mia vita: la famiglia, la vita, per cosa? Invece ci sto riuscendo a realizzare il mio sogno che è quello di diventare un rapper, un cantante: sono la persona più felice del mondo adesso, perché quand’ero ragazzino sognavo questo. Voglio soltanto stare bene con la mia famiglia e i miei amici, e poi ho fatto un album bellissimo [ride].