Copertina del libro (particolare)
in foto: Copertina del libro (particolare)

Sono passati due anni dall'avvento nel panorama musicale italiano di LIBERATO, progetto misterioso che canta in napoletano e di cui si parla oltre che per la sua musica anche per il mistero che si cela dietro la sua identità: è una sola persona? È un progetto multiautoriale (come ormai pare essere)? Se ne discute da un po' e ogni volta che arriva un nuovo singolo l'attenzione verso il progetto sale, eppure per adesso l'unico ad aver cercato di mettere un po' di ordine nelle tante voci e nei pochi indizi su di lui è stato il giornalista e scrittore napoletano Gianni Valentino che ha pubblicato, pochi mesi fa, il libro "Io non sono LIBERATO" (Arcana). Un libro che non vuole essere solo il tramite per dire chi è LIBERATO, nessun follow the money, ma un libro che, giocando con gli indizi, arriva ad alcune conclusioni, ma che a sua volta è un interessante spaccato della musica e della lingua napoletana. Insomma, LIBERATO è il protagonista del libro, ma anche un mezzo per parlare d'altro e affrontare quel magma che è ed è stata la musica partenopea. Il libro sarà presentato anche a Casa Sanremo mercoledì 6 febbraio alle 16.30, l'8 marzo al T-Trane di Perugia e il 15 marzo al Q.Q. di Terranuova Bracciolini (Arezzo) con dj set di Carlos Valderrama a seguire.

Come si scrive un libro su qualcuno che non esiste o comunque non può esistere nella musica che fa, senza poterlo intervistare?

Non volendo insistere sulla morbosità dell'identità di questo cantante invisibile ho lavorato a tutta la sfera della sua musica e della sua genesi e quando dico ‘genesi' non parlo solo dei sei singoli che ha realizzato, ma la scuola nella quale si inserisce LIBERATO, che è la canzone napoletana, per cui il mio viaggio è un viaggio nei labirinti della canzone napoletana e in quello che la canzone napoletana ha da sempre prodotto, fino all'attualità. LIBERATO è il distillato di questa attualità, nel momento e nel mondo in cui Napoli è regina per tutti, è desiderata, voluta, cercata e inconsapevolmente amata e quello che viene da Napoli – soprattutto fatto in un certo modo, con delle componenti trasversali e principalmente lontane dalla città – è coccolato. Liberato è stato coccolato fuori dalla città, probabilmente perché c'è questa dimestichezza delle altre città lontane con le piattaforme digitali che il Golfo non ha, probabilmente perché Spotify è più utilizzato fuori e tutte le piattaforme sono un linguaggio che appartiene più ai non napoletani o ai non residenti a Napoli, e come dice Livio Cori "Questa città è disabituata a Spotify, molti stanno familiarizzando con Youtube e simili adesso". Non è un caso che citi Livio, dai più dato come il sospettato principale e dal professore (foniatra) Ugo Cesari indicato come "interprete delle canzoni": dico ‘interprete' perché anche per me lo è e lo è stato dopo aver ascoltato in particolare "Non c'è fretta" e lo è anche per la conversazione che abbiamo fatto, ed è uno dei punti chiave del libro.

Un libro che non è di gossip, che non gira solo attorno a al chi è LIBERATO, benché ci siano ipotesi, nomi, linee che uniscono una serie di elementi, ma è un libro attorno a un movimento, quello della canzone napoletana, appunto, che con lui ha avuto un ritorno d'attenzione.

Sì, è uscita come lava dalle piattaforme, dagli ascolti, dalle radio, dai video, ci sono conversazioni con i Nu Guinea, con Speaker Cenzou, con Clementino, con Ivan Granatino, con Raiz, i Planet Funk, con Gigi D'Alessio, Nino D'Angelo, che vanno ad affiancarsi a conversazioni, tutte esclusive a Bawrut, Populous, Gemitaiz, che mi parlano della genesi delle canzoni dei suggerimenti che si sono scambiati con LIBERATO, come hanno recepito questa convivenza di dub, folk, musica da club, neomelodica , pop, urban, fino a chi è direttamente coinvolto come Carlo Pastore del MI AMI, che va all'origine di quella che è diventata un'ambiguità nell'ambiguità che è la nascita dei concerti a partire dal MI AMI fino al Sónar di Barcellona, unico concerto visto, dal momento che mi hanno rifiutato accredito per Milano.

Quali sono state le difficoltà maggiori

La difficoltà nella stesura e nell'architettura è stata una e costante – ma anche un enorme fuoco a fare il libro che avevo pensato – e cioè far sì che ogni capitolo fosse interconnesso all'altro, ovvero se in un capitolo racconto delle cose, queste informazioni sono interdipendenti con quelle di un capitolo successivo, perché come è vero che ho avuto informazioni in ogni momento della giornata o in ogni situazione non può essere alterata o errata in un capitolo che viene dopo. Io ho chiuso tutto il libro a fine settembre, inizio ottobre, perché ogni momento era talmente fragile e provvisorio da mettere in discussione l'impianto degli altri capitoli e se viene meno l'impianto di un capitolo viene meno una parte sostanziosa del libro e il libro in toto.

Non ce ne sono state altre?

Questa è stata la difficoltà ‘macro', la difficoltà più pura è stata quella per cui la maggior parte delle persone mi ha sempre fatto divieto d'accesso. Ci sono molti intervistati ma ce ne sono altrettanti che non hanno voluto rilasciare nessuna dichiarazione: Calcutta, Emanuele Cerullo, i The Kolors, Gennaro Nocerino, Giorgio Moroder, Giuseppe Truppi, tutti quelli che hanno negato la conversazione sono in qualche modo nell'albero genealogico di LIBERATO. Uno potrebbe obiettare che Livio Cori mi ha concesso intervista quindi non ne fa parte, non è assolutamente vero, perché l'intervista con Livio è una delle fasi più spassose e arriva in un tris di giorni che sono quelli in cui accade di fare un incontro post Juve Napoli, incontro con Livio Cori e incontro con Ugo Cesari: tre giorni illuminanti sulla struttura del libro e chi contattare.

Il tuo è il primo ragionamento organico su questo progetto, che idea ti sei fatto, cos'è LIBERATO?

La prima notte che ho scoperto LIBERATO, col video di Nove Maggio, sono rimasto sedotto non solo dal videoclip, ma dalla canzone, cercando di separare i piani: quella notte mi impressionò perché avevo ricevuto la sua intenzione di essere sintesi di una serie di frammenti. Lui è molto abile a osservare il mercato internazionale, capire, cosa ha voglia di fare in relazione a quello che potrebbe funzionare, senza sminuire né il suo talento, né la sua voglia di osare. Ci possono essere degli inciampi come "Gaiola Portafortuna" e "Me staje appenneno amò", i singoli meno empatici, stando ai numeri, forse perché la pulsione latino-caraibiche e la pervicacia dell'house non hanno raggiunto gli obiettivi che si sono dati loro come nucleo creativo.

Loro?

Per loro intendo lui con i suoi collaboratori, perché sono convinto che il padre dell'idea è uno e sono convinto che sia napoletano e non vive a Napoli, ma lontano. Molti tra quelli che si approcciano alla lettura mi chiedono se dico mai chi è: ‘C'è l'identità di LIBERATO?'. Io rispondo che c'è, ma insieme a tante altre informazioni. Non volevo mettere a pagina tot il nome e cognome, perché volevo evitare la frenesia di cercare solo il nome, il mio intento era fare un racconto il più largo e amorevole possibile della canzone napoletana e di quello che significa lui nell'archivio della canzone napoletana. Se stanno attenti, insomma, possono rintracciarlo.

Mi porti al discorso sulla lingua napoletana, usandolo per parlare della lingua nella musica, un aspetto che prende una buona parte del libro.

È una mia ossessione, una mia priorità il fatto che la lingua napoletana ha delle regole di scrittura e prosodia e per chi fa musica napoletana queste cose devono essere rispettate pur essendo consapevole che i rapper hanno rotto questo rigore perché loro badano più al suono che alla trascrizione, ma nel momento in cui scrivi canzone napoletana con una tale coscienza, facendo continui rimandi a opere come quelle di Carosone, Pino Daniele, i neomelodici, Nino D'Angelo etc questo linguaggio non può essere approssimato, quindi mi rattristo quando sento dire ‘Mergellina' e non ‘Margellina', perché la pronuncia sposta la sensazione di fruizione, insomma non parlo solo di errore grammaticale o di ortografia.

Scrivi "LIBERATO ha assunto le sembianze di Napoli. Il musicista e la città sono tutt'uno" però il progetto è più ampio o sbaglio? 

Il progetto è napoletano, perché il padre dell'idea è napoletano, come impianto narrativo, estetico e narrativo. Scrivo che LIBERATO è più figlio di Napoli che non delle canzoni napoletane perché celandosi dietro una maschera e comportandosi da munaciello – colui che appare e scompare – prende le sembianze del Golfo ed è molto più potente irrompere in un mercato che è saturo, stanco di fenomeni, con la forza estetica di Napoli che non di un semplice volto con il tuo abbigliamento: tu copri la tua identità di persona e lasci passare una controfigura con il cappuccio e bandana nei video e nei live e ti fortifichi, negandoti diventi mitizzato. Le immagini si sovrappongono e l'estetica è stata sempre in evoluzione, come dimostra la sequenza dei videoclip, con all'inizio solo una bambina e non Liberato che compare cinque mesi più tardi, perché pare che stessero realizzando il giubbotto, la tipologia, il font della scritta… stavano studiando, insomma, perché non pensavano potesse esplodere. Francesco Lettieri (il regista di tutti i video del progetto, ndr) una volta mi ha detto: ‘La bambina che compare nel primo video chiude una sorta di trilogia dell'infanzia' facendo riferimento a due videoclip fatti per Calcutta, era una sorta  di gioco che faceva con se stesso sul racconto dei bambini e guarda caso Calcutta torna per l'ennesima volta.

In che senso?

Enzo Chiummariello (noto manager del rap campano, ndr) racconta che a dicembre 2016, poche settimane prima del debutto, proprio Calcutta gli propone un personaggio musicale finto un po' dance, un po' neomelodico misterioso chiedendogli se Enzo Dong volesse fare l'interprete delle canzoni ma Enzo dice di no, che ha altri progetti. E guarda caso lo stesso Calcutta compare nel backstage del concerto milanese. Un'altra pedina è Bawrut, lasciapassare vero di LIBERATO, nei live, con Rolling Stone, è l'accesso a Populous etc. Tutti questi esempi che cito sono l'evidenza che questo libro ha un'architettura non poteva essere diversa ed è la cosa che mi rende più felice. Ciò che mi rende felice è che molti lettori abbiano capito l'essenza del libro e non cerchino solamente il nome: lo cercano, ovviamente, ma vogliono capire tutta la parabola.

Senti, torniamo a Livio Cori, che ne pensi della sua presenza al Festival di Sanremo?

Sono felice che Livio abbia questa occasione per esprimere il suo talento soul-urban. Lui che ama così tanto Marvin Gaye ed è devoto al canzoniere di Nino D'Angelo. Cori è un artista preparato, sa come muoversi nel mercato. E ha attorno lo staff Sugar e la Caselli, che hanno spessissimo indovinato le loro scommesse al festival. Tra poco, poi, Cori pubblicherà l'album "Montecalvario" ed è singolare osservare come nella tracklist un paio di titoli siano scritti con imprecisioni ortografiche. Ciò lo avvicina immediatamente agli errori che sono stati commessi nella produzione di LIBERATO. Non solo: sappiamo benissimo quel che ha affermato il professore Ugo Cesari nell'intervista che mi ha rilasciato per il libro. Dai suoi esami spettrografici – Cesari è un foniatra che ha "curato" Bocelli, Ranieri, Avitabile, De Crescenzo, Sal Da Vinci, Massimo Ranieri e la stessa Caterina Caselli – il professore afferma che la voce di Livio Cori è proprio la voce che interpreta le canzoni del progetto LIBERATO. Di conseguenza, mi verrebbe da dire che LIBERATO in un certo senso andrà sul palco del Festival di Sanremo. Cori ovviamente non potrà mai ammetterlo ma è sufficiente leggere anche uno stralcio dell'intervista a Raiz sul progetto Malommo per capire quanto gli artisti possano giocare a mascherare le loro identità attraverso l'utilizzo delle tecnologie in sala d'incisione".