Cesare Cremonini (Photo Credit: Francesco Carrozzini)
in foto: Cesare Cremonini (Photo Credit: Francesco Carrozzini)

"La musica è una cosa seria. Quando tu incontri un universo così profondo, così largo, così difficile da attraversare totalmente, devi sentirti sempre in viaggio, sempre alla ricerca" dice Cesare Cremonini a Walter Veltroni che lo ha intervistato per Sette del Corriere. Il cantante bolognese resta una delle voci più amate del cantautorato pop italiano che nel 2020 tornerà con una serie di concerti negli stadi a cui si aggiungerà quello all'Autodromo internazionale Enzo e Dino Ferrari, speciale, perché, come ha detto lo stesso Cremonini: "Sarà nel cuore stesso della mia terra, l’Emilia, che è la mia vita, la mia seconda pelle e il mio DNA. Questa volta non sarà solo Bologna (che ha lo stadio impegnato in una attesissima ristrutturazione) ma è un abbraccio a tutta l’Emilia-Romagna".

L'hatercrazia: abbiamo bisogno di incontro

Canzoni che nascono dalla sconfitta, dice Cremonini parlando della sua musica, nata studiando pianoforte e innamorandosi dei classici, ma comprendendo l'importanza del gruppo, della musica come unione: "Molte mie canzoni nascono da sconfitte personali o dalla sensazione che stiamo perdendo tutti assieme. Non ho mai trovato un altro modo, un altro stimolo così forte se non quello di scrivere canzoni per poter ribaltare queste sconfitte, per trasformarle in vittorie". Il cantante ha affrontato vari temi, come quello dell'odio che si sta sprigionando sempre più nella società: "Al di là delle responsabilità politiche del passato e del presente, stiamo vivendo in una specie di hatercrazia, una parola che non so se esista sul vocabolario ma calza con ciò che sta capitando. Una società che si sente allegramente legittimata ad alzare quotidianamente una forca divenuta tascabile, a portata di tutti, al fine di indignarsi comodamente seduta su un divano o molto peggio azzannare il prossimo senza alcun freno. Io credo che non vi sia nessuna strada, nessun futuro, per il nostro Paese, se non quella dell’incontro e dello scambio con ogni diversità di pensiero, di religione, di costume e di colore".

Perché si sciolsero i Lùnapop

Il successo di Cesare Cremonini, si sa, cominciò con i Lùnapop, con cui registro un solo album, "…Squérez?", che resta ormai storia del pop italiano, grazie anche al successo di singoli come "50 Special", "Qualcosa di grande" e "Un giorno migliore", ma il successo è arrivato anche quando, messa fine a quell'avventura cominciò la carriera solista: "I Lùnapop si sciolsero perché le regole che tenevano in piedi un progetto musicale composto da ragazzi così giovani erano regole strane, utili ma molto difficili. La prima era: i genitori fuori dalle scatole. La seconda: possibilmente anche le fidanzate. Regole impossibili da rispettare, per ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni, tutti di famiglie borghesi. Figli della Bologna che coltivava il valore della famiglia, quindi del condividere la vita dei figli. I Lunapop diedero vita ad un progetto che ebbe un successo straordinario. Ancora oggi l’ultimo grande successo della musica italiana, dal punto di vista discografico. Nel momento in cui si ruppero questi equilibri, queste regole divennero impraticabili, non era più pensabile poter continuare".

L'ictus del padre

All'ex Ministro per i beni culturali e ambientali e Sindaco di Roma, il cantante ha anche raccontato un episodio che gli ha cambiato profondamente la vita, ovvero quando il padre ebbe un ictus mentre erano insieme e dovette correre all'ospedale sperando di poter riascoltare la sua voce:

Qualche anno fa mio padre ebbe un ictus davanti a me, a cena. Stavamo passando una bella serata in due in Piazza Santo Stefano, una delle più belle cartoline di Bologna, quando le sue parole cominciarono a cadere sul tavolo. La sua voce spariva e tornava accompagnata da un fortissimo mal di testa. Decidemmo di tornare a casa. Una volta arrivati nelle campagne fuori Bologna dove ancora vive, smise di parlare. Lo portai in ospedale attraversando chilometri di strade in mezzo ai campi senza badare ai semafori e agli incroci. Continuavo a raccontargli di quando ero piccolo e lui mi addormentava con delle improbabili favole inventate. Improvvisavo alla meglio per cercare di tenerlo sveglio, mentre lui emetteva frasi sconnesse. Arrivati all’ospedale Sant’Orsola lo operarono immediatamente e mi ritrovai a pregare per lui nella sala di aspetto. ‘Dio, fammi risentire ancora una volta la sua voce!'. Anche se vorrei non capitasse mai più, quel momento ha cambiato profondamente la mia vita, il mio rapporto con lui e la mia spiritualità. L’intervento riuscì e dopo due settimane di silenzio e balbettamenti mio padre tornò a pronunciare il mio nome correttamente. Pochi giorni dopo era di nuovo in ambulatorio a visitare i suoi pazienti. Sentire la sua voce sparire e rendersi irriconoscibile è il momento che vorrei poter cancellare dalla mia memoria.