Carl Brave ha pubblicato lo scorso 9 ottobre il suo album "Coraggio", il secondo dopo il successo di "Notti Brave", certificato doppio disco di platino. Un progetto che raccoglie gli ultimi due anni di vita dell'artista, passato tra le date del tour, compreso quello europeo, al periodo di lockdown, il momento in cui è stato poi chiuso il disco. Un album che come commenta Carl Brave "è più scuro, più chiuso da certi punti di vista", e in cui vengono toccati temi difficili come la dipendenza in maniera alternativa rispetto alla narrazione della scena rap italiana: "Passa il messaggio che se sei dipendente da qualcosa è pure mezzo figo. Invece l'ho voluta raccontare per quella che è, per lo squallore e per tutte le situazioni che esistono in queste situazione". All'interno c'è un po' di tutto: dal rap di Guè Pequeno, alla presenza punk trap di Taxi B, alle note camaleontiche di tha Supreme e Mara Sattei, senza dimenticare la Lovegang con la presenza di Ketama 126. "Parli parli" con Elodie però sembra essere la chiave pop a cui Carl Brave cercherà di attingere in futuro, con l'aspetto melodico diventato sempre più centrale per la sua musica. Ci ha raccontato anche della prima volta in cui ha conosciuto Verdone per sbaglio e di come il suo disco sia un minestrone, fatto però con gli ingredienti giusti.

Come nasce "Coraggio", ma soprattutto come il lockdown ha cambiato la percezione del disco?

Questo disco nasce due anni fa e c'ho lavorato mentre facevo il tour europeo. Ho scritto e composto mentre ero a Malaga, poi in Sicilia, anche a Miami. Poi quando avrei dovuto concludere, è arrivato il lockdown: in quel periodo ho scritto "Je m'appelle", "Le guardie" e "Ma ndo vai". Purtroppo devo ringraziare il lockdown per il disco, dall'altro lato è stata una disgrazia per i live.

Com'è cambiata la scrittura e la produzione rispetto alla concezione di "Notti Brave", il tuo primo disco?

Ho cercato di fare un disco più scuro, un disco più chiuso da certi punti di vista. Un disco che non tenesse conto di etichette, di generi, un minestrone fatto in maniera giusta con gli alimenti messi bene. Sono passato da rap a pop, a indie alla techno. Ho unito questo per andare contro le regolette della musica, degli algoritmi: la musica algoritmica. Ho cercato di fare come me pare e la cosa arriva alle persone, la genuinità.

Quali sono le chiavi di lettura per comprendere "Coraggio"?

Tante chiavi di lettura, con tematiche più pesanti rispetto ad altri dischi in passato. Ho raccontato temi importanti come la dipendenza da sostanze stupefacenti e la strada nella sua asprezza. Io sono maturato negli ultimi due anni, ed è cambiata anche la mia musica. Scrivo ciò che vedo, un po' come se fossi un giornalista delle mie giornate.

Nella tua musica, tra dischi e progetti in collaborazione, c'è qualcosa che ritorna sempre: Roma. Com'è cambiato il rapporto con la città negli ultimi due anni?

Io ho sempre questo rapporto con Roma come se fosse una mamma, e a una mamma non puoi volere male. Le devi volere per forza bene, per questo si ringrazia sempre per tutto ciò che ti ha regalato, per l'ispirazione.

Carlo Verdone è un altro simbolo della romanità. Come è stato avere lui sul set del video di "Che poi"?

Un'emozione assurda quando lo vidi sul set del video. Io la prima volta l'avevo incontrato perché la mia estetista abita nel suo stesso palazzo. Un giorno sbagliai piano e mi aprì lui, rimasi di sasso. Quando arrivò sul set del video, diretto da Fabrizio Conte, rimanemmo tutti zitti. Lui è uno tranquillo, è un attore molto serio. È andato in roulotte e mi ha chiamato per spiegarmi la scena. Ha fatto la scenetta iniziale e finale del video, e l'abbiamo provata già nella roulotte. È stato come vedere per la prima volta Verdone al cinema.

"Coraggio" è un album con ben 7 collaborazioni, tra cui spicca quella con Elodie. Come vi siete conosciuti? Com'è partita l'idea del brano?

Con Elodie ci siamo conosciuti al Forum di Assago al concerto di Guè Pequeno, ci siamo subito trovati bene. Abbiamo fatto amicizia durante una serata e ci siamo detti: ‘Facciamo un pezzo assieme'. Gli mandai una base che non andava bene, fortunatamente abbiamo cambiato e gli ho mandato "Parli Parli", una roba tra classico e moderno, una cosa alla Mina, che è nelle nostre corde e lei è stata perfetta.

Come hai detto prima, hai affrontato anche temi duri, come quello della dipendenza. In "Fratellì" soprattutto, sembra esserci una narrazione diversa, rispetto a quella della scena a livello nazionale. Com'è nato questo racconto?

Volevo cambiare una narrazione a ciò che ormai viene preso come qualcosa di frivolo. Passa il messaggio che se sei dipendente da qualcosa è pure mezzo figo. Invece l'ho voluta raccontare per quella che è, per lo squallore e per tutte le situazioni che esistono in queste situazioni. Non è solo "daje gang so figo".

Come dimostra "Je m'appelle", la tua passione per le lingue straniere è uno dei tratti distintivi della tua musica. Da cosa nasce?

Vi confido sta cosa, io non parlo niente di francese. Mi piace giocare con le parole di altre lingue, perché sono più belle ed escono bene, dandogli il senso che devi. Dall'altra parte ti dico che non saprei dirti una frase. Sono un amante del vocabolo e di come questo riesce a portare musicalità e senso alle frasi.