Anna Cacopardo, in arte Cara, è una delle rivelazioni musicali italiane degli ultimi mesi. Dopo una collaborazione da più di 20 milioni di stream su Spotify con "Le feste di Pablo" in collaborazione con Fedez e il remix di "Mi serve" con Samuel Heron, Cara ha pubblicato lo scorso 6 novembre il suo primo progetto discografico. "99" è il primo Ep della cantante, in cui esplora i suoi 21 anni attraverso le sei tracce. Un disco che arriva alla fine di un percorso iniziato all'Istituto musicale "Folcioni" di Crema, dove si specializza in canto e pianoforte, ma che l'ha portata anche alla fase finale del concorso Area Sanremo. Un'artista che è stata letteralmente rapita da John Lennon, ma che è cresciuta attraverso il cantautorato italiano di Dalla e De Andrè.

Il titolo del progetto è 99, ma si riferisce solo al tuo anno di nascita o possiamo trovare altre chiavi di lettura?

Questo progetto è il risultato del mio modo di vivere le cose, dei miei comportamenti, dei miei pensieri. È tutto racchiuso qui: qualsiasi fattore che mi ha condizionato nei miei 21 anni è diventato un filo conduttore che passa attraverso tutte le tracce del mio progetto.

Uno dei singoli che hanno avuto maggiore impatto sulla partenza della tua carriera musicale è "La feste di Pablo", brano in collaborazione con Fedez. Mi racconti come è nata la collaborazione e le tue sensazioni?

Parto sicuramente dalla componente umana, perché è essenziale nella musica. Federico è un artista che è stato in grado di trasmettermi da subito entusiasmo e consapevolezza in tutto, questo è importante perché io mi considero all'inizio della mia crescita. Entrare in connessione con il suo mondo, mangiare con lui sushi in studio, avvicinarci a livello umano è stata un'esperienza incredibile. In più la collaborazione è stata poi una sorpresa per me, avendola scoperta direttamente dal mio produttore: non c'è stata alcuna strategia e così dopo aver ascoltato il mio brano mi ha chiesto di poterci scrivere una strofa, ma solo dopo qualche tempo. È stata una bella sorpresa.

Più di 20 milioni di ascolti in streaming per un'esordiente sembrano tantissimi. Questi numeri ti influenzano o è ancora troppo presto per venire sedotti dalla fama?

Il mio pensiero è: la musica è e sarà sempre al centro di tutto. Io voglio fare musica e sono concentrata e focalizzata su questo. Poi ammetto che il riscontro inaspettato e importante mi ha fatto molto piacere. Soprattutto grazie ad alcuni messaggi, durante il lockdown, in cui le persone mi scrivevano che quella canzone li faceva stare meglio. Cerco solo di portare un po' di colore e sono felice quando le persone ne traggono dei benefici.

A proposito, il brano è uscito proprio durante il periodo di lockdown. Una gioia quasi strozzata.

Il lockdown l'ho vissuto in maniera molto particolare, come fosse una bolla, un momento di sospensione. Poi c'è stata la scintilla, questo brano con Fedez che mi ha fatto vivere tutto in maniera molto particolare, con un grande entusiasmo. Certamente è stato difficile adattarmi, penso solamente alle prime interviste che per forza di cosa sono dovute diventare delle dirette social. Non ero abituata, ma piano piano ho dovuto capire le varie dinamiche.

Il brano "Lentamente", contenuto nel tuo nuovo Ep, sembra accomunarsi alle sonorità di un'artista francese: Jain. Quali sono i tuoi ascolti ultimamente, e quali artisti invece ti hanno influenzato nella produzione del disco?

Io ho ascolti molto diversi tra loro, un aspetto che tende a influenzarmi poi nella produzione del disco, in cui cerco di creare una chiave di lettura tra tutte le idee che mi suscitano i brani. Per esempio, ultimamente mi affascinano molto James Blake e MacMiller, pur venendo dal cantautorato italiano con Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla e Samuele Bersani. Ci sono stati degli artisti che però rimarranno per il resto della mia vita fonte di ispirazione come John Lennon e David Bowie. Come nella mia musica, cerco di farmi influenzare anche negli ascolti.

"Tevere" potrebbe essere la traccia più personale dell'Ep. Quali emozioni ti suscita?

"Tevere" nasce da un momento in cui ho vissuto una delusione, in cui la scrittura di questo brano mi ha dato la forza di reagire e di dire a me stessa che non poteva finire così. Il brano gioca con tutte le sensazioni dei miei 20 anni in un racconto dolce amaro, in cui ti accorgi che hai buttato via qualcosa che non volevi perdere e che adesso non riesci più a controllare. Mi è capitato di vivere una situazione di questo tipo e l'ho voluta raccontare.

Quanto credi incida in questo momento l’immagine e l’immaginario della tua musica? Ma in generale, credi che una bella voce da sola non serva più?

L'immagine e tutta la comunicazione visiva è importante, componente fondamentale perché adesso è tutto più accessibile e veloce. Basta vedere i social e la velocità con cui possiamo approcciare alle immagini. Anche per questo nei testi aumentano le immagini che vanno poi a tradurre un concetto, così che il fan possa rispecchiarsi in ciò di cui parliamo.

Cosa significa in questo momento uscire con un progetto e non poterlo presentare live? Com'è il tuo rapporto con la musica dal vivo?

Non vedo l'ora di fare un live, per questo questa situazione mi rattrista. Per quanto mi riguarda è fondamentale suonare dal vivo e io non vedo l'ora di vivere quel contatto, il palco è il modo per entrare in connessione con le persone. Adoro andare ai concerti perché è un momento unico. Mi sento sempre in un mondo parallelo, percepisco un'umanità che trovi solo ad un concerto.

Qual è il risultato che vorresti da qui ad un anno?

Ti cito una frase di David Bowie: "Non so dove sto andando, ma so che non sarò noioso". Voglio lasciarmi una finestra aperta all'inaspettato. Principalmente mi vedo a scrivere a fare dei live, ma il futuro non lo posso conoscere e forse non vorrei nemmeno saperlo.