Dopo il successo di "Prisoner 709", l'album di Caparezza certificato doppio platino anche grazie alla spinta del singolo "Mi fa stare bene" e un doppio tour che lo ha visto impegnato sia indoor che outdoor, il rapper pugliese è tornato con un album live che comprende un dvd documentario, il cd originale e quello live che esordisce sul podio degli album più venduti della settimana. Ai microfoni di Fanpage.it ha spiegato come vive il live, nonostante l'acufene di cui soffre e che è protagonista dell'ultimo lavoro: "È una vera seccatura, lo è anche in questo momento, io poi, tra l'altro, dal vivo non faccio altro che picchiare sulla parte dolorante, ma per quanto mi sforzi di non alzare i volumi del mio bodypack è inevitabile che per non sentire l'effetto ‘sto suonando in cameretta' devo alzare un po' il volume e il risultato è che ad oggi sento di aver perso anche parte dell'udito. Ero troppo concentrato a fare i concerti per curarmi di me, però come sempre accade adesso è il momento di occuparmi di Michele".

La differenza tra disco e tour

Caparezza è uno degli artisti di cui è più un piacere guardare un live e questo era anche un momento particolare: "No, non è stato faticoso rivivere i momenti che hanno suscitato la scrittura di "Prisoner 709″ perché comunque è un modo per esorcizzarli e dargli una nuova veste. Per me la parentesi tour e quella disco sono completamente diverse, pur trattando la stessa canzone: è stato, invece, molto divertente sia la parte del tour indoor che quella estiva, con uno che aveva come filo conduttore la prigionia e l'altro la libertà. Io sono arrivato sempre al limite, è come se avessi sempre calcolato il numero delle date necessarie a suonare con convinzione, ma questa volta ho finito il tour che avevo ancora voglia di fare qualche data".

Le differenze generazionali

Da sempre protagonista della scena rap italiana, il cantante pugliese si è sempre distinto per la sua capacità di rimare e per la scelta mai banale delle parole e dei significati delle sue canzoni. A 40 anni, spiega, è normale non pretendere di essere la voce dei 20enni anzi è l'età giusta per imparare: "Io faccio quello che mi pare e piace, cercando di non farmi influenzare da nulla, men che meno da quello che è il gusto momentaneo. È giusto che le nuove generazioni abbiano il loro linguaggio, il linguaggio della loro generazione, sarebbe assurdo avere la pretesa, superati i 40 anni, di essere rappresentativi per un pubblico di ventenni, dopo una certa età non hai più niente da insegnare ma solo da imparare".

La trap e Vieni a ballare in Puglia

Parlando della trap, poi, scherza e dice che una delle caratteristiche, ovvero il terzinare le rime, lui lo faceva ai tempi di "Vieni a ballare in Puglia" ("che non è un pezzo trap, ma è un terzinato tipico della tarantella") per cui, a 20 anni di distanza, non si dispiace più del fraintendimento del significato: "Non posso obbligare qualcuno a pensarla in maniera diversa o essere meno superficiale nell'ascolto, ho fatto pace con questo problema dell'incomprensione se no avrei potuto farmi condizionare e scrivere in maniera molto più semplice di modo che il mio messaggio risultasse chiaro e limpido ma non è andata così, sono andato in un'altra direzione. Io cito sempre Herman Medrano, rapper veneto con cui ho condiviso il palco diverse volte che a un certo punto ha scritto: ‘Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu'".