Dal 2018 le classifiche Top Of The Music conteggeranno solo gli stream a pagamento a differenza di quanto avvenuto quest'anno. Il 2017 è stato un anno importante per quanto riguarda le classifiche FIMI, ovvero quelle che ogni settimana fanno da cartina di tornasole di quelli che sono gli album, i singoli, i vinili e le compilation più vendute d'Italia. In realtà il termine "venduto" da tempo è usato soprattutto per semplificare il concetto, dal momento che per quanto riguarda il conteggio della classifica dei singoli da due anni è lo streaming a farla da padrone e regolare le posizioni di testa. Questo 2017 è stato anche un anno di sperimentazione per quanto riguarda la forma album, un anno di assestamento e studio per capire in che modo adattare le classifiche ai cambiamenti recenti e continui della discografia mondiale.

La rivoluzione dello streaming

Da qualche anno, infatti, lo streaming è il settore con il maggiore incremento annuo, per quanto riguarda la fruizione musicale: finire nelle principali playlist di Spotify, per esempio, è diventato un bisogno necessario per chiunque voglia far arrivare la propria musica a quante più persone possibili. Per questo la FIMI ha pensato bene di conteggiarlo anche per gli album e così dal luglio del 2017 le classifiche degli album hanno visto l'arrivo di molti artisti che sulle nuove modalità di distribuzione della propria musica avevano puntato molto: il rap e la trap hanno cominciato a fare capolino in maniera sempre più intensa e i mesi estivi ne sono stati l'esempio più evidente.

Il peso di chi paga per la musica

Da qualche settimana, poi, per quanto riguarda le certificazioni hanno cominciato a essere conteggiati gli stream di tutto l'anno cercando di unificare un conteggio che di per sé non è semplicissimo. Nei giorni scorsi la FIMI ha annunciato che "dopo una prima fase di test e con l’obiettivo di attribuire un reale valore ai consumi fisici e digitali, si è giunti alla decisione di considerare validi ai fini delle classifiche Top Of The Music solo gli stream a pagamento, ovvero solo gli ascolti derivati dai servizi in abbonamento premium". La decisione è importante e comporterà qualche novità e un altro periodo di assestamento, con qualche strascico polemico. Come avviene, ad esempio, nella politica, per quanto riguarda i sistemi di votazione, anche in questo caso le varie fazioni discutevano della democratizzazione o meno della scelta: dare la possibilità a chiunque di contare o solo a chi decideva di fare una scelta forte come quella del pagamento? L'opzione è caduta sulla seconda:

Sebbene la fruizione free resti sempre molto forte, siamo di fronte ad una significativa migrazione di utenti verso i servizi premium e questo è un segnale dell’evoluzione del mercato che non si può ignorare – si legge nella nota FIMI -. Lo streaming, inoltre, si avvia a rappresentare un segmento di mercato maturo che in Italia vale ormai il 44%. In questo contesto, appare ancora più importante valorizzare i consumi affinché le classifiche di vendita rappresentino una realtà più omogenea.

Il tasso di conversione tra streaming e download

La FIMI fa anche sapere che "il conversion rate (ovvero il tasso di conversione, ndr) tra download e streaming resterà per ora immutato, ma sarà oggetto di analisi semestrali al fine di valutare possibili aggiornamenti rispetto alla metodologia esistente. Attualmente corrisponde, nel caso dei singoli, ad 1 download per 130 ascolti in streaming, mentre nel caso degli album, si mantiene quella conversione ed il numero totale degli ascolti relativi ad un titolo album (con cap del 70% sul singolo più ascoltato) viene diviso per 1.300. La novità sarà applicata sia alla classifica degli album che a quella dei singoli e avrà ovviamente effetto anche sul sistema di certificazione ufficiale degli award d’oro e platino di FIMI.

La posizione dei musicisti indipendenti

Claudio Ferrante, presidente e fondatore di Artist First, ha voluto spiegare la sua posizione riguardo a questi cambiamenti, rispecchiando la posizione di molti indipendenti italiani che vedono questa come una mossa che può difenderli ancora di più nella scelta di investimento verso nuovi artisti: "Partendo dalla volontà di dialogare costantemente con tutti gli attori in campo per portare un contributo positivo al mercato musicale, credo sia molto importante dare valore alla musica escludendo dai conteggi gli streaming gratuiti. Se parliamo di classifiche di vendita, infatti, non è davvero possibile considerare il contributo di chi non paga un abbonamento a piattaforme come Spotify, TimMusic, Deezer o Apple Music. Sostengo, quindi, a nome di tutti gli indipendenti italiani, a gran voce questa scelta anche per difendere l’impatto delle economie dell’industria musicale sugli imprenditori che oggi investono in nuovi artisti. Da gennaio le classifiche che vediamo oggi saranno completamente diverse, più rispondenti alla realtà delle cose e capaci di supportare il valore enorme che ha la musica, che è aggregazione ed emotività".