La popolarità l'ha raggiunta quando ha passato i 40 anni grazie a Sanremo, amplificata da un coup de theatre. Eppure sono anni che il mondo della musica conosce Bugo, anzi per la precisione conosce le sue tante anime. Cristian Bugatti, che ha voluto dare il suo nome reale al nuovo album, è uno degli artisti che hanno segnato il mondo del pop nazionale negli ultimi 20 anni (sic). Nel mondo alternativo il suo nome è quello ormai dei veterani, ma ci è voluto il Festival di Sanremo, una canzone apprezzata come "Sincero" e il litigio con Morgan per far sì che diventasse nazional popolare. Il cantante è tornato con un album pop, un singolo insieme ad Ermal Meta e di Morgan non vuole più parlarne. In compenso ha voluto parlare della sua carriera, della sua fama da rompiscatole, di Mi Manca, dei furbi e dei suoi quattro anni in India.

Hai ottenuto il risultato che volevi quando hai intitolato l'album a Cristian Bugatti, ovvero farti conoscerti meglio?

Per quanto riguarda i risultati è un po' presto per trarre una conclusione, io le traggo dopo almeno un anno: il pubblico sanremese era talmente grande e nuovo che ho pensato che intitolare l'album "Cristian Bugatti" fosse la formula migliore. A stretto giro posso dirti che la mia volontà di presentarmi a quel pubblico, in modo semplice, con mio nome e cognome è andata bene. Ripeto: se ho ottenuto quello che volevo è presto per dirlo, certo la notorietà è enorme e uno lì va anche per avere una notorietà e io l'ho avuta, è esplosa: la canzone "Sincero" è piaciuta molto, è andata bene in radio, abbiamo lanciato un nuovo singolo, questi sono i risultati che vedo, anche il video del Primo maggio è uno dei più visti, quindi vuol dire che c'è attenzione.

Quando ascoltai "Nessuna scala da salire", visto anche il suono, pensai potesse essere il momento per allargare il pubblico, invece niente. Come mai ci è voluto tutto questo tempo?

Non saprei risponderti, io ho sempre investito – in tutti i sensi, anche economico – molto nei miei album, tanto che nel 2002 ho firmato con la Universal, un segnale che faceva capire che se anche ero particolare, con la mia idea di aprire una certa mentalità – alternativa non indie -, al grande pubblico aveva senso. Non so perché ci è voluto tanto, forse c'entra l'età, perché quando uscì quell'album non ero più tra i giovanissimi, avevo già 40 anni, venivo da un disco che aveva spaccato in due la critica.

Tu ti descrivi come un alieno, la tua carriera è costellata da tanti cambi, può essere stato questo?

Il mio aspetto artistico, fatto di continua evoluzione e mutazione anche nell'immagine, non ha aiutato, forse. Ho sempre avuto questo desiderio di mostrare diversi lati del mio carattere e questa cosa forse, in Italia, ha fatto sì che ci mettessi un po' più di tempo. Anche se va dato atto alla Universal, all'epoca, di avermi messo sotto contratto, quindi la curiosità c'è sempre stata, probabilmente i grandi numeri stentavano ad arrivare, anche se io me ne sono fregato: se faccio questo lavoro da 20 anni vuol dire che qualche numero è arrivato, diciamo che c'è voluto tempo per assorbire il mio personaggio. Dopo 20 anni Sanremo è arrivato nel momento giusto, con un disco giusto, con una collaborazione perfetta e diverse situazioni che si sono allineate.

Spesso sei visto come il rompicoglioni, quello difficile da gestire, però, lo sai vero?

È una cosa di cui mi sono accorto nei giorni sanremesi, durante le interviste in cui mi dicevano che pensavano che fossi una persona più riservata. Però non sono rompicoglioni, forse rompendo gli schemi posso sembrare uno ostico ma non è così, come vedi anche tu adesso. A Sanremo tutti mi dicevano: "Oh, ma sei simpatico!", probabilmente mi giudicavano non conoscendomi o conoscendo solo il sentito dire, che era enorme. Sanremo mi ha aiutato per scardinare un tabù nei miei confronti, quello di personaggio difficile, anzi mi ritengo una persona semplice, ma avendo avuto una carriera di un certo tipo ci vuole un po' di tempo anche per raccontarsi.

Ti spiace che "Sincero", che era molto apprezzata, sia stata quasi scavalcata dalla versione rivisitata da Morgan?

Ma no, fa parte del gioco, è successo un episodio che ha toccato personalmente me e il mio staff, ma la canzone piace, poi ognuno prende e sceglie se vuole da che parte stare. Io, da artista, ho scelto una canzone e l'ho cantata con uno che pensavo fosse un mio amico. Niente mi può scalfire, credevo in quella canzone, credo tanto in quello che faccio, al punto che nessuno può intaccarla: se non può farlo un evento così figurati il resto. Quello che è successo fa parte di un racconto che rimarrà nella storia della musica italiana, sono stato il primo artista ad aver abbandonato il palco, cerco di vederne il lato positivo.

"Che ci vuole a comporre una canzone mentre aspetto la mia colazione. Ci vuole poco rubo qualche parola e la musica da un vecchio successo” canti in "Che ci vuole". Mi sembra tanto una frecciatina…

La canzone è una pizzicata d'orecchio ai furbi, a chi pensa che basta mandare a fanculo qualcuno in tv per diventare qualcuno, ai faciloni, a chi pensa che per creare una canzone basta rubare, c'è una altro verso in cui dico: "Che ci vuole, timbro il cartellino, dopo vado al mare, me la cavo sempre", sai è una delle mie caratteristiche che mi piace, toccare temi sociali e dargli un taglio ironico. Anche se quella canzone, nel ritornello, ha un'esplosione d'amore, quando canto "A me ci vuole te".

"Mi Manca" nasce per questioni di etichetta? Per questione di etichetta e poi è nata amicizia? Nasce per stima?

Beh l'ultima cosa che hai detto soprattutto. Io ed Ermal ci conosciamo di persona da quando abbiamo cominciato la collaborazione per la canzone. Lui mi ha citato un paio di episodi, nel passato, in cui ci eravamo incontrati…

Quando il più famoso dei due eri tu?

Sì, ci scherziamo, lui è uno serio, che non dimentica le cose. La collaborazione, ovviamente, è stata favorita dal fatto che fosse un compagno d'etichetta, ma hanno coinciso molte cose, come la stima reciproca, l'etichetta, ma anche una voce adatta per la canzone: lui mi è sempre sembrato che avesse una voce, che insieme alla mia, fosse adatta. Mi sono reso conto che la mia non bastava per raccontare quella storia, ho pensato che essere in due a raccontare la nostalgia tra due amici il messaggio sarebbe arrivato ancora più forte, quindi Ermal è arrivato al momento perfetto. E lo ringrazio per questo, perché non è scontato che un artista della sua fama duettasse con me. Quando gliel'ho proposto non era successo ancora niente, non c'era stato Sanremo, avrei tratto vantaggio io dalla sua fama, per questo il suo sì non era una cosa scontata.

Mi manca una delle facce di Bugo in quest'album, comunque…

Sì, nel mio disco ci sono canzoni che hanno tagli diversi, "Mi manca" è molto diversa da "Che ci vuole", molto diversa da "Sincero" e da "Un Alieno" per dire.

Però è molto vicina a "Al paese", almeno per quanto riguarda il concetto di malinconia e rimpianto per la mancanza di responsabilità, no?

Sì, esatto, "Al paese" tocca il tema della mia età e dei ricordi del passato, nonostante ritmicamente sia molto più veloce. Per me essere paesano e provinciale è un grande valore…

Anche perché tu sei della provincia, pur vivendo a Milano…

Il concetto americano della globalizzazione, che mi affascina, lo ritengo poco italiano. Anche se mi ritengo una persona globalizzata il concetto di provincia mi piace molto, è uno dei nostri punti di forza. Tornando alla domanda e al ricordo, mi sono reso conto che negli ultimi anni di ripartenza, tra disco e libro, ho riaffrontato delle tematiche della mia vita, le ho riprese, ma sono venute naturalmente, è stato un processo naturale. Non mi ritengo un nostalgico di natura, ma forse a un certo punto della propria vita anche riprendere delle cose che avevi dimenticato è un cosa bella. Poi, vabbè, io sono uno che guarda avanti…

Senti, in Mi manca torna Sergio, che fai, ci prendi in giro?

Ma no, è un caso, è un nome che mi piace. All'epoca in "Cosa ne pensi Sergio" era più specifica: l'aneddoto è che quando la scrissi, ero con un amico, Sergio, appunto, avevo tutta la canzone, ma mi mancava il ritornello e mentre l'ascoltavo chiesi: ‘Cosa ne pensi Sergio?' e in quel momento ho pensato che chiedere il parere a un amico fosse un bel messaggio, e poi ovviamente suonava bene. Nella canzone recente, invece, è un nome che stava solo bene in quei versi…

Era calcolata l'uscita di "Mi manca" per questo periodo o avete deciso di farla uscire perché rispecchia il periodo?

La canzone è stata composta in un momento in cui mi ero reso conto che nell'album avevamo molte canzoni veloci e c'era bisogno di emozione. All'inizio non pensavamo di uscire dopo Sincero, volevamo qualcosa di più happy, solo che con il Coronavirus non mi andava di uscire con un pezzo troppo allegro e ho pensato che fosse carino uscire con questa, e visto che coincideva anche col Primo Maggio, mi andava di dare questo messaggio. Mi sono reso conto che a me mancavano molte cose e mi sono chiesto cosa mancasse agli altri.

Hai qualche rimpianto per questo periodo in cui avresti potuto fare tanti incontri?

Quello che è successo è talmente enorme che i miei rimpianti sono inutili, non hanno peso, poi non è una cosa che ha toccato solo me, ma 60 mila lavoratori del settore, musicisti, artisti, tour saltati etc. Non ho mai pensato di poter raccogliere di più, anzi sono contento che il disco sia uscito a Sanremo.

Ti faccio questa domanda solo perché Morgan ha rilasciato un'intervista in cui parla di te, dicendo che lo hai strumentalizzato. Ha ancora senso continuare con questa polemica?

[Silenzio]

Ok, è chiaro il messaggio. Senti l'altro giorno mi è capitato sotto le mani "Cronache di Gerusalemme" di Guy Delisle, fumettista che girava il mondo accompagnando la moglie che lavora per Medici senza frontiere. Mi sei venuto in mente perché anche tu hai girato il mondo accompagnando tua moglie per lavoro, giusto?

Sì, ho vissuto quattro anni in India e quattro in Spagna, perché mia moglie fa un lavoro che ci porta a viaggiare. E viaggiare ti fa anche amare di più il tuo Paese. Quando sono stato all'estero mi sono reso conto di quanto mi piacesse il nostro Paese, mi è servito molto.

Ti è servito anche artisticamente lo stare all'estero? Sempre Delisle scriveva e disegnava della sua difficoltà iniziale, appena arrivato in Israele, di mettersi a scrivere…

Guarda, i primi due mesi in India sono stati uno sconvolgimento totale, anche perché parliamo di un Paese molto diverso dal nostro: il clima, il modo di salutarsi, la guida a destra, l'alimentazione, il modo di relazionarsi tra uomo e donna in maniera diversa, hanno una religione che è più una filosofia di vita. Sono stati mesi incredibili, ed è stato anche molto formativo, una cosa che rifarei, forse sarei anche un po' più pronto. Dal punto di vista artistico non sono stato fermo, anche perché mentre ero lì uscì anche un album e cercai d fare anche un tour che fu complicatissimo organizzare. Poi presi una pausa dalla musica e mi sono dedicato all'arte visiva e per un paio di anni non ho composto. Quando sono tornato in Spagna, poi, ho ricominciato ed è uscito "Nessuna scala da salire".

E ora stai scrivendo?

Sì, ho cercato di sfruttare questo periodo. Anche non potendo fare granché, mi sono chiesto cosa potessi fare di positivo e creativo per migliorarmi: scrivere canzoni, fare il mio lavoro, non perdermi in cavolate e andare al sodo. Invito ai ragazzi a sfruttare questo momento, se sei un artista, hai 30 anni, sfrutta questo momento per darci dentro. Mi auguro che nel 2021 usciranno dischi incredibili.