Non so voi, ma per chi scrive la scelta della musica con cui cominciare la giornata è fondamentale, così come quella che ci aiuta a superarla, la giornata. Nell'epoca delle playlist forse è tutto un po' più semplice, forse troppo, nel senso che la playlist, pensata verticalmente su un genere, un gusto etc, accompagna senza dubbio una nostra voglia, senza, però, darci la possibilità di deviare troppo da un percorso definito da altri, che, sia chiaro, a volte va anche bene. Cioè, talvolta può essere un ottimo trampolino di lancio per definire la propria playlist personale quotidiana; per esempio, la sveglia vi mette nel mood di ascolto della playlist pop per cominciare bene la giornata, perfetto, quello può essere un punto di partenza e nell'ascolto anche distratto che facciamo in metro, negli autobus, in auto potrebbe capitare la canzone che non conosciamo e ci colpisce, portandoci ad approfondire l'album da cui è tratta o l'artista che la canta.

I pro e i contro delle playlist

Il problema di alcune playlist è che quelle principali sono un po' scontate: prendete quella dei Cantautori di Spotify, non c'è dubbio che dentro ci siano grandi classici, ma forse di De Gregori vorremmo ascoltare anche qualcosa che vada oltre "La donna cannone" e "Rimmel" (che restano capolavori) così come di Fossati sarebbe bello poter anche ascoltare "Carte da decifrare" e non solo (la sempre bella) "La mia banda suona il rock" . Insomma, uno dei problemi, al giorno d'oggi, è che cerchiamo sempre qualcosa che si allinei ai nostri gusti e che, soprattutto, gli algoritmi tendono ad appiattirsi su quelli, consigliandoci musica che potrebbe piacerci.

Non voglio musica che può piacermi

Ma io non voglio musica che potrebbe piacermi, io voglio bella musica, voglio scoprire la musica, voglio ascoltare anche cose ostiche (sebbene il concetto di "ostico" sia personale), cose totalmente lontane da quelle che ho ascoltato, voglio scartare 10 artisti per scoprirne uno, voglio che le mie orecchie comincino ad aprirsi, un po' come avviene con le letture e le idee. Insomma, voglio uscire da quella confort zone, dalla bolla che cerca di assecondarmi e che per anni mi ha allontanato da un certo tipo di musica.

Il Tropicalismo esplorato grazie all'insonnia

Chi lavora nella musica ha il problema opposto, ovvero quello di dover selezionare tra centinaia di stimoli quotidiani: canzoni in mail, riviste specializzate, colleghi etc, eppure una delle cose più belle resta imbattersi per sbaglio in canzoni e artisti vari, grazie ai social, ai libri e anche ai consigli degli amici. Qualche mese fa una notte insonne fu l'occasione adatta per tornare un po' più sistematicamente sul Tropicalismo, quel movimento culturale che colpì il Brasile tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 70 e che vide in Caetano Veloso, Gilberto Gil, Os Mutantes, Tom Zé, Rita Lee,  Gal Costa, Nara Leão alcuni dei suoi maggiori esponenti: il caso, infatti, aveva voluto che un giro su Twitter alle 2 del mattino mi portasse su un articolo su Joao Gilberto che a sua volta mi portò a Caetano Veloso e via così, aprendomi un mondo fatto di suoni sensazionali, di musica popolare brasiliana influenzata dal pop dei Beatles, o dal reggae (provate ad ascoltare "Nine out of ten" di Veloso, dall'album "Transa").

La musica scoperta

Alcune delle cose più interessanti ascoltate in questi anni sono cose scoperte per caso: è successo qualche mese fa con Domenico Lancellotti, ad esempio, autore di "The Good is a Big God" a cui però non ricordo come arrivai, ma ricordo come sono arrivato ai Sons of Kemet, band jazz inglese (a cui si mescolano suoni africani, dub etc) che poche settimane fa ha pubblicato l'album "Your Queen Is a Reptile", senza contare l'infinità di jazz scoperto leggendo articoli vari; a volte, però, capita anche di imbattersi in gruppi che – colpevolmente – non si ascoltano da molto tempo come avvenuto con i Bright Eyes su cui sono ricaduto leggendo un articolo su Calcutta (a cui devo anche la ricaduta sugli "Oneohtrix Point Never"), la cui discografia mi ha accompagnato per qualche giorno o ascoltare "Illmatic", album di Nas, su cui sono capitato leggendo un articolo su Ta-Nehisi Coates o ancora seguire un percorso inverso che da una articolo di un giornale sia arrivato a una playlist, nel caso specifico un pezzo del New York Times che parlava di come Riuichi Sakamoto ne avesse creata una ad hoc per il suo ristorante giapponese preferito di New York che, a suo dire, trasmetteva musica poco adatta all'ambiente. Lasciarsi trasportare dai link, senza pregiudizio, ma aperti a una nuova esperienza: e voi, invece, come la scoprite la musica? Come andate oltre il tormentone estivo?