Nato tra Pesaro e Tel Aviv, il nuovo disco del cantautore isrealiano Asaf Avidan racconta la sua evoluzione sia sul lato personale, sia su quello artistico. "Anagnorisis" è il titolo del nuovo lavoro, un termine greco che significa agnizione, l'improvvisa consapevolezza di una situazione reale. L'album è stato realizzato in collaborazione con Tamir Muskat, il partner con cui realizzò due dei suoi brani più riconosciuti come "Different Pulses" e "Gold Shadow" e con quella di Jonathan Safran Foer, uno degli scrittori più noti al mondo, autore di opere come "Ogni cosa è illuminata" e "Molto forte, incredibilmente vicino". Dopo l'annuncio dell'uscita di "Anagnorisis", Avidan ha pubblicato anche le prime tre date del suo tour italiano. Si parte il 20 febbraio dall'Auditorium Parco della Musica di Roma, poi l'artista si esibirà nei giorni successivi ai Magazzini Generali di Milano (21 febbraio) e al Teatro Duse di Bologna (23 febbraio).

Che tipo di "agnizione" hai avuto per scrivere quest'album?

Tutto l'album parla del fatto che non c'è un vero momento di comprensione che porta alla comprensione di se stessi, è solo questa nebulosa di cambiamento, è quasi come la fisica quantistica. Non puoi mai evidenziare dove sia la particella, è sempre una coesistenza, una molteplicità. È difficile da spiegare e questo è il punto, nell'agnizione non c'è un punto e non c'è un sé, c'è solo un miscuglio di esistenza.

Dove ti ha portato questo tuo vagare senza identità, musicalmente parlando?

Questa idea del "senza identità" penso si traduca molto nella musica che faccio, nel fatto di non vedere i generi musicali come un obbligo: non quantifico la musica in quel modo, prendo ciò di cui ho bisogno per rappresentare un'emozione e questa per me è la più grande lezione o prezzo che ho ottenuto dall'aver viaggiato così tanto, significa non farsi etichettare.

L'Italia è stata una parte importante nella creazione dell'album, vero?

Il mio più grande investimento è stato comprare una proprietà in Italia e farci una specie di studio, una postazione di lavoro per me, è un bellissimo pezzo di terra e c'è così tanta calma lì, non ci sono abituato. Sono cresciuto nelle città, questo stare con me stesso, questa calma, questa solitudine che ho trovato qui, mi ha fatto davvero trovare una diversa versione di me stesso e tutto l'album parla di questa versione di me.

Qual è il tuo rapporto con la natura? Come influisce sulla creazione dell'album?

Amo la natura, cavalco e ho tanti animali, pianto cose nel terreno e le vedo crescere. Non direi che sto creando musica facendo ciò, ma direi che tutto questo è parte integrante di chi sono come umano e penso che sia dentro la mia musica, che mi piaccia o no.

Come hai vissuto i mesi di pandemia?

Abbiamo cominciato questo progetto prima della pandemia, poi è successo tutto quello che sappiamo e sono rimasto bloccato in Italia; visto che in passato ho avuto un cancro, ho fatto la chemioterapia, sono considerato ad alto rischio. Quindi abbiamo lavorato con Zoom per fare riunioni, abbiamo continuato a lavorare all'album in questo modo e devo dire che è stato molto potente capire di avere tanto tempo a disposizione. Normalmente quando vai in uno studio di registrazione tutto dev'essere rapido perché hai a disposizione un numero limitato di giorni: questa necessità mi ha portato ad evolvermi ed è stato interessante.

Ci racconti lo storytelling di quest'album?

Penso che l'album parli del bisogno di definire se stessi, il bisogno di capire chi sono, sapendo che non capirai mai chi sei, perché stai sempre cambiando, ti stai costantemente moltiplicando in parti diverse.

Hai avuto un grande successo in tutto il mondo, come vivi la tua popolarità?

Non mi considero un artista pop, quando scrivo canzoni non mi importa, non penso a dove sto andando, guardo dentro me stesso e faccio l'album che voglio. Quando sono sul palco, poi, quelli che mi vedono realizzano in fretta che non mi importa, che ci siano 2 persone davanti a me o 30 mila, sto entrando in un processo, ho bisogno di buttare fuori questa serie di emozioni, sensazioni, dolore, paure, speranze o la sua mancanza.

Quanto è importante Jonathan Safran Foer per te e la tua musica?

Incredibilmente, incredibilmente tanto. Ci siamo conosciuti a casa sua a Brooklyn, abbiamo avuto una conversazione a proposito di questo lupo che ha cercato di colpirmi e lui ha scritto questa breve storia a proposito: una breve storia su di me, ma in verità su di lui, perché noi ci rubiamo sempre a vicenda le esperienze per farle nostre. È una cosa che non mi è mai successa: un altro artista con cui sperimentare così, ci rubiamo le cose a vicenda, quindi ho deciso di mettere questa breve storia dentro all'album.

Qual è, quindi, la connessione tra la tua musica e la visione di Foer del mondo?

Non posso davvero credere di conoscere questa persona, perché mi influenza in un modo talmente diretto, è quella cosa che quando la leggi dici: ‘Vorrei averla scritta io'. Sono pochi gli artisti che ho letto che mi hanno dato questa sensazione: ‘Oh mio dio sono i miei pensieri, le mie sensazioni'. Lui mi influenza per la persona che è, ma anche attraverso il filtro della sua arte, è così che lo descriverei e penso sia lo stesso viceversa.

Ti piace la musica italiana?

Lucio Battisti, quello con tanti capelli, lo amo, aveva una voce bellissima e mi piaceva lo stile, ma penso mi piaccia di più altra musica italiana degli anni '60 e '70, il che non mi sorprende perché amo anche la musica statunitense e inglese di quegli anni. Non conosco la musica italiana contemporanea e so che è una cosa sbagliata, ma in mia difesa dico che in realtà non conosco molto la musica contemporanea in generale. Mi spiego: ho una ragazza italiana e incolpo lei, è un suo errore, deve farmi conoscere più musica.