Santeria Milano
in foto: Santeria Milano

In un periodo molto complesso per l'economia del Paese a causa del Covid-19, anche il settore musicale non se la passa molto bene, e l'ultimo Decreto Rilancio ha costretto tanti attori del settore a fare i conti con quello che sarà nei prossimi mesi, con enormi ristrettezze per quanto riguarda, ad esempio, i live. Andrea Pontiroli è il fondatore di Santeria srl, gestore di due dei locali più noti di Milano e uno dei promoter e agitatori culturali più attivi sul territorio lombardo, uno dei poli principali della Musica italiana. È uno di coloro che ha vissuto sulla propria pelle i cambiamenti di queste settimane e a Fanpage.it ha raccontato quali sono le criticità, ma anche i punti da sfruttare per non stagnarsi ed essere pronti a ripartire. Quando sarà.

Andrea, cosa ne pensi del decreto e in che modo ti impatta sul tuo lavoro?

Credo principalmente che bisogna partire dal dato dell'incertezza del nostro settore, ma in generale dell'economia. Siamo in un momento in cui programmare qualsiasi cosa è veramente difficile e non è colpa di nessuno, perché non è che qualcuno abbia la risposta; il nostro lavoro, poi, ha una problematica, noi siamo degli assembratori di persone e quindi siamo quelli più colpiti, quelli che hanno smesso prima e inizieranno più tardi. Io non vedo in maniera così negativo quel testo, anche perché i testi vengono aggiornati costantemente in base all'andamento dei dati. È ovvio che fare uno spettacolo, attualmente, senza avere una marginalità data della somministrazione di cibo e bevande, con un numero contingentato si persone sarà impossibile.

Dici che non c'è alcun margine?

A queste condizioni non credo sia possibile, cioè fai venire delle persone, in numero molto ristretto, con tutte le spese, per poi non poter rifornire neanche i servizi che ti creano marginalità. Senza contare il piacere dello stare in quel posto: uno va a vedere un concerto, ma vuole bersi anche un bicchiere d'acqua, un caffè, una birra, e questo è un'ulteriore mancanza. Noi dobbiamo considerare lo spettacolo come un momento che deve essere goduto, se, al contrario, deve essere un momento di paura o troppe prescrizioni, con qualcuno che deve far rispettare le regole e qualcuno che cerca di non rispettarle, si crea una discrasia importante. Vedi quello che sta succedendo nei locali, chi li gestisce è stressato non tanto per le regole, che comunque reputano, nella maggior parte dei casi, giustissime, ma per il fatto che molti non hanno intenzione di rispettarle, e il gestore di locale si ritrova, alla fine, a fare la figura del poliziotto.

Praticamente gli sono quasi cambiate le competenze…

Sì, la paura di multe, di chiudere, ma anche solo di quello che può generare questo comportamento impone ai locali una riflessione generale, e infatti ci sono quelli che hanno aperto e subito dopo hanno chiuso, quelli che hanno scritto post di avvertimento ai propri clienti…

Voi come vi state muovendo?

Noi non siamo un locale che fa margine solamente con la somministrazione cibo e bevande, quindi abbiamo preferito aspettare, per vedere l'evoluzione della situazione. Stiamo sfruttando questo tempo per sistemare tutto quello che era sistemabile all'interno dei nostri locali, per capire come riaprire ma in maniera continuativa, non aprire per richiudere o perdendo soldi.

Dopo Corinaldo i club hanno dovuto affrontare costi non da poco per la sicurezza, pensi che possa riproporsi qualcosa del genere?

Guarda, non sono dell'idea di dover aprire a tutti i costi, del dover fare lo spettacolo, ma sono dell'idea, sia a livello di locale che di settore, di dover lavorare per un futuro sicuro nel momento in cui si ripartirà. Cambiare strutture e fare mille investimenti per poi avere una situazione con pochissima marginalità, con un pubblico che non sappiamo se verrà, è ancora più rischioso. Penso, invece, che bisogna lavorare per quando si riaprirà, essere in piena forma, per quanto possibile, cercando di aver risolto una serie di problematiche. Penso che tutto il settore debba pensare al futuro cercando di proporre delle situazioni che guardino al di là dell'emergenza, vedo troppa attenzione al momento emergenziale, ma penso che sia fondamentale guardare al di là, anche se è molto difficile.

Come si vive questo momento di emergenza, se le cose cambiano da un momento all'altro? Una cosa è che sapere che posso aprire tra una settimana, un'altra tra tra tre mesi o tra un anno…

Io non ho la ricetta, mi confronto tutti i giorni coi soci, ma anche con operatori vicini e si cerca di trovare tutti i modi per rendere sostenibile questo periodo. Cerchiamo se ci sono dei bandi, dei fondi, delle modalità di risparmio, si parla coi fornitori, si sistemano questioni varie, si fanno lavori spendendo meno, si cerca di capire, insomma, tutti i conti precisi di marginalità su ogni cosa: prima magari non avevo il tempo di controllare per bene se tutto si poteva fare con meno spreco, questa è l'unica modalità che abbiamo. Noi stiamo cercando di capire quando aprire la parte bar e ristorazione perché non possiamo permetterci di aprire per perdere, se no aggiungiamo danno a danno.

Può essere un momento per tentare di sistemare tutto il Settore? 

Insisto sul fatto che questo tempo non deve essere sprecato, abbiamo a disposizione del tempo per fare delle cose: il settore, ad esempio, non ha mai avuto una rappresentanza e questa è colpa del settore stesso, la rappresentanza non ti viene data dall'alto ma nasce dal basso e in questo periodo sta nascendo qualcosa, anche se non potrà risolvere il problema in due mesi, perché le lotte di rappresentanza, di sindacato non possono avvenire in poco tempo. È una prima situazione in cui stiamo capendo che abbiamo sbagliato qualcosa, a livello di settore.

Andrea, senti, ma il fatto che per fare margine non basti vendere biglietti è un problema o no?

Per quanto riguarda la marginalità, questa è data da due situazioni: da una parte i costi dati dal proprio settore, ovvero acquistiamo cachet di artisti con un livello di costi troppo alti, dall'altra il dover rispondere a delle situazioni legislative che creano dei problemi di marginalità, e a quel punto si tende a guadagnare solo dai servizi aggiuntivi: il guardaroba, il food e beverage e eventualmente altre situazioni (corporate event, sponsor etc).

Con queste cose hai a che fare quotidianamente: quali sono i problemi reali? E quali le proposte da avanzare? 

Credo che il settore debba provare a lavorare a fare proposte che nel lungo termine gli permetta di rialzarsi. Io sto facendo un lavoro per KeepOn, per esempio, che mi ha chiesto di coordinare un tavolo di locali e questo tavolo ha deciso di nominare un comitato scientifico, perché non possiamo essere noi a scrivere una legge, noi al massimo possiamo dare una direttiva su quello che ci serve, per questo ci siamo poggiati su esperti, professionisti che lavorino a una legge sullo spettacolo che vada a sviluppare tutti quei punti che hanno creato difficoltà, a partire dalla prima, ovvero che il settore dello spettacolo non ha un codice ATECO, le discoteche sono accorpate coi night club e tutti gli operatori dello spettacolo sono accorpati allo sport o altri settori, quindi quando viene fatto un decreto o una legge, noi veniamo messi da una parte o dall'altra.

A cui si aggiungono problemi più strutturali e fiscali…

Sì, ci sono una serie di punti fondamentali, a partire dalle aliquote Iva, che sui dischi sono distanti da un prodotto culturale come il libro: per i libri è al 4% mentre per i prodotti discografici al 22%, abbiamo una differenza di aliquote Iva per quanto riguarda il mercato delle serate danzanti rispetto alla musica dal vivo: 10% per i concerti, 22% per i dj set e questo è un casino perché talvolta in una stessa sera si fanno due spettacoli e ha un costo aggiuntivo, perché l'Iva solitamente ricade sull'utente finale, ma se io che vendo un prodotto all'interno del prezzo ho un'Iva più alta e meno marginalità. Poi c'è l'imposta sull'intrattenimento che incide dal 10 al 16%, abbiamo situazioni assurde come l'abolizione dei voucher per lo Spettacolo: per quanto riguarda festival o eventi estivi il lavoro di mesi si traduce in pochi giorni con un aumento del personale esorbitante, perché ovviamente ha una sua temporaneità: maschere, cassieri, baristi etc, in questo momento non possono essere chiamati con voucher ma bisogna fare contratto a chiamata o andare su lavoro interinale, mentre il voucher – quando non parlavamo di lavori continuativi -, permetteva all'operatore di lavorare in serate che hanno bisogno di staff diverso e io così posso tutelare tutti anche perché talvolta non è che uno vuole fare quel mestiere per sempre.