Essere se stessi non è mai facile, specie se non si rientra nei canoni "socialmente accettabili". Lo sa bene Andrea Di Giovanni, cantante e artista transgender che nella sua vita ha dovuto far fronte al bullismo e anche a una famiglia cattolica che, comunque, ha compreso che l'amore e l'ascolto valgono più di tutto. Dopo un'esperienza ad Amici ha scelto di volare in Inghilterra per continuare a fare musica. Negli anni è diventat* un'icona queer e dopo il successo della sua “Shame resurrection” (oltre un milione di stream) inserito nella serie di Netflix “Tiny pretty things”, da poche settimane ha pubblicato il suo primo album "Rebel" che mescola dentro di sé ingredienti funk, pop, R'n'B. Con l'artista abbiamo parlato di barriere di genere, ma anche di religione, queerness e del ddl Zan.

Ciao Andrea, parliamo un po’ di Rebel, come nasce?

Rebel nasce dalla voglia di far vedere il lato emotivo e sensibile di Andrea: parlo di relazioni con un partner, me stess* ed importanti eventi globali come l’emergenza climatica.

L'album si apre con un brano che flirta col gospel, ma andando avanti c’è dentro di tutto, dal pop, al R’nB etc, cosa avevi in testa a livello musicale quando hai cominciato a pensare l’album?

Volevo ottenere un suono che fosse attuale ma che richiamasse allo stesso tempo la mia infanzia, creando un mix di soul, pop e rock.

Tra l’altro mi colpisce che i primi due versi dell’album siano “Ehi, you say that I'm special, but you say that I'm the devil”, una dicotomia – tra come ti vedevano e come ti vedevi, per esempio – che leggendo anche la tua bio trovo molto coerente. È un’impressione? Ce ne parli?

Crescendo in una famiglia cattolica, ho interiorizzato per molto tempo un senso di vergogna e giudizio verso me stess*. Non essere eterosessuale rappresentava il peccato, qualcosa di sbagliato, “speciale” ma con una connotazione negativa. In Stand Up ho voluto ricreare questo dialogo interno che molte persone queer ancora oggi si trovano ad affrontare.

“We could be a miracle why you gotta be so critical. Everything you do is biblical, difficult embrace”, un afflato religioso con cui ti trovi a confrontarti da sempre. Come l’hai affrontato e in che modo ha impattato sulla tua arte?

Onestamente ho girato le spalle ad un mondo che ancora ad oggi fatica a stare al passo con i tempi. Ho studiato molto le religioni nel mio percorso scolastico ed in nessuna di esse persone queer vengono definite come “il diavolo” o come qualcosa di sbagliato. Questo mi ha fatto capire che forse le religioni non aiutino il progresso ma anzi cerchino di conservare arcaici concetti che oramai anche la scienza stessa ha superato. Nella mia arte mi piace utilizzare termini religiosi per raccontare eventi di tutti i giorni, paragonando l’esperienza religiosa a quella quotidiana… c’è da stupirsi per quanti aspetti in comune ci sono!

Senti, partecipasti ad Amici, poi sei andato via, in Inghilterra: ci racconti come mai questa scelta?

Avevo bisogno di sperimentare nuovi orizzonti con la mia sessualità e continuare il mio percorso di studi musicali. C’era ancora tanta strada da fare.

Lì hai trovato uno spazio che, se ho capito, in Italia non c’era. Qual era la situazione per le persone trans in Italia? E oggi che rapporto hai – se ne hai – con la comunità?

Nel 2013, se pronunciavi la parola “queer” o “trans”, le persone ti guardavano come se avessi pronunciato un verso dell’Odissea in greco antico, per capirci. Zero visibilità, zero presenza, solo disgustosi luoghi comuni e tantissima ignoranza. Oggi sono conness*o con la comunità queer italiana attraverso altri artisti come Sem&Stenn, Vergo e Protopapa che hanno portato una meravigliosa ventata arcobaleno in Italia.

Parlando con molti tuoi colleghi giovani si parla spesso dell’abbattimento delle barriere di genere nella musica. È forzato vederci proprio una voglia diversa di guardare al mondo anche al di fuori della musica?

Penso che un po’ tutti ci stiamo accorgendo che le etichette possono essere utili in partenza ma che dopo un po' di tempo tendono ad avere un effetto limitante sull’essere umano. Come il genere musicale, anche il gender non è altro che un costrutto che noi società abbiamo creato. Se ci pensi un attimo, maschile e femminile sono termini assoluti ma limitanti; non tutti coloro che si identificano come uomini sono “macho man” o, se come donne, “la casalinga di Voghera”. Guardiamo oltre, rompiamo barriere che noi stessi abbiamo creato e abbracciamo l’infinito mondo di possibilità alle nostre porte.

Ho letto che per te non è stato facilissimo da ragazzo, anzi sei stato spesso vittima di bullismo, giusto?

Purtroppo sì. Essere se stessi alle volte provoca una reazione di gelosia negli altri che porta alla violenza. La maggior parte delle persone che odiano la comunità queer sono spesso intrappolate nelle loro convinzioni; se una persona esce da tali barriere è da alienare e allontanare. Un qualcosa che fa pensare, no?

Ho anche letto che dalla tua hai avuto una famiglia che ti ha sempre supportato, giusto?

Sì e sono estremamente fier*o dei miei genitori. È stato un percorso fatto di tappe, discussioni civili e ascolto. Ma ci siamo arrivati insieme. Spero che questo diventi presto la normalità. Siamo essere umani. Vogliamo amare ed essere amati come tutti quanti.

Sarai tra i protagonisti della cerimonia di apertura del World Pride di Copenhagen ad agosto e ospite del main stage del Pride di Londra. Insomma, ti stai ritagliando anche uno spazio come megafono…

Sono molto orgoglios* della piattaforma che mi sto creando dopo anni di duro lavoro.

Hai letto il ddl Zan? Che ne pensi (specie visto da fuori)?

Ho letto il DDL Zan e senza ombra di dubbio lo trovo essenziale per la storia dei diritti umani italiani ed europei. Trovo molto triste che una minoranza politica abbia avuto tutto questo potere nel cercare di fermare la calendarizzazione del DDL. Spero che venga approvato il prima possibile, noi queer italiani ne abbiamo bisogno.