C'è un'etichetta che in questi ultimi tempi si è fatta sempre più spazio grazie a una proposta che mescola cantautorato a suoni urban e hip hop, è la Undamento di Frah Quintale e Dutch Nazari, due dei nomi più interessanti del panorama pop (It-Pop, New-Pop, Graffiti-Pop, come volete) italiano. Nel roster dell'etichetta c'è, però, anche Dola, artista romano che ha pubblicato il suo primo album, "Mentalità", che è un collage – come anche la copertina – di sonorità, appunto, che ha trovato in Lil Pump e Supermarket le due canzoni che in qualche modo rappresentano bene il suo mondo che gioca un po' con gli stilemi del cantautorato, un po' amore, un po' paranoia, un po' quello che ci gira intorno ogni santo giorno.

Ciao Dola, partiamo dal principio: qual è stato il percorso per arrivare a Mentalità?

Il percorso è stato dover fare molta luce e chiarezza su quello che avevo in mente e anche far pace con molte mie paranoie personali. È stato un percorso per molti versi di cura, anche se capita che per curare delle cose ne fai “ammalare” altre. In termini musicali è stato il figlio di quei due Ep che io e "mntl" avevamo pubblicato l’anno scorso. Un misto di lo-fi e canzone italiana che è quello che vorremmo fare sempre meglio.

L’incontro con Undamento, invece, come è arrivato?

È avvenuto dopo che abbiamo buttato on line “Martedì” un pezzo che poi è finito su SNLRNZ 01. Avevo già conosciuto Tommaso Biagetti in tour con Coez e poi Fobetti. Loro si erano presi bene con quello che stavamo facendo io e Leo e piano piano abbiamo iniziato a fare robe insieme.

Ma il nome Dola come nasce?

Dola è il nome che misi su Facebook per non scrivere Aldo.

Tra Lil Pump e Collare, le prime due canzoni del disco, c’è un mondo che racconta un po’ la tua idea di musica: come si è composta nel tempo?

Beh, mi piacciono le cose acustiche sicuramente per una questione di immediatezza, io di base suono la chitarra, molte volte mi vengono così delle idee, tipo Lil Pump. Collare è uscita campionando robe in giro e questo è l’altro lato che si lega di più all’hip hop che mi fa volare, poi arrangiandola è uscito quasi un pezzo punk ma appunto con un Dna più legato al mondo dei beat lo-fi. Alla fine stiamo cercando di fare un brodo.

Pop è un termine ombrello sotto cui puoi metterci tutto e tu non ti risparmi, dentro ci sono tante cose a livello musicale, con un’idea lo-fi sempre in testa: come hai costruito Mentalità? 

Da premettere che l’abbiamo costruito insieme io e mntl come fossimo una band, questo anche è un concetto di mentalità secondo me, cioè essere una band ma non esserlo allo stesso tempo. Comunque nasce tutto perché avevamo voglia di fare le cose sempre in maniera migliore, eravamo contenti a metà delle cose fatte precedentemente e secondo me qui siamo riusciti a miscelare meglio le nostre influenze, detto questo stiamo già lavorando su robe nuove.

Come funziona il progetto tra te e Leonardo Milani (mntl)?

Io e Leo ci siamo conosciuti in tempi non sospetti, avevamo sempre in mente di fare cose insieme e alla fine quando ci siamo incontrati è nata sta roba strana. Diciamo che lui è proprio il producer che lavora di notte e che fa mille robe al minuto. Io sono quello che preferisce la luce ché la sera è fatta per uscire a bere le birrette. Però abbiamo trovato un’alchimia che fa muovere tutto. Facciamo un po’ random, a volte scrivo un pezzo e lui lo arrangia, altre parto da un beat suo e poi faccio la canzone e lui il resto, dipende, non c’è una vera e propria regola, poi ci chiudiamo in studio da lui dove dormiamo anche per delle settimane e alla fine quando stiamo alla nausea ci fermiamo.

La copertina dell’album pare un riflesso del collage sonoro di Mentalità, è solo una suggestione?

Ora che mi ci fai pensare è vero, in effetti un collage è come quando campioni un sacco di suoni e poi fai un beat. In quella copertina ci sono tutte le persone che in qualche maniera hanno contribuito alla creazione di MENTALITÀ, non per forza tutti musicisti, ci sono anche i miei amici di Casalvieri e non. MENTALITÀ alla fine secondo me è un disco punk sulle relazioni personali e sul rapportarsi col quotidiano.

“Pugni chiusi dentro le mie tasche, tuta a coste, attenta, se ti sporgi caschi… nei miei occhi”, come nascono le tue canzoni, cioè, come le scrivi?

Sarebbe “tu ti accosti” ma devo dire che “tuta a coste” spacca.  “Maschi” è nata raccontando esattamente una giornata che mi è capitata. In generale nascono così, quello che capita finisce nei pezzi.

Ho letto che a un certo punto ti sei fermato e sei stato un po’ appresso a Giorgio Poi e Coez: cosa ti ha dato lo stimolo per ricominciare?

Sì, avevo smesso di fare musica perché mi ero rotto le palle. Ho iniziato a lavorare con un service di Roma e poi ho fatto il driver per Giorgio ma maggiormente per Silvano. È stato ai live di Coez che mi è tornata voglia di scrivere, anche parlare con lui mi ha fatto risalire la scimmia che fare musica è il mestiere più bello del mondo. Anche se per farlo diventare un mestiere ti ci devi ammazzare.

Ti stai divertendo, oggi? Che aspettative hai da questo percorso?

In questo preciso momento non mi sto divertendo visto che sto in un treno per Frosinone. Però poi mi viene a prendere un mio amico in stazione e faremo dei danni. Le aspettative da questo percorso è arrivare a Frosinone. Scherzo, vorrei come ho detto prima che questo per me e Leo diventi sempre di più il nostro lavoro, scrivere la musica bella.

Ti senti parte di una scena?

Ma in realtà sono sempre affascinato dalle cosa che poi non sono prettamente la mia “scena”, mi sento di far parte di un giro di persone che per qualche strano motivo mi vogliono bene e che io rispetto molto, non so se si chiama scena o amicizia. Ma sto bene così, anche nel mezzo.

Per il Mi Ami che set hai preparato?

Io e Leo sul palco con David Matteucci alla fonia, il resto spero che sia una roba che buca le orecchie.

Sei in fissa con qualcosa in questo periodo?

Sto ascoltando sempre in treno un live degli Entombed.