Riccardo Sinigallia (ph. Fabio Lovino)
in foto: Riccardo Sinigallia (ph. Fabio Lovino)

Riccardo Sinigallia rientra appieno in quei misteri italiani per cui un autore bravo, stimato, che ha scritto alcune delle più belle canzoni di questi ultimi anni, sia autore (tra le altre cose “Due destini” e “La descrizione di un attimo” per i Tiromancino, “Vento d’estate” e “Lasciarsi un giorno a Roma” di Niccolò Fabi o “Cara Valentina” per Max Gazzè), produttore (per Deproducers, ma anche per un album come "La fine dei vent'anni" di Motta), abbia calcato il palco di Sanremo con la canzone più bella di quell'anno ("Prima di andare via") non è conosciuto al grande pubblico. Da anni Sinigallia semina le sue canzoni e le sue produzioni ma i frutti di quella semina, parlando di grandi numeri, non sono mai arrivati e questa cosa crea da anni, nell'ambiente, una coltre di sorpresa che ormai è diventata una costante. Sinigallia, diciamolo senza problemi, è uno dei grandi della canzone d'autore italiana e sarebbe ora che la stima nei suoi confronti si allargasse ancora di più. A tentare di riuscire nell'impresa si sono messi anche Caterina Caselli e la sua Sugar che hanno pubblicato il nuovo album del cantautore romano, "Ciao cuore", anticipato dal singolo omonimo e da un video che ha visto come protagonista Valerio Mastrandrea, amico fraterno del cantante.

Ciao Riccardo, non partiamo subito dall'album, ma dal paradosso che ti insegue da tempo, ovvero quello per cui il tuo nome, nonostante le canzoni scritte per te, quelle scritte per altri, le produzioni e Sanremo sia ancora sconosciuto al grande pubblico. Cosa è successo?

Sono abbastanza sereno su questo argomento che ricorre spesso, forse perché è anche emerso negli anni e credo che sia una questione di scelte: credo anche che io abbia una responsabilità in questo percorso che tutto sommato, in questo momento, mi soddisfa ed evidentemente sono stato anche lungimirante. Ho vissuto con grande difficoltà il ventennio berlusconiano per la mia esposizione, quindi mi sono tenuto a una giusta distanza da alcune cose e forse ho pagato molto anche questo, però in questo momento sono molto contento, perché ho fatto i conti esclusivamente col mio lavoro e adesso guardandomi indietro sono molto contento di quello che ho fatto e finalmente ho una casa discografica che crede molto a quello che faccio e ho un rapporto molto diretto e di un livello eccellente, quindi adesso mi ritengo molto contento.

Ho l'impressione che un pezzetto di quello che è successo negli ultimi anni sia dovuto anche al tuo lavoro, alla tua influenza, specie per quanto riguarda l'ambiente romano. Forse i tempi non erano maturi per avere esposizione ampia, e ci sta anche che a un certo punto tu possa dire: "Non mi frega neanche tanto"… 

Guarda, io ho sofferto anche per questo, però ho messo in conto questa sofferenza in cambio di un’ambizione maggiore rispetto all’esposizione, cioè che la mia relazione alla canzone fosse una storia importante da raccontare, non semplicemente un elenco di follower o posizioni in classifica. Mi piace guardare la mensola del mio salotto dove ci sono i miei tre dischi e sapere che quei tre dischi posso portarmeli nella lapide o lasciarli lì per i miei figli e sapere che quest’ultimo disco posso metterlo accanto a quei tre.

Arriviamo a "Ciao cuore", ovvero due delle parole più comuni del nostro vocabolario, che riassumono un percorso fatto da canzoni che sono storie diverse ma legate da un filo comune: la tua vita. Torniamo sempre là, insomma.

Io ho questo limite che poi diventa forse anche un pregio, che è quello di attingere alle cose che mi riguardano personalmente, e mi piace utilizzare parole il più possibile semplici, quindi nel titolo ho messo le mie radici che in qualche modo potessero rappresentare il disco: uno è il saluto e l’altro è il soul, il cuore, che per me non rappresenta il soul come genere, ma come attitudine. Mettendole insieme formano una frase idiomatica romana, guarda caso, che è anche un intercalare, perché ormai è quasi perso il significato semantico o, comunque, si è rigenerata in una semantica diversa e diventa una cosa tipo Inshallah ateo, quindi era perfetto per sintetizzare questo lavoro.

Mi piace come parte “So delle cose che so”, è inaspettato per chi ti conosce solo per il tuo album precedente. Come nasce e come mai è la prima dell’album?

È una specie di operazione, termine che non mi piace tanto ma che questa volta ha senso perché è un’operazione artistica. Per chi conosce i miei lavori sparsi sa ricondurlo o al mio primo album o a quelli da produttore, è l’unione di due cose diverse: la prima elettronica è un’improvvisazione che ho fatto con questo synth che ho comprato da poco si chiama Organelle, con cui ho creato questa sequenza elettronica, però suonata non programmata, che mi piaceva moltissimo, e mi sembrava un’atmosfera giusta per il passaggio dal disco precedente a questo, ma comunque l’ho lasciata lì e inizialmente non avevo pensato di metterla nel disco. Poi avevo questa canzone, diciamo, questi versi di Franco Buffoni che mi aveva fatto conoscere Aldo Nove e mi avevano molto colpito e ho voluto assolutamente musicare e quindi con Andrea Pesce l'abbiamo registrato e l’ho cantata, ma erano separati. In realtà questi versi di Buffoni col pianoforte non erano sufficienti, mi mancava un elemento che lo contestualizzasse maggiormente e così ho provato a unirli e tutto quello che generava questa unione era perfetta per quell’operazione. Per questo è un'operazione, ma queste due parti si completano reciprocamente e fanno capire da dove viene quell’esplosione nel rapporto tra musica e testo.

La tua è una scrittura di precisione, che è anche diventato un luogo comune, parlando di te, ma è così. Quanto questa ricerca della precisione, della parola perfetta, della frase non scontata può diventare una gabbia, agli occhi dell'ascoltatore medio contemporaneo?

Guarda, mi rendo conto che negli ultimi anni l’alleggerimento necessario degli stili di scrittura, ma anche proprio esistenziali – perché quest’alleggerimento mi sembra che sia totale – possa sembrare un impegno eccessivo, ma in realtà provengo dalla tradizione cantautorale italiana, e mi sembra già che io sia molto leggero rispetto ai miei predecessori più illustri e che venero, da De Andrè a De Gregori, da Fossati a Battiato, da Paolo Conte a Battisti e Dalla. Da figlio di quella realtà tra musica e testo mi sento già molto meno rigoroso rispetto al contenuto, alla forma, alla poesia, e adesso mi rendo conto che le nuove generazioni puntano a distruggere quel rapporto, perché la bandiera è quella del “che palle, la poesia, la profondità” ma io resto fermamente convinto dell’idea che il testo è centrale e una buona consapevolezza della responsabilità della parola, come diceva Biagi, sia importante per me, per la musica, ma anche per il futuro.

Ovviamente la precisione non è un difetto ma un pregio…

Per me sta tutto lì, come scrive bene Natalia Ginzburg in un libro che sto leggendo e che si chiama “Mai devi domandarmi”, in cui dice che più o meno parla di questa precisione, come faceva anche Calvino: la precisione, la leggerezza sono molto importanti, perché quando sei vago in realtà confondi le acque e stai bluffando, quindi io la cerco molto e mi rendo conto che è una gabbia. Mi rendo anche conto che in questo momento quella precisione può rappresentare un segno di anzianità, può sembrare una cosa anacronistica, perché adesso le canzoni si fanno parlando di quello che hai intorno in quel momento, e in cinque minuti fai il pezzo; anche anche io mi muovo così, certo, solo che ho un bagaglio maggiore da cui attingere quindi posso permettermi di sostituire un’immagine della realtà con una metafora.

Guardandomi attorno, però, noto che esiste ancora una generazione molto attenta alla parola che cerca di essere accessibile senza essere per forza ‘facile'.

Sì, sì, ma per fortuna, ad esempio Iosonouncane è uno di quelli che mi ha colpito da subito, ma meno male che c’è ancora gente che difende la lingua.

Qual è stato il pezzo più complesso da chiudere?

"Ciao cuore", che è la fusione di due canzoni e mi ha fatto penare tantissimo perché avevo queste due canzoni, mi piacevano entrambe ma entrambe non erano sufficienti, quindi ho lavorato tantissimo su ognuna di loro ma alla fine non sono riuscito a chiuderle e mi sono detto: ‘Sai che faccio? Prendo la strofa di uno e il ritornello dell’altra' e boom, è uscita questa roba.

A proposito di "Ciao Cuore", qual è l’importanza di Valerio Mastrandrea nel tuo lavoro?

Valerio è stato sempre presente e come dice lui, la nostra è una fratellanza, anche se non ci frequentiamo assiduamente sappiamo sempre dove siamo e a che punto siamo. Siamo due isole che ogni tanto si riavvicinano, si guardano. Inoltre lui mi aiutò tanto all’epoca dei Tiromancino, mentre io, facendo questi video, lo metto sempre in condizioni di difficoltà: sopra i rami, con secchiate d’acqua addosso, ma lui si presta sempre con una bravura e una maestria che mi commuovono, è di una bravura incredibile.

Un’altra persona importante è Laura Arzilli, tua compagna e co-produttrice dell'album: quanto è difficile lavorare stando quasi sempre assieme?

Non sempre, in verità, perché ci sono dei momenti in cui ho bisogno di stare solo, soprattutto in fase di scrittura, però Laura è una degli artisti che ho conosciuto che ha maggiore profondità e capacità interpretativa. Una persona che a fatica esprime in maniera articolata le proprie sensazioni ma che sa come fartele arrivare ed è l’unica verso cui mi giro, aspettando il suo assenso o dissenso, e verso cui ho veramente un rapporto di attesa. Quindi ci lavoro benissimo, è una musicista straordinaria e un’artista incredibile.

Come stai vivendo l’attesa dell’uscita?

Mah, in maniera molto più serena, anche se grazie a quest’attenzione che ho da parte della Sugar, che mi sta coccolando, mi entusiasmo e mi fa essere felice e anche un po’ emozionato. A 48 anni, però, so benissimo che le aspettative sono molto pericolose, quindi già tutto quello che sta succedendo in questi primi giorni è talmente tanto che sono molto felice e soddisfatto. Non mi aspetto molto di più, però sono pronto, se succede non avrò dei contraccolpi giganteschi.

Che ti ha detto la Caselli?

Me ne ha dette tante, perché questo disco, se non ci fosse stata lei, sarebbe stato molto diverso, è un disco che lei ha seguito dall’inizio alla fine, abbiamo lottato insieme e in qualche momento ci siamo anche scontrati, ma sempre con un livello di comunicazione altissimo e stima reciproca enorme. Lei è gigantesca e sento quanto abbia consapevolezza di tutto quello che appartiene a questo lavoro. Una delle tante cose che ha fatto, però, è stato farmi capire che il limite delle mie produzioni – quelle per me stesso – poteva essere quello di non considerare sufficientemente importante l’aspetto vocale, cioè, mi diceva: "Se riesci a dare la stessa importanza al suono e al testo, alla parte interpretativa, dimenticandoti un po’ di essere un musicista e un autore, il tuo lavoro può essere accolto da più persone", così ho cercato di farlo e credo sia anche un po’ la novità di questo disco.