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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Mon Amour di Annalisa

Mon amour è uno dei singoli più amati di questi ultimi mesi, vi spieghiamo perché è così amato dal pubblico.
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A cura di Federico Pucci
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Quando capita di studiare musica, a livello elementare, ci si può imbattere in questa dicotomia: il maggiore è felice, il minore è triste. In questo modo manicheo si prova a spiegare il valore emotivo che convenzionalmente abbiamo assegnato a questa o a quest’altra successione di note. Ma la tonalità minore non significa necessariamente “triste”, specie quando parliamo di pop. Una canzone irriducibilmente “minore” ma che si faticherebbe a definire “triste” è Mon Amour di Annalisa, successo che da 4 mesi staziona ai piani alti delle classifiche e ancora resta popolarissima su Spotify e YouTube. Ma perché Mon Amour non cede? Perché resiste alla concorrenza dei tormentoni estivi, continuando a definire quest’annata di pop italiano? Cosa ce la fa piacere, insomma?

Il primo strumento di un cantautore per dare forma alla sua canzone è un giro di accordi, ed è da qui che spesso passa il primo contagio subliminale. Quelli di Mon Amour, per esempio, potresti averli sentiti (mezzo tono più in su) in una canzone decisamente famosa: Shape of You di Ed Sheeran. Ma se l’inglese disegna un loop di due battute ripetuto senza pietà, pop ridotto ai minimi termini, Annalisa – per così dire – scrive con un’altra sintassi, più classica: distribuendo gli accordi su sezioni di otto battute (l’unità standard, dal blues al rap), la cantautrice ci chiede di soffermarci con lei perché ha qualcosa da dirci, e non sarà sempre piacevole ma sarà intrigante. Questa è la promessa della canzoni ballabili in minore, una tradizione ormai talmente consolidata (dagli ABBA a Lady Gaga passando per i Pet Shop Boys) da aver invaso le classifiche del pop, stando a un’analisi del 2017 che rivelava una crescita di popolarità delle canzoni in tonalità minore. E in questo filone Annalisa ha trovato qualcosa di più che il suo spazio: una convergenza storica ideale.

Potresti non averci fatto caso, infatti, ma stiamo vivendo un rinascimento del dance pop. Nei grandi mercati – e non da oggi – la musica leggera vuole un basso pesante e una cassa dritta. Ma gli ultimi 4-5 anni hanno lanciato un nuovo segnale: forse per la fortuna commerciale di dischi come Future Nostalgia o After Hours, forse per la stanchezza dei lockdown, forse per i cali fisiologici di popolarità da una parte del rap e dall’altra dell’EDM, si sono aperte nuove possibilità e sono arrivate nuove professionalità nel pop. Non si tratta, quindi, dell’emersione di un singolo genere da ballare, semmai dell’uso della dance come vocabolario comune, stratificato, in evoluzione, dal quale attingere senza timore reverenziale verso le fonti: tanto che anche Beyoncé e Drake hanno partecipato alla festa nel club. Per una volta l’Italia non ha seguito il trend da lontano, merito anche di una storica esperienza nella commistione tra canzone e discoteca, da Moroder fino agli Eiffel 65. Si è sentito anche nella più grande vetrina della canzone italiana, Sanremo, da un paio d’anni più pista che palco. Di fronte a questa wave, Annalisa sembrava nata pronta: a settembre 2022, Bellissima con i suoi colori gelidi synth-pop 80s dava rilievo a un timbro naturalmente ombroso, mentre il tempo sostenuto ne esaltava il controllo del registro medio basso da mezzo-soprano, così adatto a raccontare le vicende, spesso paradossali più che tragiche, di un cuore spezzato. Mon Amour, con un pastiche di house, electro-funk, discomusic cucinato dai produttori Davide d.whale Simonetta e Zef, ne sancisce l’appartenenza a questo momento con la forza non solo dei numeri.

Ogni successo ha bisogno almeno di un “gancio”, l’elemento musicale che cattura l’attenzione dell’ascoltatore: la canzone di Annalisa di ganci ne ha almeno tre. Il primo sta fra strofa e ritornello, dove gli “uh” e “ah” sottolineano il peso del primo battito, dando al passaggio un andamento marziale. Forse antica memoria della disco e del vecchio funk, questo macigno metrico ci chiede di prestare attenzione al tempo: saremo pure in un comunissimo 4/4, ma presto verremo proiettati in avanti dal secondo hook. E questo arriva appena prima del ritornello, al culmine del pre-chorus: come nella scena di un agguato appena prima dell’assalto, la base si ammutolisce, il riverbero che ha inondato la strofa si asciuga, due colpi di campanaccio accompagnano una voce che dice “ho-vis-to”. Tenere il tempo in certi momenti è particolarmente efficace, non solo per la band (quando c’erano le band) ma anche per coinvolgere l’ascoltatore: ma se il “1-2-3-4” dei Ramones è un ululato affamato di attenzione, qui dopo quei due colpi di percussione arriva una scivolata del basso, come se la predatrice fosse fin troppo compiaciuta della sua forza.

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E fa bene a compiacersi: provate a vedere qualsiasi coreografia di Mon Amour, su TikTok, e noterete che qualsiasi ballerino segnerà il quarto battito da solo. E, come insegnano i teorici del tormentone e i neuroscienziati, non esiste impulso più forte di quello che fa sentire un ascoltatore partecipe della creazione della canzone. Come se non bastasse, Annalisa e i suoi produttori usano questa chiamata alle armi ritmica per dare inizio all’inciso con un attimo di anticipo. Questo genere di “anticipo” – potrebbe chiamarsi anacrusi, ma non importa – è un altro espediente collaudato: consiste, appunto, nel far partire la melodia nella battuta precedente al vero e proprio ritornello, con lo scopo di incatenare il prima al dopo, come l’enjambement di una poesia. L’effetto è propulsivo: lo senti quando canti “Vo-laaare”, o “che-fai-ru-mooore”. Cosa ci dice tutto questo? Che è Annalisa a dettare il tempo: “sulla dancefloor” si disegneranno pure geometrie erotiche non previste, ma sarà lei a tenere il ritmo dell’esperienza e a dirci come e dove muoverci. E questo significa che l’unico vertice di questo triangolo a contare è lei, il suo punto di vista di osservatrice-narratrice-attrice del fatto. E adesso ci sta dicendo di buttarci a capofitto nel ritornello, dove sta per verificarsi la scena-clou.

Presentando questo singolo, Annalisa ha spiegato di voler descrivere il “limbo” che si verifica dopo una rottura, e forse il segreto di Mon Amour sta nell’aver descritto questo momento con la musica oltre che con le parole. Riprendiamo Shape Of You, citata poco fa: su quell’anello stretto di accordi Sheeran scrive la melodia più efficiente possibile, quella scala pentatonica minore sulla quale ogni chitarrista – anche amatoriale – prima o poi è inciampato: si tratta di quella scala semplificata che sta alla base di metà della musica popolare globale, cinque note per ghermirli e nel buio incatenarli. Minima spesa, massima resa. Annalisa fa un’altra scelta: non opta per le più comode scale della stessa famiglia minore, perché i gradini scivolosi di Mon Amour vuole calpestarli uno per uno.

Anche in questo caso ci sono precedenti: Despacito, tormentone supremo, frequentava quelle stesse note, smentendo per l’ennesima volta l’associazione minore-tristezza. La tonalità minore, semmai, ci comunica smarrimento, incertezza, la stessa sensazione che provi ascoltando la versione ‘demo’, pubblicata a fine giugno: “Io rimango sola come minimo”, dice a Sky Tg24 disincantata colpendo le note che la consegnano irreversibilmente nel minore. E però è pur sempre questa sfortunata illuminazione a convincerla a “starci”, a spingerla verso una nuova sfida. E inseguendo “quella pazza idea di vendetta che ti fa sentire di nuovo potente, anche solo per un istante” scopre che sentirsi in controllo (del tempo, del corpo) anche solo per tre minuti può svoltare una solitudine. Annalisa, “disperata e anche leggera” può finalmente esercitare la sua potenza: chissà che il suo prossimo singolo non venga definitivamente a “rubarci la scena”.

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