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Paolo Conte: questi (ottanta) anni importanti

Come non celebrare una ricorrenza “tonda” e rilevante come quella che oggi, 6 gennaio 2017, ha per protagonista uno dei nostri cantautori più originali e ispirati? Con la deferenza e il riguardo dovuti ai grandissimi, ci abbiamo provato.
A cura di Federico Guglielmi
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Oggi Paolo Conte compie ottant’anni, e c’è di che far festa. Un festeggiamento gioioso ma all'insegna di una sostanziale sobrietà, poiché lui maltollererebbe “trenini” e ubriachezza più o meno molesta. La classe è classe e l’intera sua lunga e gloriosa carriera, costellata di premi, onorificenze istituzionali (non solo in Italia: la sua fama ha valicato le Alpi e si è estesa all'Europa) e lauree “honoris causa”, lo dimostra in modo inequivocabile, con un approccio che oltre allo swing ama i tocchi in punta di dita e i sussurri, ma ostenta incisività e autorevolezza. Nulla di davvero nazionalpopolare, nel percorso discografico del Maestro astigiano, nemmeno in quei brani – non pochi, a ben vedere – scolpiti nel songbook della miglior canzone d’autore, nelle sue interpretazioni e non solo: si pensi a “Onda su onda”, “Genova per noi”, “Bartali”, “Un gelato al limon” o “Via con me”, appartenenti al repertorio pubblicato fra il 1974 e il 1981, quando il Nostro faticava a imporsi in prima persona ma era da tempo assai stimato come songwriter conto terzi. Non tutti lo ricordano, ma in parallelo all'attività come jazzista (avviata già nei ’50: accanto al suo strumento principale, il pianoforte, suonava trombone e vibrafono), nei Sixties Conte aveva firmato – tra le tante – le musiche di “Azzurro” di Adriano Celentano e, a quattro mani con Michele Virani, quelle de “La coppia più bella del mondo” (ancora Celentano, con Claudia Mori) e “Insieme a te non ci sto più” (Caterina Caselli). È sempre stato in sintonia con il mondo delle sette note, l’artista astigiano, anche quando lo frequentava part-time perché impegnato a dare un senso professionale ai suoi studi di Giurisprudenza.

Da quel 1974 in cui, spinto dall’indimenticato produttore e talent scout Italo “Lilli” Greco, decise di abbandonare la toga per consacrarsi ai tasti bianconeri e al microfono, Paolo Conte ha realizzato quindici album di canzoni inedite, più una mezza dozzina di live, un paio di antologie con rivisitazioni dal suo catalogo e qualche altra curiosità (come l’ultimo e ancor recente “Amazing Game”, in massima parte strumentale, che oscilla fra jazz, cameristica e world). Materiale di elevata caratura musicale e testuale, per intensità e per forza emotiva, che spazia da soluzioni vivaci e trascinanti – sebbene con misura – a trame tenui e avvolgenti da club nelle ore piccole, tutto giocato su un intrigante, fascinoso intreccio di malinconie, ironia e aromi di terre vicine e lontane. È facile perdersi, nella sua poetica fantasiosa fino all'imprevedibile, nelle sue atmosfere altamente evocative, persino nella sua voce che compensa con una straordinaria espressività i suoi toni a volte un po’ aspri e non melodici nell'accezione “pop” del termine; nonché, ovviamente, nella sua produzione ricca di pietre miliari, tra le quali “Paris milonga” (1981), “Paolo Conte” (1984), “Aguaplano” (1987), “900” (1992) e l’opera multimediale “Razmataz” (2000) sono forse le prime da prendere in considerazione se non si vuole ripiegare su un “best of” o magari su una raccolta di versioni “rivedute e corrette” come  “Reveries” (2003). Dovunque ci si orienti, in ogni caso, l’unicità e lo spessore di Conte non potranno non rivelarsi nella loro essenza complessa ma nient’affatto respingente; perché l’anima c’è e non è certo soffocata dai riferimenti culturali, dall'eventuale utilizzo di ulteriori lingue assieme a quella che fu di Dante, dalle suggestioni di vario genere – l’(ex)Avvocato dipinge a livelli notevoli ed è appassionato/esperto di cinema, fumetto e letteratura – che tracimano dalle creazioni di questo raffinato, estroso funambolo del pentagramma e delle parole. Di affine a lui, seppure con caratteristiche diverse, c’è stato solo Enzo Jannacci, che a spegnere le fatidiche ottanta candeline non è sfortunatamente arrivato.

Mi sarebbe piaciuto raccontare qualcosa di meno “freddo”, su Paolo Conte, non dico di originale ma almeno di personale, ma non è stato possibile. Mi è capitato di incrociarlo ma – stranamente – non di intervistarlo, e la conoscenza che ho di lui è dunque derivata esclusivamente da ascolti, letture e visioni. Niente di diretto, insomma, ma non è per forza un male; seguirlo senza i condizionamenti dati dalle proprie impressioni, e con un affetto cresciuto a distanza ma non per questo meno sincero e profondo, può essere un valido aiuto per (continuare) a coglierne in maniera più lucida la grandezza. E allora, bene così e in alto i calici per il Maestro, benché con un piccolo rimpianto: se invece di aspettare i trentasette anni si fosse deciso prima a saltare il fosso e proporsi come cantautore, ora avremmo un tot di album in più dei quali godere.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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