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Nomadi, 50 anni dal primo singolo: l’inizio in sordina di un gruppo che resiste

Fra pochissimo, uno dei gruppi più longevi del pop-rock non solo italiano festeggerà i cinquant’anni del suo esordio su disco, inizio ufficiale di un’avventura che, incredibile!, non si è ancora conclusa.
A cura di Federico Guglielmi
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La data impressa sulle matrici del 45 giri Columbia/EMI SCMQ 1891 è quella del 23 novembre 1965: fra sei giorni, insomma, sarà trascorso mezzo secolo. E anche se il singolo sarebbe ovviamente arrivato nei negozi qualche settimana dopo, non è un arbitrio legare proprio a quel martedì l’avvio ufficiale della carriera dei Nomadi, che già dal 1963 suonavano nelle balere di Emilia e Romagna e che da un annetto avevano reso stabile la loro formazione storica, rimasta immutata fino al 1969: i fondatori Augusto Daolio (di Novellara) al canto e Beppe Carletti (di Novi di Modena) alle tastiere, con il chitarrista Franco Midili, il bassista Gianni Coron e il batterista Gabriele “Bila” Copellini. Sul lato A, il doo-wop/surf “Donna la prima donna”, adattamento con testo di Mogol di “Donna The Prima Donna” di Dion; sul retro, una ballata scritta da Carletti, “Giorni tristi”, firmata però da Toni Verona perché nessuno dei cinque era iscritto alla SIAE. Non proprio un indimenticabile capolavoro, va detto, ma un inizio decoroso, marchiato da un’etichetta importante; e dire che il gruppo aveva inciso i due brani a Milano, su invito del maestro Mansueto De Ponti, credendo si trattasse di un provino. Per la cronaca, nell’ultimo decennio, una mezza dozzina di esemplari d’epoca perfettamente conservati e con copertina integra sono stati venduti su eBay a cifre oscillanti fra i 263 e gli 858 euro; è invece tuttora in circolazione a 10/15 euro la ristampa del 2014, fedelissima all’originale.

Malamente distribuito, il 45 giri fu quello che in gergo si definisce un flop, ma l’insuccesso non scoraggiò nessuno; la band aveva palesemente stoffa e il suo frontman, dotato di una voce tanto particolare quanto suggestiva, non difettava certo di carisma. Non scommetterci sarebbe stato sciocco e infatti, già con il secondo singolo “Come potete giudicar”, inno alla tolleranza sulle note di “The Revolution Kind” di Sonny & Cher pubblicato nell’estate 1966 e presentato alla popolare rassegna “Cantagiro”, i Nomadi divennero parecchio noti. Il circuito era quello del nostro beat (o “bitt”, come si usa dire scherzosamente fra i cultori del genere), ma il quintetto costituiva una mezza anomalia: pur non disdegnando i temi leggeri che andavano per la maggiore, i ragazzi non riuscivano a trattenere la vocazione all’impegno. Valgano come esempio pezzi composti da Francesco Guccini quali “Noi non ci saremo” (il terzo singolo, ancora del 1966, dove si ipotizza una catastrofe nucleare), “Dio è morto” (1967, una disamina sofferta ma ottimista sulla società del tempo) e il suo retro “Per fare un uomo” (censurata per l’ardito verso “Per fare un uomo ci voglion vent’anni / per fare un bimbo un’ora d’amore”) o “Canzone per un’amica” (1968, ode funebre per una ragazza rimasta uccisa in un incidente stradale). Di qualità, poi, le ulteriori cover “italianizzate”, da “La mia libertà” (“Girl Don’t Tell Me” dei Beach Boys) a “Un riparo per noi” (“With A Girl Like You” dei Troggs), da “Un figlio dei fiori non pensa al domani” (“Death Of A Clown” di Dave Davies dei Kinks, testo di Guccini) a “Ho difeso il mio amore” (“Nights In White Satin” dei Moody Blues). I Nomadi che meritano un posto nella Storia della musica nazionale sono quelli delle canzoni in precedenza elencate e delle altre pubblicate su dischi di piccolo e grande formato nei Sixties; soltanto due questi ultimi, “Per quando noi non ci saremo” del 1967 e “I Nomadi” del 1968.

So che le legioni di agguerritissimi fan mi prenderanno per pazzo e magari mi lapideranno, ma nulla di ciò che il gruppo ha fatto da allora fino a oggi mi ha colpito con la stessa intensità. La musica è cambiata più volte, com’è naturale e giusto che fosse, e di sicuro l’ispirazione non si è spenta (semmai, è stata spesso soffocata/nascosta dalla pesantezza degli arrangiamenti), ma al di là delle questioni artistiche ed espressive sulle quali è legittimo avere opinioni anche molto diverse, a “disturbarmi” è l’accanimento con cui si è voluta mantenere in vita la sigla, specie dopo la prematura scomparsa – il 7 ottobre 1992, per un tumore ai polmoni – di Daolio. Una vita che purtroppo continua a sembrarmi in buona misura artificiale, alimentata com’è dal riciclaggio del suo stesso mito, dal continuo proporre versioni aggiornate delle pagine più famose del repertorio, dalla retorica escapista dei raduni per il popolo dei seguaci, dall’ostentazione del sostegno a tante nobili cause. Forse la colpa è del cinismo e della sfiducia dei nostri tempi, che fanno vedere ovunque ipocrisia e calcoli di convenienza, e forse Beppe Carletti – unico superstite del primo organico – considera la macchina da soldi che gira attorno al nome Nomadi un mezzo e non un fine, ma… boh. Affari loro, comunque, che in definitiva non mi toccano né mi interessano e sui quali non è bello gettare ombre nell’ambito di quella che è partita come una doverosa celebrazione. Auguri, allora, a “Donna la prima donna”, che ha cinquant’anni ma che rimane fresca e ingenua come una ragazzina.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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