La copertina de "Il secondo tempo"
in foto: La copertina de "Il secondo tempo"

"Il secondo tempo", ultimo album di Filippo Andreani odora di ginocchia sbucciate, campetti di terreno, partite tutte di domenica pomeriggio, e non è un caso che tutti questi esempi rientrino nel campo semantico calcistico dal momento che lo stesso Andreani lo sceglie per titolare questo suo nuovo lavoro che nei mesi scorsi è stato anche nella cinquina finale del Premio Tenco come "Miglior album" in assoluto. Cantautorato che in alcuni punti riporta alla mente De Gregori (che di canzoni sul calcio qualcosa ne sa), Andreani approccia le sue storie come fanno i grandi giornalisti sportivi, raccontando le storie, appunto, ripescandone di nascoste, parlando dei co-protagonisti che sono protagonisti, come Beppe Viola, usando lo sport come grimaldello per raccontare e raccontarsi.

“La vita mia è una somma di secondi tempi”, partiamo da qua per raccontarmi questo “Il secondo tempo”?

Hai presente quando da bambini giocavamo al campetto, tutti contro tutti, senza regole, senza intervallo? Quando “chi fa questo vince tutto”, finché non senti la voce della mamma da lontano che ti chiama perché è pronta la cena e tu non hai ancora fatto né la doccia né i compiti. Ecco, quello è il calcio. I bambini giocano solo il secondo tempo. Il primo, per loro, non esiste. Una pausa, poi, è addirittura inconcepibile. Il calcio dei bambini è una metafora perfetta della vita. Un vita che diventa una somma di “partitelle” tutti contro tutti. Con la voglia di far vedere quanto vali, con la fretta, con la grinta, e con anche le delusioni del caso.

Raccontare lo sport credo sia una cosa molto complessa, farlo in musica ancora di più, soprattutto per il bisogno di trovare una prospettiva giusta: vedo una difficoltà di trovare un punto di incrocio tra la cronaca propria dello sport (e del calcio) e il mito, altra grande chiave di racconto. Ecco, tu come ti muovi su questa linea?

Il punto di incrocio secondo me esiste ed è il narratore. Mi riferisco in particolare ai grandi “cantori”. A Brera ieri, a Mura oggi. A Ormezzano. A Garanzini che taglia il salame mentre commenta un derby. Loro riescono a far diventare tutto un romanzo. Anche un rigore della Juventus. No, forse ora ho esagerato. Ma quasi tutto, sì. La lingua italiana è capace di cosi tanto.

Cosa ti attrae maggiormente del calcio, al punto da averne fatto nucleo di quest’album?

Il fatto che sia un gioco (hai mai sentito qualcuno dire “giochiamo a salto con l’asta?”), soprattutto. E secondo me è una metafora perfetta della vita. C’è individualità e squadra, c’è Nino che calcia il suo rigore, c’è il portiere che non arriva ovunque, c’è la sconfitta immeritata, c’è la vittoria di culo. E poi ha un profumo che mi piace: odore di giornali accartocciati, di sigarette, di Caffè Borghetti, di armadio (la sciarpa di lana coi tuoi colori, che indossi quando arriva l’inverno e che – allo stadio – tiri su fino a sotto il naso per ripararti dal vento). Sono odori che conosco bene. Sono profumi che amo.

La storia di Michele Moretti come l’hai scoperta?

Credo di aver letto tutto (o quasi) quello che è stato pubblicato sui famosi “fatti di Dongo”. Peraltro, da comasco, sono luoghi che conosco bene. “Pietro Gatti” (nome di battaglia di Moretti) ha avuto un ruolo non secondario in quel 28 aprile 1945. E poi c’è quella fotografia del Como schierato a centrocampo: anni ’30, saluti romani. E l’uomo con un fazzoletto bianco in testa che tiene il braccio lungo il fianco. Era sempre lui, era il Moretti, all’epoca terzino della squadra per cui tifo. Valeva una canzone, come minimo.

Se penso al racconto del calcio ho in mente la rubrica di Bianciardi per il Guerin Sportivo, ovviamente, ma anche i racconti di Mura e Clerici, per dire due nomi non casuali. Meno Beppe Viola, lo ammetto, per ragioni anagrafiche e per i casi della vita. Mi parli di lui, a cui hai dedicato una canzone?

Guarda, Viola, oltre ad aver scritto canzoni con Enzo Jannacci (prendi “Vincenzina e la fabbrica” e dimmi se non è un capolavoro di neorealismo), preso parte a Romanzo Popolare e tanto altro, aveva un modo di fare il suo mestiere coraggioso, fantasioso e coerente. Inventava. Fino al limite della provocazione. Ti basti pensare che una volta avrebbe dovuto commentare il filmato di un Milan – Inter finito in inutile e noiosissimo pareggio. Comparve in tv dicendo: “Vi faccio vedere quello dell’anno scorso, almeno era calcio” e passò il servizio dell’anno prima. Oggi chi lo farebbe? Questa e tanto altro è stato Beppe Viola.

Non sono tutte canzoni di calcio, ma in tutte sento sempre quel senso di nostalgia che ti danno i bei ricordi d’infanzia/adolescenza, mi sbaglio?

Non ti sbagli, anzi grazie per averlo sentito. La linea rossa non è il calcio, è il bambino sopravvissuto agli aggiornamenti dell’Ufficio Anagrafe.

L’avrai fatto mille volte, ma forse chi ti leggerà non ne sa nulla: mi racconti cosa è stato Stefano Borgonovo per te?

Borgonovo è stato prima un idolo sportivo (tieni conto che io sono tifosissimo del Como) e poi un riferimento come uomo. L’ho conosciuto all’Ospedale dove per un maledetto caso della vita era compagno di stanza di mio papà, anche lui portato via dalla SLA qualche anno dopo. Stefano è stato un lottatore, un motivatore, uno che scherzava addirittura scrivendo battute sul lettore ottico (un ausilio per gli infermi). Stefano è un esempio. Per questo vive ancora.

E del tuo rapporto con Mastrandrea, amante di calcio e musica, invece?

Valerio ed io abbiamo un mare di amici in comune. Mi riferisco in particolare a quel giro della Banda Bassotti e di San Lorenzo. Per questo ci siamo conosciuti. È un romanista accanito ma conosce molto bene anche le vicende delle altre tifoserie (argomenti che io adoro e che, quando ci si vede, durano interi viaggi in auto). Un uomo che da questi punti di vista mi assomiglia molto. E, al di là dell’aspetto amicale, è oggettivamente uno dei migliori attori italiani. Oltretutto, aveva la faccia giusta per recitare l’Intro del disco. La faccia sul disco non si vede, ma avrai capito cosa intendo: Valerio ha la credibilità che serviva. Conosce il mio terreno di gioco.

Qual è la tua canzone sportiva preferita?

Sono banale, lo so, ma ‘La leva calcistica' di Francesco De Gregori ha qualcosa che le altre non hanno: ha dentro il sogno, oltre al racconto, ed è la dimostrazione di come il calcio possa essere perfetta metafora della vita.

Come è avvenuto il tuo passaggio dal punk al cantautorato?

Anche quando suonavo punk ho sempre cercato di scrivere come avrebbe scritto un cantautore. Senza slogan, argomentando, cercando di suscitare delle emozioni nell’ascoltatore. Ho cambiato solo la “maniera”, la base musicale. Ho sempre ascoltato i Clash, i Nabat, Fossati o Bertoli con la stessa attenzione e con lo stesso rispetto. Mai per gioco: sempre per convinzione, sempre per imparare, sempre per capire. Dove c’è sostanza ci sono le mie orecchie: il genere è solo un modo di esprimersi, per me conta ciò che si cerca di esprimere.

No al calcio moderno, è una delle frasi che ho ascoltato e letto più negli anni scorsi. Filippo, invece dei no, pensiamo ai sì: sì a cosa, se pensi al calcio e alla musica?

Sì ai dribbling folli, si ai cori e ai battimani, si agli sfotto’, sì alla pena detentiva per chi guarda il calcio in TV (o almeno che paghino da bere), sì ai calciatori brutti, sì anche a quelli belli purché lottino come se fossero brutti, sì a Zeman, sì agli Igor Protti (e lo dico da comasco, il che è tutto dire), sì al calcio popolare, sì alle partite dei bambini senza genitori al seguito. Quanto alla musica, sì alla passione, si al lavoro duro, sì al sogno, sì alla Parola, sì alla sincerità, sì ai concerti senza palco. Complessivamente, sì alla condivisione perché come diceva Joe Strummer “Without people, we’re nothing!”.