L'adrenalina è la panacea di tutti i mali, o sicuramente un buon antidoto alla febbre, ma nessun bugiardino medico lo scriverà. Lo sa bene Marco Galeffi, protagonista assoluto dell'ultimo anno di musica italiana, che incontro a pochi minuti dal suo ultimo concerto, quello che chiude il tour, nella Roma che gli ha dato i natali. Ha un raffreddore di quelli feroci e invalidanti, che a stento gli permette di emettere suoni, dettaglio poi impercettibile quando salirà sul palco poco dopo. Nonostante l'ansia del concerto imminente mostra la gentilezza di prestarsi alle domande di un suo (quasi) coetaneo desideroso di capire dove si collocano le canzoni che scrive e, soprattutto, dove si colloca lui nel variegato panorama musicale di oggi, ricco di nuove definizioni che non tutti siamo riusciti a capire bene cosa vogliano dire e dove vadano a parare.

Concludi un'annata che ti ha stravolto la vita e la carriera. C'è una cosa, tra quelle che hai imparato in così tanti mesi di tour, che proprio non immaginavi?

La cosa che all'inizio non pensavo era che la gente potesse arrivare a conoscerti anche in ritardo, può passare del tempo ma si fidelizza uguale. Non per forza devono essere i primi ad arrivare su di te, è un processo anche graduale, la voce arriva alle persone, a volte di più e altre di meno. Una cosa che ho notato è che molta gente mi sta conoscendo oggi. O anche ieri.

Ho 31 anni e dopo una resistenza iniziale ho l'impressione di fare meno fatica ad accettare quello che arriva dal movimento indie. Secondo te è perché ho bisogno di una dose di giovinezza, o semplicemente questo genere sta raggiungendo una fase di maturità?

Forse entrambe le cose. Chiaramente bisognerebbe conoscere sempre le storie di tutti. Dal canto mio posso dirti che questo disco ("Scudetto" del 2017, ndr) è stato scritto tre anni fa, quando avevo 27 anni. L'ultimo pezzo che è uscito, invece, è un pezzo da 30enne. Ovviamente uno più cresce e più ricerca, all'inizio hai solo la smania di scrivere cose, hai la frenesia di chi si esprime e basta: come viene, viene. Poi, pian piano, crescendo, diventi più selettivo, come con le donne, a 30 anni capisci che quelle stupide non le vuoi più, stessa cosa con le canzoni. Rimanendo sul parallelismo, magari a 18 anni te le faresti tutte, a 30 no.

Tu stesso in passato hai parlato delle tue canzoni definendole "normali". Secondo te quindi nella musica la normalità è qualcosa di positivo?

Secondo me sì, nel senso che comunque mancano le canzoni vecchio stampo, quelle con cui siamo cresciuti e sono cresciuti i nostri genitori. Ultimamente, magari, per uscire fuori devi dire la frase a effetto e fare una cosa strana, mentre io credo che la bellezza stia spesso nelle piccole cose, delicate. Ecco, una canzone normale, senza strafare, che è anche più difficile. Perché con una canzone in cui dici una frase a effetto e l'arrangiamento storto, chiaramente arrivi subito. Al contrario, se fai una canzone normale metti l'ascoltatore nella condizione di ascoltarti sul serio. Certo, è più difficile ma forse alla lunga questa cosa sarà premiata.

Tu nel corso del tempo non hai mai cercato di fuggire dalle etichette, da quella del talent all'indie. Anziché limiti, le hai definite delle possibilità: in che modo The Voice e il mondo dell'indie stanno sullo stesso piano?

Sono due esperienze che mi hanno dato cose opposte, ma che vanno naturalmente contestualizzate. A "The Voice" avevo 21 anni, l'indie non esisteva, io suonavo già da 3-4 anni nei locali, con i vari progetti che avevo, e mi sentivo già bravo, mi sentivo sprecato per i concerti davanti ai miei genitori. Quindi con l'incoscienza del tempo ho accettato questo gioco televisivo, nella speranza che potesse portarmi ad avere ciò che ho avuto oggi. Però magari se non avessi fatto il talent non avrei continuato. L'indie è uguale, un calderone. Non l'ho deciso io di essere indie, io ho fatto un disco e poi la mia etichetta discografica, Maciste, che ha Gazzelle e quindi è indie, ha deciso così. Però a me di queste cose non frega un cazzo. A me piace scrivere canzoni come mi piace cucinare, fino a che lo faccio di lavoro, bene.

L'impegno e i contenuti. Parlando di questo aspetto, in passato hai definito la politica "noiosa". Ma noiosa per te, o per chi ti ascolta?

A me le canzoni politiche hanno sempre fatto cacare, le ho sempre trovate cose da fiera der carciofo e non mi hanno mai convinto i progetti esplicitamente politici. Secondo me è un'altra cosa rispetto alla musica, qualcosa di più teatrale e io non ho quella visione. Magari tra due anni impazzisco e voglio fare solo canzoni sulla politica, ma ad oggi non mi sentirei credibile a scrivere una cosa su Salvini, perché di Salvini non me ne frega nulla. Al massimo posso scrivere una cosa su un ragazzo di oggi, senza citare Salvini per non dargli importanza, che si ritrova in una nazione governata da personaggi particolari. Però mi sembra molto più interessante il punto di vista del ragazzo di vent'anni che vede come capo del governo Salvini.

D'altronde è un tema di queste settimane, quello di sottolineare che l'artista, che si schieri o meno, ha un'influenza su un gran numero di persone, e quindi una responsabilità.

Sì, certo, ma fa sempre parte di un percorso e al momento a me non va di tirare fuori cose politiche. Naturalmente voto e al momento non apprezzo le persone che vivono il Parlamento, ma resta che le canzoni debbano prima convincere me. E una canzone politica al momento non convincerebbe prima me.

Sei stato giornalista in passato. Questa cosa di passare da osservatore a osservato, ti ha dato in qualche modo la capacità di saper evitare polemiche e provocazioni?

A me piaceva fare il giornalista d'inchiesta, rompevo le palle a tutti e non mi accontentavo della risposta breve. Alla fine a modo mio le cose le dico.

Finito questo tour con una tappa a Roma, la tua città, che farà Galeffi nei prossimi mesi?

Intanto recuperare dalla febbre, che c'ho 38.5 (durante l'intervista, ndr). Poi le vacanze, un po' di riposo e penso che mi rimetterò a lavorare al disco nuovo da febbraio, non prima. L'anno che è appena passato è stato fisicamente tosto.

Visto che sei tifosissimo della Roma, parliamo di cose veramente serie: ho Dzeko, El Shaarawy e Schick che mi stanno facendo penare al Fantacalcio, li vendo o li tengo?

Non li vende' perché tanto la Roma peggio di così non può andà.