“È sempre colpa di qualcun altro, mai nostra, per questo fu ‘Colpa d’Alfredo’ se quella volta, in quel locale mi andò male. Solo col tempo, crescendo, capisci che la colpa è solo e soltanto tua”. È un Vasco in gran forma quello che ha incontrato una cinquantina di iscritti del suo fanclub a Castellaneta Marina. C’è chi smania, come la donna al mio fianco che non riesce ad ammazzare l’ora che separava dall’arrivo di Vasco e balla, parla, impaziente, chi racconta la storia del rarissimo vinile bianco di “Non siamo gli americani”, chi è in silenzio catartico con le mani sudate, qualcuno si saluta, tutti, però, cantano sulle note che vanno in sottofondo.

Tenere fermo un fan che a breve incontrerà il proprio mito è come provare a tenere fermi i protagonisti del "Palazzo di gelato" della famosa storia di Gianni Rodari, ma tenere fermo un fan di Vasco che lo avrà a pochi metri da sé è un’esperienza ancora più complessa da raccontare. I suoi sono un po’ diversi, sono una comunità a parte, che ha nel cantante un idolo, un punto di riferimento, una Sibilla Cumana a cui chiedere consiglio e conforto tramite la quantità sterminata di canzoni che ha scritto in questi 40 anni. Un gruppo di fedeli che dedica ogni giorno al culto di Vasco, un culto laico, e qualche giorno all’anno al pellegrinaggio verso il Live Kom, quelli che Vasco porta in giro per l’Italia.

Quest’anno sarà una sola data, ma sarà speciale: oltre 220 mila persone, infatti, si riuniranno per vederlo al Parco di Modena (ma l'evento sarà trasmesso ‘live' in circa 140 cinema di tutta Italia), una città speciale per il cantante che “casualmente” ritrova quel luogo speciale che all’epoca frequentava solo perché là attorno c’era qualche locale in cui amava andare. Il suo “Modena Paaaark”, infatti, non aveva molto a che vedere col quel luogo, ma era, piuttosto, il suo personalissimo luna park, un parco di divertimenti che frequentava la notte, quando faceva, appunto, il dj. Non saranno 4 ore, voce che ha cominciato a circolare qualche settimana fa, ma oltre le 3 ore senz'altro, per un repertorio di "canzoni che non è stato facile scegliere. Ogni volta che ne selezionavo una dicevo: ‘Eh, però manca quella, ne mancano un casino (…). Non vorrei – scherza Vasco – che alla fine fosse ricordato come il concerto delle canzoni che mancano".

La donna al mio fianco balla e parla, non riesce a stare ferma, c’è chi si scambia un saluto, chi è immobile, catatonicamente silenzioso, chi racconta la storia del vinile bianco introvabile di “Non siamo mica gli Americani”, qualcun altro si scambia occhiate e battute, tutti canticchiano le canzoni in sottofondo che riempiono l’attesa, finché il silenzio non spezza tutto: si accendono le luci, si apre la porta laterale e il cantante entra con i suoi occhiali da sole a specchio. Voleva fare il cantautore, Vasco, perché gli anni '70 erano stati quelli dell'ascolto, in cui la gente, spiega, badava molto ai testi e così anche lui ci provò ma il confronto con gente come Guccini, De Gregori, De Andrè, dice, schernendosi, non reggeva. Per questo la scrittura di "Colpa d'Alfredo" fu un momento di svolta della sua vita, basta cercare di confrontarsi con quel mondo, meglio capovolgerlo: "Col finire dei '70 e una situazione socio economica che cambiava, la gente aveva cominciato a volersi divertire, non ascoltava più molto, quindi gli dovevi arrivare in faccia e nelle orecchie come un cazzotto. ‘Colpa d'Alfredo' fu esattamente quello, un cazzotto. All'epoca andava molto di moda ‘La febbre del sabato sera', il film con John Travolta che, però, raccontava una scena che non era la nostra, troppi lustrini e paillettes, ecco, io – che non amavo quel tipo di musica – volevo raccontare quell'entusiasmo, quel momento, incorniciarlo, per questo ‘Colpa d'Alfredo' è la febbre del sabato sera alla romagnola".

È impossibile tenerlo fermo, per questo cammina, stringe mani, abbraccia, raccontando un pezzo di storia sua e della musica italiana, perché quella canzone, oggi controversa, fece scandalo anche all'epoca, nonostante l'epoca fosse diversa e chissà se nel 2017 l'avrebbe scritta esattamente così: "Molti mi diedero del razzista, non sapevano che quel ‘negro' non era rivolto a una persona di colore, ma era il soprannome che in città avevano dato a un tipo che quella sera, in quel locale, mi rubò una ragazza. Ma era un razzismo al contrario al massimo, in lui c'era una superiorità rispetto a me, aveva vinto lui" ride, sottolineando come quella canzone segnò anche un momento importante per la sua svolta rock. Quando la canzone era pronta, infatti, Gaetano Curreri, cantante degli Stadio oltre che produttore dei primi due album di Vasco, decise di andare in tour con Lucio Dalla, lasciando la band senza tastiere: "Non ho mai sostituito il pianoforte, è così che nasce il rock".

Il boato maggiore, però, lo ottiene quando corregge alcune voci che volevano quello di Modena come un punto finale della sua carriera "Non ho alcuna intenzione di fermarmi, questo è poco ma sicuro. La storia non finisce al ‘Modena Park', anzi, comincia proprio da qui". Punto. Si ricomincia da Modena, ma i fan già attendono il prossimo appuntamento con il loro Komandante.