Doveva essere in questi giorni, ma esattamente vent’anni fa, che il non ancora ventottenne Niccolò Fabi impartiva assieme all’amico produttore Riccardo Sinigallia gli ultimi ritocchi a quello che sarebbe stato il suo singolo d’esordio, ‘Dica'; una filastrocca aggraziata e ironica, e ben più intelligente di quanto potrebbe sembrare a un ascolto distratto, che non a caso avrebbe trionfato alla selezione di “Sanremo Giovani” tenutasi in novembre. Al Festival vero e proprio, tre mesi dopo, il Premio della Critica sarebbe andato all’altrettanto efficace ‘Capelli', con riflettori conseguentemente accesi sull’album ‘Il giardiniere', venduto in centomila esemplari: risultato notevole per un esordiente anche in tempi in cui i dischi si vendevano (ancora) più che bene e solida base per un percorso proseguito all’insegna del pop di qualità, con canzoni leggere-ma-profonde, per lo più tenui e intimiste ma in qualche circostanza più estroverse; esemplare il secondo album omonimo, del 1998, con brani oggi classici come ‘Vento d’estate‘ (in duetto con Max Gazzè), ‘Immobile‘ (con Frankie Hi-NRG) e ‘Lasciarsi un giorno a Roma‘. Di lì in avanti, una carriera con minimi e comprensibili dislivelli ma coerente, seria, del tutto credibile: ciliegina sulla torta, a mo’ di definitivo riconoscimento dello spessore autoriale di quanto concepito del musicista romano, la prestigiosa Targa Tenco vinta da ‘Ecco', il disco del 2012.

Da venerdì scorso è in circolazione ‘Una somma di piccole cose‘, ottavo album di Niccolò Fabi non contando i due per il mercato spagnolo, l’antologia dei primi dieci anni alla corte della Virgin e ‘Il padrone della festa', il fortunato lavoro del 2014 realizzato in trio con Daniele Silvestri e Max Gazzè. Quest’ultimo è stato il suo più grande successo dai ’90 in poi, a confermare quanto l’approccio dell’artista sia, globalmente, inusuale. ‘La mia storia, iniziata in modo eclatante, avrebbe potuto avere sviluppi diversi, più banali', mi disse Niccolò tre anni fa, ‘e trovo sia in qualche modo di conforto per chi oggi si affaccia in questo strano mondo'. Già. Sarebbe stato facile giocarsela con il mestiere, il bell’aspetto e gli agganci giusti, invece di voler fortemente essere se stesso. ‘Capita, che un mio pezzo vanti una trama, un linguaggio e un arrangiamento in linea con le esigenze radiofoniche, ma è abbastanza casuale. Ci sono accorgimenti di mestiere che si possono adottare per rendere un brano più immediato, ma non esiste una formula sicura per un’hit; se una mia canzone convince maggiormente di altre, non dipende dai BPM o da quanto il charleston sia alto, ma dall’avere azzeccato una scrittura più di impatto e meno tra le righe rispetto ai miei standard. Dal mio punto di vista, il successo non è un demone da cui fuggire né una meta fantastica cui cercare di arrivare a qualsiasi costo”. E Niccolò, nella sua “terra di mezzo”, ci sta alla grande. ‘Quando il tuo percorso è avviato ed è ormai chiaro che non hai una mentalità spregiudicata, né come scelte né come ambizioni, i tuoi editori non ti considerano come una possibile miniera d’oro ma come un artista di profilo che fa il suo e comunque non fa perdere denaro. Questo fa venir meno quei tentativi di condizionamento che invece toccano chi fa dischi dai cui esiti commerciali possono dipendere i bilanci di una major'.

Faccio fatica, a ordinare gli album di Niccolò Fabi dal “più bello” al “meno bello”, qualsiasi significato si attribuisca al termine. Dovendo per forza scegliere, probabilmente in fondo finirebbero proprio i primi due, ma da ‘Sereno ad ovest' in poi diventa un po’ come chiedere se si vuol più bene alla mamma o al papà. Questo perché le canzoni “mature” di Niccolò, che vivono di una sensibilità rara e sono per lo più costruite su uno splendido equilibrio tra tenerezza e malinconia, hanno la capacità di soggiogare emotivamente e proiettare in un mood agrodolce cui è bello abbandonarsi, lasciandosi cullare dalle armonie acustiche, elettriche ed elettroniche e seguendo il flusso di parole intense e mai fuori posto. La magia si è rinnovata nelle nove raccolte in ‘Una somma di piccole cose', che fatta salva la personalità di chi le firma sono figlie di ascolti internazionali di area indie quali Ben Howard, Sufjan Stevens e Bon Iver (e la copertina è al 100% Bonnie “Prince” Billy); un riferimento, quello a Bon Iver, che prorompe – ad esempio – dalla title track, risultando perfettamente in sintonia con quanto il Nostro propone da ormai una quindicina d’anni. Piacciono le melodie accattivanti ma non prevedibili, affascinano gli arrangiamenti eleganti ma non leziosi, conquista la voce – meno “fragile”, o almeno così sembra – che racconta vicende nelle quali è facile ritrovarsi non disdegnando garbati ma decisi inviti a cercare una vita più a misura d’uomo, nel privato e nel sociale (con “Ha perso la città” e “Non vale più” forse superiori al resto del programma). Non so dire se ‘Una somma di piccole cose' sia, come mi pare oggi, ‘il più bell’album di Niccolò Fabi', ma di sicuro il suo profumo è quello della perfezione. Perfezione “Pop”, con la “P” maiuscola e senza alcuno sgradevole retrogusto.