Cosa si può scrivere di Bob Dylan che ancora non si trovi in qualche libro che gli è stato dedicato? Molto poco, probabilmente, ma questo non significa che non possano essere scritti ancora libri interessanti su di lui, soprattutto se a farlo non solo è uno che Dylan lo ha studiato, ma che ci sa anche fare con la scrittura. Marco Rossari, infatti, è tra i semifinalisti del Premio Strega con "Le cento vite di Nemesio" ("Edizioni E/O"), ma al contempo è nelle librerie con "Bob Dylan: il fantasma dell'elettricità", un libro scritto per add editore in cui, partendo da un Dylan privato, riesce a raccontare l'importanza che il cantante americano, vincitore dell'ultimo Premio Nobel per la Letteratura, può avere nella formazione di un ragazzo. Quello che Rossari mette su carta è un racconto di formazione, un po' onirico e un po' acido, che usa tre canzoni di Dylan come scusa per raccontarsi e raccontarlo. Non è un libro di aneddoti anche se quelli non mancano e soprattutto non è un libro per fan, ma qualcosa che va un po' più in là, in cui si racconta uno dei personaggi più interessanti del ‘900 culturale con i suoi testi, la sua vita e quella di un ragazzo che dopo aver scoperto la sua musica e le sue parole capisce che la sua vita non sarà più la stessa.

Sai che è strano intervistare uno dei finalisti dello Strega senza aver letto ancora il suo libro candidato? Partiamo da una domanda forse sciocca: come mai sono usciti due libri tuoi contemporaneamente, contando che uno dei due aveva possibilità di candidatura allo Strega?

I due libri sono consecutivi, ma non contemporanei. Al momento della pubblicazione di "Le cento vite di Nemesio", dello Strega non si parlava ancora. Poi, consegnato quel romanzo, è successo che invece di impantanarmi – cosa possibilissima dopo cinquecento pagine scatenate – mi è arrivata una proposta da add editore per la collana Incendi e all’improvviso ho sentito premere allo sterno un groppo che avevo in gola da un po’. Scrivere Dylan è stato bello prima di tutto perché appunto mi sono sbloccato subito e in secondo luogo perché la scrittura era completamente diversa, più libera, meno controllata, rispetto all’altro libro. Non mi sono mai divertito tanto, credo.

Intanto mi pare che questo non sia un libro per dylaniani, ma abbia una respiro più ampio: potrebbe essere più un modo per avvicinarsi a Rossari o a Dylan?

Sì, credo anch’io che non sia solo per dylaniani, lo spero. Parla molto di me, della mia giovinezza, degli amori e dei disamori, ma credo che ognuno possa trovare un riflesso di se stesso. Sono tappe quasi naturali, obbligatorie, che poi uno abbia avuto Dylan o Cohen è lo stesso. Allo stesso tempo con questo stratagemma penso che si possano apprendere, in modo spigliato, diverse cose su una figura comunque fondamentale del Novecento, come potrebbe essere che so Gandhi o Marilyn.

“The ghost of electricity howls in the bones of her face” è il verso di “Visions of Johanna” da cui prendi il titolo: immagino non sia stato facile scegliere 4 parole, un’espressione sola, qualcosa che potesse fare da cappello a una lunga storia come quella che hai raccontato. Come mai proprio quella canzone?

Quel verso mi è sempre piaciuto e la canzone è uno dei tanti capolavori che non smettono mai di risuonare. Poi le due parole – fantasma, elettricità – stavano bene insieme in un titolo. Da una parte l’evanescenza della voce e dell’opera di Dylan, i suoi costanti ritorni a infestarci, la sua natura multiforme; dall’altra la scossa del rock’n’roll, la forza materiale della musica.

C’è da dire che, però, per tracciare una linea (non per forza dritta), raccontare Dylan, i suoi tic, le sue trovate, anche i suoi difetti, ne sfrutti altre tre (“The Lonesome Death of Hattie Carroll”, “Tangled Up in Blue” e “Mississippi”). Come hai deciso qual era il lato giusto (la forma) da cui affrontarlo?

Volevo che fosse una lunga confessione, un libro emotivo, per nulla freddo. Di qui lo stratagemma del protagonista (io) fermato da un poliziotto, a cui spiattella tutto il suo amore per Dylan. Ma allo stesso tempo volevo analizzare in profondità almeno una parte del suo talento, non solo surfarci sopra, fare per così dire dei carotaggi, e quindi sviscerare tre canzoni – una giovanile, una matura, una senile – per far capire che cosa è stato in grado di fare, quasi verso per verso. Tre canzoni come i tre fantasmi dickensiani, ma anche tre boe, tre punti di appoggio all’interno di una sarabanda ubriaca di emozioni.

“Sempre in bilico tra la voglia di abbracciarlo e quella di prenderlo a schiaffi”, scrivi. Questo è un racconto del tuo Dylan, ma è anche il racconto di un pezzo della tua vita che ha avuto Dylan come colonna sonora, di un rapporto da fan accanito ma non ossessivo. Come lo descriveresti questo rapporto con Bob Dylan a chi ancora non ha letto il tuo libro?

Mutevole, dolce, appassionato, faticoso, analitico. Ci sono stati periodi in cui l’amore si è affievolito e poi è tornato più forte di prima. Altre volte, come il momento in cui si è accesa la voglia di scrivere questo libro, in cui era insopprimibile, obnubilante. Ma non è privo di critiche e di perplessità.

Scrivi di non ricordare la fatidica “prima volta” in cui l’hai ascoltato, ma quand’è che è diventato argomento di studio/approfondimento?

Forse il momento in cui ho capito quanto andava approfondito è stato quello in cui ho letto uno dei più bei libri su di lui, e cioè “La voce di Bob Dylan” di Alessandro Carrera (che ho accuratamente evitato di rileggere per non lasciarmi influenzare). Ecco, grazie a Carrera ho capito una cosa che avevo solo percepito, che aleggiava, e cioè la complessità della sua opera in relazione alla storia americana, ma anche in relazione al semplice ascolto quotidiano.

Il rapporto con il Dylan da studio è complesso, tu stesso hai parlato di tanti alti ma anche di enormi bassi. Però ho l’impressione, leggendoti, che forse è il rapporto con i suoi live una delle cose più ostiche da affrontare…

Il live è la dimensione ideale per Dylan. D’altra parte i suoi dischi venivano registrati quasi sempre così. Oggi gracchia parecchio, è difficile spiegare cosa è stato, ma è vero che ha una capacità unica di reinventare le canzoni: le distrugge, le straccia, le annichilisce, ma ecco che a un certo punto la canzone riemergeva in modo inaspettato, anche per lui. Un caso emblematico è Hard Rain che comincia come cupa profezia bellica e negli anni settanta diventa un canto di gioia che stordisce Allen Ginsberg.

Se dovessi affiancare uno scrittore/scrittrice alla sua capacità di raccontare storie, chi sceglieresti e perché?

Forse Sam Shepard, drammaturgo, che è pure molto amico di Dylan. Ma di sicuro Dylan deve molto alle accensioni immaginifiche di Rimbaud e alle implacabili canzoni politiche di Brecht.

Un racconto talvolta onirico, tra la biografia e il mito di Dylan: cos’è che ti stupisce ancora ascoltandolo?

Non essere mai uguale a se stesso, pur essendo sempre fortissimamente se stesso. È una dote rara.

Parli della macchina nel traffico come luogo perfetto per ascoltare la musica, ok, ti va di dirmi tre canzoni di Dylan che secondo te sono perfette per

  1. Ingorgo nel traffico
  2. Fare colpo su un/a ragazza/o
  3. Ascoltare da ubriachi
  4. In riva al mare
  5. Nella stanza con le cuffie

Dunque

  1. Una bella canzone-sceneggiatura, forse. Ne ha scritte tante: "Black Diamond Bay", ad esempio, un pezzo minore e un po’ trascurato.
  2. "One Too Many Mornings", tanto in Dylan le cose vanno sempre male.
  3. "Born in Time", ma nella versione di “Tell Tale Signs”, una colata aspra di miele e intensità.
  4. "Mozambique", anche per ricordarsi che pure Dylan ogni tanto scrive ciofeche sceme.
  5. "Idiot Wind", in ogni diversa versione, ma in particolare quella delle “New York Sessions”, per cogliere la sfumatura e l’esitazione di una canzone di disamore che ha davvero qualcosa di incredibile. Come scrivo nel libro: “Non è una canzone, non è scritta in inglese: è un’arcana sequenza sillabica, idioma del disastro, apriti sesamo della disperazione astiosa, sbrocco”. Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore.