Era stato già con l'uscita de "La verità", primo singolo di "A casa tutto bene", ultimo album di Dario Brunori, in arte Brunori Sas, che in molti avevano cominciato a intuire che il quarto album del cantautore calabrese potesse essere un vero e proprio punto di svolta in una carriera che, sebbene cominciata tardi rispetto agli standard di questo mondo, era stata da subito in crescendo. L'uscita di un secondo brano, "Canzone contro la paura" aveva confermato l'idea, con un pezzo che in qualche modo riprendeva alcune suggestioni di significato – cosa devo cantare? In che modo farlo? – che aveva già indagato in alcuni pezzi del passato come "Nanà" o "Come stai".

E "A casa tutto bene", primo album che si libera dall'ordine dei "Vol." tanto cari a Brunori, è senza dubbio una svolta nel racconto che il cantante fa di quello che gli è attorno. Per quanto riguarda il suono è, come sempre, un caleidoscopio (dal pezzo ritmato, alla ballad piano e archi, ma ci sono anche le filastrocche coi cori dei bambini) e un armamentario strumentale che alterna il computer a strumenti tradizionali come la mandola, chitarre degli anni '30, mandolini etc. Eppure la svolta principale, quella che forse ha contribuito a un'unanimità di giudizi verso questo lavoro, è l'attenzione che Brunori ha messo nelle immagini evocate e soprattutto nella parola, in tutte quelle scelte per raccontare queste storie che, mentre in passato erano raccolte guardandosi in un ‘intorno' che guardava molto prossimo a sé, questa volta lo ha portato ad aprire la sua finestra della casa a San Fili (CS) sull'Italia e quello che ha visto è perfettamente descritto in questo album, che se fosse un libro potrebbe essere una raccolta di racconti sulla contemporaneità: uno sguardo che non molla mai l'ironia che da sempre lo caratterizza, ma che è più amaro del solito (quel retrogusto amaro che chi lo conosce sa essere, comunque, una delle sue cifre) e questa volta si focalizza sul concetto, soprattutto, di paura.

In questi anni, soprattutto in campo letterario, sono molti gli scrittori che hanno indagato il rapporto tra la parola e la possibilità di incidere sulla realtà, cambiarla, modificarla, sfiorarla. Io non so se le parole cambino il mondo, ma credo che cambino le persone: le parole che ci vengono dette, quelle che diciamo, quelle che ascoltiamo e leggiamo. Parole che ci toccano nel profondo e ci accompagnano, anche in maniera inconscia, durante le nostre vite. Che a pensarci bene è il ruolo del cantautore, figura mitologica che si aggira nel mondo della musica italiana da decenni: essere in grado di mettere in musica una serie di storie in grado di colpirci alla testa e al cuore.

In quest'album della maturità, alla soglia dei 40, Brunori fa un passo in più: "Questo disco si chiama ‘A casa tutto bene', perché è il tentativo di uscire di casa, dove per ‘casa' si può intendere tutto il mondo che mi appartiene, come quello artistico che in qualche modo vedevo come una casetta in cui sto bene, ma che spesso mi vede al riparo da tutto il resto, soprattutto da quello che mi spaventa". Uscire ha voluto dire confrontarsi col mondo, appunto, affrontando temi delicati, molto attuali, che spesso sono scivolosi al punto da far cadere nella retorica. E quello che colpisce è proprio come Brunori, invece, riesca a tenersi sempre a margine dello sbraco: basta ascoltare "L'uomo nero", per esempio, con immagini fortissime – e autobiografiche -, come quella della paura che coglie il protagonista della storia quando ha temuto per la sua vita "solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare leggendo il Corano" e concludendo con un "Io che sorseggio l'ultimo amaro seduto a un tavolo sui Navigli, pensando in fondo va tutto bene, mi basta solo non fare figli, e invece no".

Accostamento di immagini, un vocabolario ricco, la capacità di alternare le sensazioni evocate e costruire un album che dopo un inizio in cui sembra ci sia solo disperazione, si apre a uno spiraglio: "Più che non piacermi [quello che vedo in giro, ndr], non mi piaceva la mia attitudine, che tendeva a rifuggire. In questo disco ho tentato di dare voce a una parte di me che cerca di confrontarsi con quel mondo che non gli piace e quello che reputa altro da sé; cerchi di parlare delle cose che ti spaventano, della parte violenta di una certa disillusione che viene anche dal racconto che i media fanno della realtà, ed è forte un sentimento di umanità, che è anche più alto della relazione di coppia. È importante evidenziare, per citare un altro grande, l'animale che ci portiamo dentro, quindi ho cercato di parlare della mia parte carnale, che pure c'è".

Quello che manca rispetto al passato è qualche canzone d'amore in più (è una pura constatazione, non qualcosa che toglie forza al lavoro, per chi scrive), anche se è d'amore uno dei brani più belli dell'album: una canzone d’amore, “Diego e io”, scritta da Antonio Di Martino (e che nasce probabilmente da uno spin off del suo album “Un mondo raro” – Picicca – in cui rivisita l’opera di Chavela Vargas, che della Kahlo, protagonista del pezzo, è stata l’amante) che, però, è anche un pezzo sul dolore e che ha il ruolo, appunto, di fare da spartiacque. E se da una parte l'abbattimento del proprio ego sia un altro tema importante, presente in quello che è una sorta di manifesto poetico, "Secondo me", c'è un'altra figura che Brunori sparge in queste canzoni, quella del bambino: quello che legge il Corano, il nipote, il figlio da non far nascere, i bambini a cui fa cantare che "La realtà è una merda ma non finisce qua" (pezzo in cui, ribadisce, tra l'altro, che "non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parto da me"): "È strano il rapporto che c'è nel disco tra una parte infantile che io cerco di abbattere, perché è un disco che tenta di abbattere alcune illusioni infantili che non stanno con la mia età: quindi c'è questo tentativo di uccidere Babbo Natale, come faccio vedere nel video, di degregoriana memoria, non cadere nel cinismo, ho la necessità che quella parte ci sia sempre. E come succede ne ‘Il costume da torero' che non a caso contiene un coro di bimbi, gli faccio dire che la realtà una merda ma li faccio concludere dicendo che ‘non finisce qua'".