Cerco in archivio quanto ho scritto in passato a proposito di Dario Brunori (o Brunori Sas che dir si voglia) e, come ben ricordavo, mi salta fuori una stroncatura (quasi) senza possibilità di appello di “Vol.2 – Poveri cristi”, l’album di due anni successivo a “Vol.1”, l’esordio del 2009 che aveva fatto incetta di premi per gli esordienti. OK, era inserita in un contesto atipico dove a una recensione che metteva in luce soprattutto gli aspetti positivi del disco ne era contrapposta a un’altra in cui se ne evidenziavano le presunte criticità/carenze (e a me era toccato il ruolo del “cattivo”), ma – benché con educazione – c’ero andato giù piuttosto pesante. Non sto qui a ribadire cosa proprio non apprezzassi del lavoro di Dario, sarebbe accanimento e per chi è davvero interessato basta una ricerca su Google (nel file che vi salterà fuori, sfilano pareri tutt’altro che benevoli pure per Bluvertigo, Tiromancino, Piero Pelù, Modena City Ramblers e Teatro degli orrori), ma una volta rilettomi rimango sostanzialmente d’accordo con… me: il Brunori ancora “emergente” dipendeva in maniera esagerata dai suoi modelli e non focalizzava sempre a dovere le sue intuizioni, anche se era indubbiamente dotato di una bella carica espressiva, aveva in carniere vari brani efficaci e certo sapeva come riuscire simpatico e colpire il pubblico di nicchia e di massa. Avrebbe però potuto essere uno di quei (tanti, troppi) “furbetti” privi di vero talento che con mezza buona idea e il colpo di fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto raccolgono molto oltre gli effettivi meriti. Avrebbe potuto, appunto.

Nel febbraio 2014, “Vol.3 – Il cammino di Santiago in taxi”, giunto un paio di anni dopo la prova “atipica” della colonna sonora di “È nata una star?”, chiarì in modo inequivocabile come stessero davvero le cose: Dario Brunori era un artista, poche chiacchiere. Aveva solo bisogno di acquisire fiducia e maturità per affrancarsi – non del tutto, perché le radici vanno onorate – dalle sue fonti di ispirazione per scoprire, e di conseguenza rivelare, la sua reale cifra stilistica. Si trattava di un album più elaborato e, magari, “difficile” (tra virgolette, eh) dei precedenti, e ai fini dei risultati commerciali poteva essere un rischio. Andò invece tutto a meraviglia, persino al di là delle previsioni, e Brunori si trovò “affermato”. Non intoccabile, perché qualche critica un po’ pretestuosa non mancò naturalmente di emergere dal coro di apprezzamento, ma di sicuro degno di un posto – e di rilievo! – nel pantheon della canzone d’autore italiana dei nostri giorni. Ma nella musica, si sa, una volta appoggiate le natiche su una poltrona non è scontato che vi rimangano incollate come purtroppo accade di norma con i politici: servono conferme e capacità di evolversi rimanendo se stessi, e se credete che sia facile… chiedete notizie ai tanti che, dopo aver cavalcato per un tot l’onda più alta, sono finiti sul fondo dell’oceano senza più essere in grado di risalire in superficie.

Il nuovo “A casa tutto bene”, in distribuzione da domani 20 gennaio con il marchio DOC Picicca , non lascia dubbi sul fatto che Brunori sia più che mai saldo sul suo metaforico surf. I suoi dodici episodi, co-prodotti con l’abituale mix di perizia e buon gusto da Taketo Gohara, brillano di verve e qualità, e fotografano alla perfezione il mondo creativo ed emotivo del trentanovenne cosentino. Funzionano le trame strumentali, aggraziate ma incisive e ricche senza essere ridondanti; funziona il canto, più evocativo di un tempo ma non privo di quei toni spontanei e un po’ ruvidi che sono scolpiti, caratterizzandolo, nel DNA del Nostro; funziona il songwriting, eclettico ma non dispersivo e accattivante ma non convenzionale; e funzionano, alla grande, i testi, nei quali si mischiano immagini poetiche “classiche” e curiose, ironia e malinconie, gustose citazioni-omaggio e parolacce piazzate ad hoc, personale e universale, il tutto giocato con abilità tra popolare e colto. Non ci sono momenti di stanca, ma i picchi verso l’alto sono forse quelli in cui Brunori si concentra – continuando, comunque, a mischiare le carte – su argomenti più pubblici che privati, e in “A casa tutto bene” succede più spesso del solito. Il massimo della forza comunicativa è in “L’uomo nero”, garbatamente feroce fino all’impietoso nel denunciare le derive sociali figlie della più becera intolleranza, e non riesco a immaginare cosa mai potrebbe essere pubblicato, di più bello e intenso, per contenderle il Premio Amnesty International Italia che ogni anno viene assegnato alla miglior canzone che affronta il tema dei diritti umani. Applausi sinceri.