Joe Cocker, morto questo pomeriggio in seguito a un carcinoma polmonare con cui lottava da tempo, è stato l'esempio di come la musica sia tecnica ma anche corporalità. Proprio lui, che delle sue espressioni facciali e della sua capacità di stare sul palco ne aveva fatto un marchio di fabbrica, grazie ad anni di allenamento nei pub inglesi, dove aveva fatto la classica gavetta prima di diventare uno dei simboli del rock mondiale, grazie alla sua caratteristica voce e a quella capacità di interpretazione che ne caratterizzarono l'inizio della sua carriera portandolo a vincere un Oscar e un Grammy con il brano "Up Where We Belong" (che esordì al primo posto della classifica dei singoli di Billboard) che cantò assieme a Jennifer Warnes nel film "Ufficale gentiluomo" che vedeva Richard Gere nei panni del protagonista.

Oggi, però, probabilmente sarà ricordato soprattutto per quella "You Can Leave Your Hat On", colonna sonora di "9 settimane e 1/2", film che cristallizzò Kim Basinger nell'immaginario erotico mondiale. La canzone, che accompagnava il suo spogliarello, è senza dubbio uno dei pezzi universalmente riconosciuti. Ma Joe Cocker non era solo quello. Fu un grande interprete, inizialmente, e non è un caso che molto lo debba ai Beatles, grazie soprattutto alla sua interpretazione di "With A Little Help From My Friends" che lo portò al primo posto delle classifiche e gli è valso i ringraziamento di Paul McCartney per averla fatta diventare "un inno soul", ma furono alcune delle sue canzoni soliste, come la citata "Up Where We Belong" o "You Are So Beautiful", scritta assieme a Billy Preston, a consegnarlo alla Storia. La cover dei Beatles, tra l'altro, fu una delle canzoni che il Cocker portò sul palco mitico di Woodstock, di cui fu uno dei protagonisti.

La sua carriera fu costellata di alti e bassi (e di problemi di alcol e droga), con un inizio complesso, momenti memorabili alternati a lunghi silenzi, ma è indiscusso il fatto che la sua voce sia una delle più riconoscibile di questi ultimi decenni. Se è vero, infatti, che negli ultimi anni non era tra le star della musica mondiale più in vista (l'ultimo suo album entrato in classifica – all'81o posto – fu “Heart & Soul del 2004), è impossibile fare a meno di ricordare la portata della sua fisicità e del suo timbro che lo portarono in vetta alle classifiche di tutto il mondo.

Il suo nome, nel nostro Paese, era spesso associato a quello del suo amico Zucchero, per la loro amicizia, le collaborazioni e la voce e l'utilizzo del corpo nei live. E proprio del cantante italiano è uno dei ricordi più toccanti: "L'unica cosa che riesco a dire adesso è che Joe era mio fratello di sangue, di anima e di cuore".