Ad ogni stagione estiva spettano quelli che definiamo convenzionalmente tormentoni musicali. La statistica vuole ce ne siano una decina all'anno, imperversano nelle radio e non si fanno concorrenza, anzi finiscono per aiutarsi a vicenda, seguendo i principi della convinzione comune per la quale un ristorante che apre nei pressi di un pub non ostacola il successo di entrambi, ma semmai attira più persone in quella zona. A fine stagione i suddetti tormentoni si rimuovono, finiscono in un enorme ideale scatolone che, polveroso, ogni tanto viene tirato fuori da un armadio per rinfrescare la memoria. Non tutti i tormentoni sono però uguali davanti alla legge, aldilà dei numeri alcuni si fanno notare più di altri. Quelli che hanno radiofonicamente segnato l'estate italiana del 2016 hanno troppi caratteri comuni perché non vengano sottolineati: Andiamo a comandare di Fabio Rovazzi e Vorrei ma non posto di Fedez e J-Ax si distinguono dal mucchio perché sono saggiamente strutturati per essere degli antitormentoni. Perché due pezzi imperniati sul ribaltamento degli stereotipi (è il caso di Rovazzi) o della derisione degli stereotipi stessi (discorso valido per Fedez e J-Ax) non possono nascere solo da un estro spontaneo, o addirittura da un presupposto ideologico.

Michele Monina su Linkiesta argomenta una critica feroce allo stato attuale del pop italiano, definendo le due canzoni "un'accozzaglia di luoghi comuni rovesciati" e sostenendo che in realtà Fedez e J-Ax abbiano fallito nel loro obiettivo di rendere Vorrei ma non posto il vero successo estivo, riuscendoci tuttavia con Rovazzi che esce comunque dalla loro factory Newtopia. Ad ascoltare le principali radio italiane viene da pensare che sia un'opinione parzialmente discutibile, essendo il ritornello di Vorrei ma non posto una litania di sottofondo che è difficile non incrociare nel pure spasmodico e disperato zapping radiofonico.

Ma è appunto interessante il presupposto che fa muovere queste due canzoni, solo apparentemente diverse l'una dall'altra. C'è una scaltrezza di fondo in queste due operazioni discografiche che non può passare inosservata, ovvero il tentativo di surfare sull'onda dell'omologazione, sfruttare la potenza di un mainstream sempre uguale a se stesso, fatto di reggaeton e suoni formato Coldplay, per simulare una proposta alternativa che quel mainstream lo cavalchi fingendo di scansarlo tramite il mezzo del dileggio, dello sfottò.

Concretamente c'è molto poco di alternativo alla proposta generica e, per quanto i due pezzi facciano simpatia e si lascino ascoltare, il pretesto creativo dal quale nascono somiglia a quello di chi critica gli spasmodici giocatori di Pokemon Go per puro spirito bastian contrario, ma è incapace di stare venti minuti senza controllare le notifiche di Facebook. Questo è l'antitormentone, ecco come può funzionare una canzone farcita con ritratti ironizzanti di scenari quotidiani, come il selvaggio smanettare sui social e fare foto al tramonto, o un'altra che ribalti il quadro del divertimento discotecaro suscitando nell'immaginario collettivo l'idea positiva di uno sballo possibile anche con dell'acqua minerale e senza uso di droghe. Che tu la ascolti in macchina, d'estate, con la pelle scottata di ritorno dal mare, mentre fai una foto al tramonto con l'intento di postarla su Instagram e pensi a quale festino scegliere per la tua vacanza in Puglia. E quando finisce rifletti e dici ad alta voce: "però, questa canzone sembra una cagata ma invece…".