Claudio Poggi è stato uno degli artefici di "Terra mia", primo album di Pino Daniele, quello che diede il la alla sua carriera che lo portò ad essere un punto di riferimento della scena musicale italiana, mentre Daniele Sanzone è un musicista, fondatore degli ‘A67, che a Daniele si è sempre ispirato, finché lo stesso Mascalzone Latino lo chiamò a suonare al suo fianco, realizzando uno dei suoi sogni più grandi. E proprio Poggi e Sanzone, a 40 anni di distanza dall'uscita di quel primo mattone di un muro composto da tantissimi capolavori, hanno voluto raccogliere nel libro "Pino Daniele. Terra mia" (edito da minimumfax) quei momenti in cui Poggi passò dall'essere un giornalista musicale al primo produttore, ricordando la costruzione di un rapporto d'amicizia, prima che lavorativo, le difficoltà per pubblicare, le gioie, la costruzione delle canzoni e pure il litigio che mise fine alla loro collaborazione, il tutto stimolato proprio dal cantante degli ‘A67.

Mi raccontate come nasce questo libro? A chi è venuta l’idea e chi l’ha proposta a chi.

Claudio Poggi: Questo libro nasce a distanza di un anno dalla scomparsa di Pino, dopo tutte le dichiarazioni, i commenti e le testimonianze, alcune veramente inopportune e farneticanti, ho sentito l'esigenza di raccontare ai fan e a tutti quelli che sempre di più lo adorano, chi è stato veramente questo "masaniello" della musica. Senza alcuna retorica e avvalendomi dei miei ricordi, quando quarant’anni fa ho vissuto insieme a lui questa fantastica avventura. Avevo però bisogno di un partner, una sorta di analista che mi stimolasse questi racconti e mi facesse rivivere come in un film questi momenti, una persona giovane che all'epoca non era nata ma che avesse conosciuto più tardi il grande Pino. Così la scelta è caduta su Daniele Sanzone, leader degli ‘A67, una band tosta e impegnata nel sociale. Inoltre Daniele è per me quel fratello minore che non ho mai avuto e che come me ha vissuto e vive la passione per la musica e per Pinotto come punto fondamentale della sua vita.

Avete sottoposto il libro alla famiglia? Chi lo ha letto prima della pubblicazione?

Daniele Sanzone: Nessuno ha letto il libro prima della pubblicazione e dopo il primo a leggerlo è stato il figlio Alex, che ci ha chiamato entusiasta dicendo d’aver ritrovato il padre in ogni storia e aneddoto. Una telefonata che ci ha riempito di gioia.

Quel è, a 40 anni di distanza dalla sua uscita, l’importanza di un album come “Terra mia”?

CP: Terra mia è per tutti l'inizio di una svolta epocale della canzone napoletana, di un nuovo linguaggio e di una nuova musicalità che segna un confine storico e sociale con il passato e non so se e quando e da chi verrà superato.

Che impatto ha avuto sulla sua epoca e che impatto, secondo voi, ha oggi?

CP: All'epoca ebbe grandi segnali di interesse da parte della critica e timidi apprezzamenti dal pubblico, del resto le vere innovazioni non sono mai immediate. Oggi questo album assume un'importanza enorme non solo nella musica napoletana ma anche in quella italiana per stile, composizione e modo di cantare.

DS: Terra mia segna un punto di non ritorno all’interno della musica italiana, perché sulla scia dei Napoli Centrale di James Senese, Pino Daniele per la prima volta recupera il dialetto parlato in strada, ovvero la sua lingua, dando voce a una Napoli nuova. E proprio come i Napoli Centrale musicalmente parte dalle proprie radici per contaminarsi con i suoni d’oltre oceano partendo dalla melodia e dagli strumenti della tradizione napoletana.

Claudio, ci racconti come passasti dall’essere un giornalista al diventare il produttore di quell’album?

CP: Lo racconto nel libro, nella maniera più semplice e spontanea, ero un giornalista musicale a cui fu data la possibilità di diventare il produttore esecutivo, per conto della EMI, e da questo primo incarico è scaturito il mio lavoro che ancora adesso porto avanti.

Che tipo era quel Pino Daniele giovane e ancora lontano dal successo che avrebbe trovato da lì a poco?

CP: Pinotto era un ragazzo semplice, innamorato pazzamente della musica, con tantissima voglia di suonare, molto meno che di cantare, e con la convinzione assoluta di imporre le sue idee musicali.

“L’album doveva essere l’inizio di un vero e proprio progetto, doveva rappresentare una Napoli attuale, con un linguaggio vero e una musica che partiva dalla tradizione napoletana per andare oltre” scrivete. Secondo voi si è realizzato quel progetto e in che modo?

CP: Senz'altro si è realizzato e credo che non potevano esserci altri grandi capolavori nella storia di Pino, seppure più sofisticati, senza Napule è o ‘Na tazzulella ‘e café.

Una delle caratteristiche di quell’album è anche la capacità di raccontare la società, fare denuncia, da “Na tazzulella ‘e cafè” a “Che Calore”, ma utilizzando un’ironia che forse porta ancora qualcuno a non capire bene il vero significato di quelle canzoni.

CP: Non credo che oggi non si comprenda il significato sociale di queste composizioni, alcuni lo mettono in primo piano altri magari prediligono maggiormente la parte musicale.

DS: Sì, è un disco fortemente politico a partire dal titolo, ma non in senso ideologico. Per i cantautori di allora le parole erano tutto e la musica serviva solo ad enfatizzare la loro forza. Guccini, De Gregori, Lolli, De Andrè erano la colonna sonora del movimento di lotta. Pino Daniele invece a differenza loro nascendo come musicista, per lui le parole dovevano suonare pur senza mai rinunciare alla poesia. E tra le sue armi c’era anche una tagliente ironia con la quale riusciva a far passare, con leggerezza tematiche e messaggi forti.

Io sono molto affezionato a un’intervista a Radio Eurosound, in cui Pino Daniele parlava di “Napul’è” come di una canzone che non sarebbe finita in quell’album. Una canzone che oggi potremmo addirittura aver “rischiato” di vedere nel curriculum di Peppino Di Capri, vero?

CP: È vero il brano piacque a Peppino di Capri, ma onestamente non credo che facilmente Pino gli avrebbe fatto manipolare il suo pezzo.

Quale fu il momento in cui capiste che era successo qualcosa di magico?

CP: Il momento che mi sono accorto che si stava facendo un progetto importante è stato quando ho ascoltato in studio l'arrangiamento degli archi di Antonio Sinagra di Napule è, mi son venuti i brividi ed è comparsa qualche lacrimuccia anche se non avrei mai immaginato il destino di questa canzone.

Del vostro rapporto si ricorda “Terra mia” quasi allo stesso modo con cui si ricorda il vostro litigio. Ne parli anche nel libro, ovviamente, ma ti fermi a un certo punto. Quale fu il vostro rapporto dopo?

CP: Come fra tutte le persone che hanno condiviso una parte importante della propria vita i legami non si interrompono mai. Ci sono stati lunghi anni in cui non ci siamo più sentiti e momenti tenerissimi in cui ci siamo rincontrati. Ne ricordo due in particolare: uno ad un suo compleanno, il primo credo con Fabiola la sua seconda moglie, aveva tantissima voglia di raccontarmi tutte le cose che erano cambiate anche se non c'era il tempo necessario e l'altra, l'ultima, il secondo anno della grande Reunion a Napoli dove parlammo meno ma m'illuminò con il suo sorriso.

Pino Daniele odiava Napoli, la odiava come solo i veri napoletani sanno odiarla”. Ci spiegate questa frase?

DS: Per il napoletano la propria città è un continuo conflitto, non possiamo non amarla ma allo stesso tempo la vorremmo diversa e per questo la odiamo, perché siamo coscienti della sua straziante bellezza e quindi di quello che potrebbe essere e invece non è. Gli stessi artisti non riescono a non parlare della città, che nel bene e nel male resta un’incredibile e inesauribile fonte d’ispirazione. C’è un’autoreferenzialità assurda e se non ne è parli o addirittura vai via da Napoli ti senti di averla tradita. Napoli non ha mai smesso di essere una capitale e forse non abbiamo ancora metabolizzato il fatto che siamo orfani del regno.

Ricordate dov’eravate il 4 gennaio 2015?

DS: A Scampia a casa dei miei genitori durante la notte mi arrivarono diversi messaggi sul cellulare, che per pigrizia non aprii, la mattina mi accorsi della tragedia.

CP: Ero a Napoli, mi sveglio presto e accendendo la televisione, vedo un'immagine di Pino e subito dopo la pubblicità. In cuor mio ho avuto subito la sensazione che fosse accaduto qualcosa, ho aspettato con ansia fino alla ripresa dove si parlava della sua scomparsa. Sono rimasto inebetito non so per quanto, fino a che ho dato la triste notizia a mia moglie.

C’è qualcosa che non gli avete detto e che avreste voluto dirgli?

DS: Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere il palco con lui e la super band, da fan avrei voluto chiedergli qualsiasi cosa, non sarebbe bastato un mese.

CP: A Pinotto avrei voluto dirgli grazie per avermi fatto condividere quei momenti magici della sua vita e di avermi regalato la sua bella e difficile amicizia!