in foto: Mannarino durante il live al Palalottomatica di Roma (foto di Ilaria Magliocchetti Lombi)

In queste ultime settimane sulla mia bacheca Facebook e sullo stream di Twitter (la mia filter bubble, insomma) stanno scorrendo immagini di locali importanti per la musica nel nostro Paese pieni di gente. A riempirli e a fare svariati sold out sono cantanti che da anni fanno su e giù per il paese con centinaia di date, che inizialmente, forse, contavano poche decine di persone a riempirli, e che poi, pian piano, con tenacia e con la qualità, hanno fatto sì che quel numero crescesse sempre di più, creando attorno a sé una comunità che ha voglia di andarli ad ascoltare live anche più volte nello stesso anno. Una comunità che si è solidificata col tempo e che permette di fare live da migliaia di persone anche in città in cui la cosa non è sempre scontata. Immagini che cristallizzavano in un istante migliaia di persone che si sono date appuntamento all'Alcatraz di Milano, al Nelson Mandela Forum di Firenze, all'Atlantico di Roma e finanche al Duel Beat di Napoli, città ostica, come sa qualunque cantante che sia solito girare l'Italia per concerti.

Mannarino, Brunori Sas, Baustelle, Le luci della centrale elettrica, ma anche Stato Sociale, Fast Animals and Slow Kids, Thegiornalisti, Motta, Zen Circus e se prendiamo in considerazione luoghi minori e/o tour in prospettiva possiamo metterci dentro anche artisti come Levante, Ex Otago, Calcutta, I Cani e tutta una serie di cantanti cosiddetti indipendenti che da anni, in realtà, porta avanti tour che riempiono club, locali e palazzetti, trainando con sé una scena più ampia e dando visibilità anche a band minori e più giovani.

Nel leggere il diario di lavorazione che Vasco Brondi, aka Le luci della centrale elettrica, ha scritto per accompagnare il suo ultimo album "Terra" ho trovato varie riflessioni interessanti e tra queste c'è uno spunto che, qualche settimana prima di un articolo che avrebbe fatto parlare non poco di tour e talent, centrava bene il punto

Saranno anche più belli i dischi quando non ci si guadagnerà più niente e, anzi, nel registrarli si andrà del tutto in perdita. Resterà solo il gusto di farli, o si faranno soltanto concerti. Mancano pochi anni. Adesso ci sono molti canti del cigno, qualche ragazzo da spremere per fare soldi in fretta e pessimi dischi calibrati per passare in radio a tutti i costi. E cantanti sempre in televisione e sulle copertine delle riviste, la cui musica non interessa a nessuno, infatti ai loro concerti ci sono trenta persone, ma sono famosissimi e passeranno la vita a doversi fare autoscatti sorridenti con chiunque passi.

Poche righe che racchiudono un pensiero che, nelle sue diverse sfumature, è ricorrente da anni. Un discorso che non fa nomi ma che, almeno nell'interpretazione di chi scrive, varrebbe anche per i talent, ovvero quei programmi che, sommandoli, ogni anno lanciano nell'arena musicale un paio di nomi che hanno una visibilità enorme ma che hanno non poche difficoltà a resistere alla notorietà e a organizzare qualche data. In realtà, nonostante la vasta eco mediatica, la quantità di cantanti usciti dai talent e in grado di affermarsi sulla scena nazionale è minima (rispetto, ad esempio, al numero di coloro che arrivano nelle diverse finali almeno dei principali: "Amici", "X Factor" e "The Voice") e ancora meno è quella in grado di portare avanti una vera e propria tournée degna di questo nome. Ci sono casi eclatanti come quelli di Marco Mengoni, Alessandra Amoroso ed Emma Marrone (fino a nomi come quelli Giusy Ferreri, Chiara, Annalisa, Marco Carta e Valerio Scanu) che abbagliano la vista, impedendole di arrivare in profondità, a guardare tutti quelli – pure vincitori – che non ce l'hanno fatta. Ragazzi che probabilmente talento e voce li avevano veramente, ma che il mercato discografico fa difficoltà a metabolizzare e valorizzare, lasciando quindi che la strada sia un po' più spianata a chi ha alle spalle una fanbase già avviata, come successo, negli ultimi anni, a nomi come Briga, che fa parte del roster della Honiro, label nota nel mondo del rap, e i The Kolors, che hanno un passato on the road nei piccoli locali italiani.

Talvolta, però, nonostante la grande rilevanza mediatica e social si ritrovano, appunto, "a doversi fare autoscatti sorridenti con chiunque passi" più che calcare palchi propri e a volte sono obbligati a reinventarsi, come ha fatto Scanu, ad esempio, diventato ormai un volto noto della tv e come sta cercando di fare Moreno, attualmente all'Isola dei Famosi. La colpa non è loro, non sempre almeno, ma per non cadere nella retorica (che ha il suo fondo di verità) delle etichette che li spremono, basti vedere quello che è capitato ultimamente. Senza arrivare fino ai Dear Jack, che dopo due anni con album in classifica, Sanremo e concerti fatti, si ritrovano ancora una volta a combattere con il cambio di formazione a seguito della separazione da Leiner Riflessi, basti guardare a quest'ultima stagione e a questi ultimi giorni. Del tour di Sergio Sylvestre per adesso, a un anno dalla vittoria, non ci sono molte notizie, peggio va ad Elodie che ha dovuto annullare l'unica data prevista da solista all'Alcatraz, con tanto di cambio manager: sarebbe stato il suo primo concerto da sola, dopo alcune partecipazioni ad altri tour, come quello di Emma o la serata Amiche in Arena. Brutte notizie anche per Alessio Bernabei che ha rinviato i due concerti previsti per maggio a Roma e Milano perché sta "lavorando ad un disco importante per me e voglio dare il meglio in queste canzoni, mi voglio raccontante come non ho mai fatto" (sic), mentre resiste Lele coi suoi 3 concerti previsti a maggio. Sono 3, per adesso, pure i concerti previsti per i Soul System, vincitori di X Factor, mentre non c'è alcuna notizia da Alice Paba, vincitrice di The Voice, che pure ha partecipato, con Nesli, allo scorso Festival di Sanremo.

Insomma, i talent fanno ormai parte della vita discografica del Paese e in realtà non fanno neanche più notizia in quanto tali, eppure resta il fatto che a volte la sensazione è che la visibilità sia maggiore ai risultati effettivi a scapito – in una coperta mediatica corta e che è inutile tirare – di chi, in realtà, in questi anni si è creata uno zoccolo duro. Nel 2016 e in questo inizio 2017 qualcosa si è mosso, sperando che l'andamento possa continuare. Non è una guerra quella di cui c'è bisogno, ma sarebbe bello se ci fosse un riconoscimento (in visibilità, ad esempio) maggiore per chi riempie realmente i concerti, portando gente disposta a pagare per cantare e ascoltare la musica che ama. Con l'augurio che anche i futuri talent riescano come sono riusciti i Mengoni, le Amoroso e le Emma. Almeno per quanto riguarda il pubblico, la coperta dovrebbe bastare.