in foto: Rockin'1000 (foto di Marco Onofri)

Visto il suo grado di viralità, la storia dovrebbe essere nota a tutti, ma un breve riepilogo gioverà. Torniamo allora a quel lontano 26 luglio del 2015, quando mille musicisti provenienti da ogni parte d’Italia si radunarono nel Parco Ippodromo di Cesena per suonare, tutti assieme, il brano “Learn To Fly” dei Foo Fighters; l’evento venne filmato e lanciato in Rete con lo scopo di convincere la band di Dave Grohl a esibirsi nella città romagnola, cosa che avvenne il 3 novembre dello stesso anno. Va da sé che la bizzarria da Guinness dei Primati, molto professionale tanto nella realizzazione quanto nella propaganda, vantava una regia nient’affatto occulta, quello di Fabio Zaffagnini: non uno dei soliti promoter navigati, ma un “ragazzo” oggi poco più che quarantenne con precedenti esperienze nella geologia marina, nel trasferimento tecnologico e ricerca industriale, nella realtà virtuale e in altri ambiti tra loro privi, in apparenza, di connessioni. Nulla di male, sia chiaro: conta avere “l’idea” e senza alcun dubbio Zaffagnini l’ha avuta, e sebbene per sua stessa ammissione fosse “folle”, ha profuso il massimo impegno per metterla in pratica, trovando sponsor e appoggi dalle autorità. Tanto di cappello, allora, per il visionario Fabio, anche se – la mia onestà intellettuale mi obbliga ad ammetterlo – quando il 30 luglio di due anni fa mi sono trovato sotto gli occhi il video di “Learn To Fly”, due pensieri si sono intrecciati nella mia mente: che, sul piano musicale, fosse qualcosa di raccapricciante, e che un così notevole sforzo produttivo fosse davvero sprecato per qualcosa di poco rilevante come un concerto dei Foo Fighters – bravini e pure simpatici, ma nulla di più – sulla riva dell’Adriatico. Se decidi di metter su un casino del genere, dovresti puntare come minimo alla reunion dei Led Zeppelin. Comunque, su, non si cerchi il pelo nell’uovo: intuizione brillante e obiettivo centrato, tutti a casa e si ricominci a occuparsi di faccende serie.

Poteva finire così? Figuriamoci: se fai qualcosa di assurdo e quel qualcosa funziona, è normale sentirti legittimato ad alzare l’asticella e tentare un nuovo azzardo, persino più grande. La reunion dei Led Zeppelin? No, magari. Invece, un raduno di mille musicisti, ancora sotto l’egida del marchio registrato Rockin’1000, per uno show a base di classici del rock dai ’50 ai giorni nostri. Detto, fatto: il 24 luglio 2016, allo stadio di Cesena, il magagruppo ha offerto una scaletta di diciassette episodi attinti nei repertori di Eddie Cochran, Beatles, Rolling Stones, Neil Young, White Stripes, Nirvana, Ramones eccetera, quasi tutti inni (quale più, quale meno) per chiunque mastichi un po’ di r’n’r. Una scelta funzionale al proposito di “far tremare il prato” e puntare al successo nazionalpopolare, o almeno al massimo del successo nazionalpopolare che si possa ottenere, qui in Italia, con il rock, avvalendosi della più ampia cover band della storia; successo che è puntualmente giunto, con 14.000 spettatori – secondo i dati diffusi dall’organizzazione – assiepati sulle tribune. Ci stava, voler vedere l’effetto che avrebbe fatto, ci stava organizzare un maxi-party per celebrare “l’idea”, affermare ulteriormente il brand, raggranellare denaro con la vendita dei biglietti e di un merchandise ai livelli di Pearl Jam e U2. Insomma, quando lo scorso dicembre la Sony ha annunciato la pubblicazione, il 27 gennaio, dell’album-testimonianza dell’happening, non ho provato alcuno stupore. “Pure un disco? Vabbè, adesso si esagera”, mi sono detto, “ma benché tutto sia ormai dominato dal marketing, se lo daranno sui denti. Questa è una società di mentecatti, ma non così tanto da…”. Povero me: quasi cinquantasette anni di vita piuttosto intensa, quaranta dei quali svoltasi in vari modi nel circuito della musica, non sono stati sufficienti a inculcarmi nella testa il principio che il fondo non è mai veramente tale, perché quando lo si è toccato c’è sempre la possibilità di scavare. Il comunicato Sony del 3 febbraio afferma infatti che “That’s Live – The Biggest Rock Band on Earth” è entrato al 4° posto delle classifiche di vendita degli album, e addirittura al primo di quella dei vinili. OK, sappiamo come i “numeri” del mercato siano in assoluto deprimenti e che le classifiche, comprendendo gli ascolti in streaming, non siano legate necessariamente agli acquisti, ma il dato turba… specie per quanto concerne il vinile, che può essere solo comprato. Per salire in cima ne bastano però poche centinaia, e allora l’exploit si potrebbe spiegare: ad accaparrarsi le copie sono stati gli stessi Rockin’1000, a mo’ di souvenir della loro impresa, e alcuni dei presenti al concerto. Chi altri avrebbe voglia di metter mano alla carta di credito (è un’esclusiva Amazon) per investire trenta euro nel doppio LP dei Rockin’1000?

Certo, non sono da sottovalutare i “main media partners”, ovvero Spotify e due colossi notoriamente votati al sostegno e alla propaganda della cultura “alta” quali Rolling Stone e Radio DJ, ma… no, fatico a credere che un disco con cover eseguite da musicisti dilettanti e cantate rigorosamente in coro da gente anonima possa suscitare l’interesse di una platea autentica. Per quanto chi (evidentemente) guadagna su questa vicenda ormai ben oltre il confine del grottesco sia bravissimo a spargere fumo negli occhi parlando di “magia” ed “emozioni” e usando quantità industriali di superlativi, qui la musica è orrenda, oscena, immonda, ripugnante e via di dizionario dei sinonimi; chiunque possegga i mezzi per capire l’effettiva grandezza delle canzoni massacrate non può in alcun modo approvare il loro annichilimento a karaoke e la retorica di infima lega sparsa per giustificare quella che, da trovata bislacca ma tutto sommato divertente, sta diventando una specie di holding, con minacce purtroppo non campate in aria di ulteriori sviluppi. L’esistenza in pianta stabile – e non una tantum o “due tantum” – dei Rockin’1000 è l’ennesima prova della barbarie nella quale viviamo, un calcio nelle gonadi (con stivaletti a punta) a chi – fatte naturalmente salve le legittime implicazioni commerciali – vede in certa musica una forma d’arte e un veicolo per la divulgazione di concetti di spessore. Qui, invece, essa è mortificata, coperta di pece e piume, immolata sull’altare del kitsch e della più vuota delle speculazioni, per soldi e per ego. Speriamo che il prossimo passo risulti più lungo della gamba e che, con il suo fallimento, si porti dietro tutto il carrozzone.