in foto: Niccolò Fabi al Teatro Augusteo di Napoli (Ph. Titti Fabozzi, via DMV comunicazione)

Ci sono canzoni che diventano subito dei classici nella vita di un artista o anche di un Paese. Ne sa qualcosa Niccolò Fabi che di classici all'Italia ne ha regalati vari e altri ne ha regalati al proprio pubblico che anche per quanto riguarda l'ultimo album (‘Una somma di piccole cose') ha già scelto il brano simbolo, quello che in futuro sarà difficile togliere dalla scaletta. Si chiama ‘Una mano sugli occhi‘ ed è una delle canzoni d'amore più belle scritte dal cantautore romano in grado di mettersi a nudo, raccontando come in pochi sono in grado di fare, con semplicità e intimità, l'amore (‘Conosci tutti quelli che amo, la loro vita e la mia, alcuni li hai visti arrivare, altri andarsene via. Non è più baci sotto il portone, non è più l'estasi del primo giorno, è una mano sugli occhi prima del sonno').

Posso giurare di aver visto molte ombre di mani avvicinarsi al viso e agli occhi nel buio del Teatro Augusteo di Napoli – dove il cantante ha dato il via alla sua tournée – mentre intonava quelle parole, accompagnato solo dal pianoforte. Una canzone di cui ha capito il ‘potere' anche il cantante che l'ha scelta per fare da spartiacque a uno spettacolo partito con le prime canzoni del nuovo album: ‘Una somma di piccole cose', il singolo ‘Ha perso la città', ‘Facciamo finta', ‘Filosofia agricola', ‘Non vale più', canzone che comincia con una danza quasi tribale assieme a Bianco, che assieme alla sua band accompagna Fabi in questo nuovo spettacolo. Anzi, al ‘cantautore' Bianco.

Quella di Fabi è una carriera che non ha timore di confrontarsi con il mondo che lo circonda e con il vuoto che si è fatto molto più forte negli ultimi anni e non ha paura di ribadirlo in uno spettacolo in cui si racconta a cuore aperto: lo fa con le canzoni, ovviamente, lo fa con la mimica sul palco, con quegli ‘yes' con cui accompagna i vuoti lasciati appositamente da riempire alle 1500 persone assiepate nel teatro napoletano. Si interrompe Fabi, per sentire il suo pubblico vicino, riempire anni di repertorio, urlargli di essere bello, di essere un poeta. Ma il cuore aperto di Fabi è anche nel suo dialogo con loro, con noi, e nell'onestà con cui spiega di non aver scritto queste canzoni pensando al suo pubblico. Non c'era nessuno nel luogo solitario in cui si è chiuso per registrare il suo album più intimo, quello più ‘americano', quello che lo ha portato per la prima volta al primo posto della classifica, coronando una lunga carriera borderline che gli ha permesso di essere apprezzato sia nel mondo più indipendente che in quello mainstream.

‘Un mano sugli occhi' è il climax emotivo di uno spettacolo che improvvisamente cambia marcia, riaffondando le mani nel suo passato: per farlo sceglie di richiamare ‘la prima canzone d'amore scritta' e in cui si sente la differenza d'età e approccio con quest'ultima: è ‘Ostinatamente', inclusa ne ‘Il giardiniere', il suo album d'esordio. Ma i classici sono tutti là, da ‘Offeso' a ‘Vento d'estate', passando per ‘Il negozio di Antiquariato' ‘È Non È', ‘Sedici modi' e ‘Lasciarsi un giorno a Roma', forse la sua canzone più amata, quella che porta il pubblico ad abbandonare le sedie del Teatro e riversarsi sotto al palco per godersi la parte finale del concerto. Ma prima di questa invasione, Fabi ha voluto suonare due canzoni che ne hanno segnato il percorso, come ha capito nel momento esatto in cui le ha suonate all'Arena di Verona durante il tour condiviso con Daniele Silvestri e Max Gazzè per ‘Il padrone della Festa': ‘Solo un uomo' e ‘Costruire' sono quelle che grazie a cui ‘ho capito che il mio percorso aveva trovato un senso'.

Niccolò Fabi durante il concerto di Napoli (Ph. Titti Fabozzi, via DMV comunicazione)
in foto: Niccolò Fabi durante il concerto di Napoli (Ph. Titti Fabozzi, via DMV comunicazione)

Trova anche il tempo, ovviamente, di cantare un pezzo tratto dall'album in trio (‘Giovanni sulla terra'), tornare al penultimo album ‘Ecco', di cui questo è il giusto seguito, anche nelle tematiche trattate, citare ‘Take me home, Country Roads' di John Denver (in un mash up con ‘Una buona idea') e soprattutto ringraziare Bianco suonando in uno dei bis ‘Aeroplano‘, pezzo tratto dall'ultimo, bell'album del cantautore torinese ‘Guardare per aria'.

È stato un concerto emozionante, specchio di un album in cui Fabi pare sempre più aver trovato un rapporto pacificato con la sua musica e con la discografia in generale, come mi aveva detto poco prima, durante una chiacchierata nel suo camerino. La stessa chiacchierata in cui mi aveva corretto il tiro di una domanda sul suo essere una sorta di ‘guru' (sono quelle espressioni sbagliate di cui non ti vengono i sinonimi al momento) per i suoi fan (scatenando un sorriso su quell"effetto Jovanotti' usato per fargli capire il senso): ‘Più che guru direi che forse il pubblico sente un senso paterno'. Sì, esattamente quello, un senso paterno, il racconto di un amico saggio che ha visto il mondo e cerca di raccontarlo senza nessun piedistallo. Ma tu l'altezza la vedi comunque.