Nel mio pur vastissimo archivio c’è poco sul rap, italiano ed estero; non perché il fenomeno non mi piaccia/interessi, nient’affatto, ma perché ho sempre reputato più giusto che a scriverne fossero altri globalmente più ferrati di me sulle sue dinamiche. Però, quando fra gli ultimissimi anni ’80 e l’inizio del decennio seguente, la cultura hip hop ha preso a diffondersi nella Penisola, ho seguito con attenzione gli sviluppi, studiando e spesso lodando le prime produzioni in (sacro) vinile: la Onda Rosse Posse ben presto evolutasi in Assalti Frontali, il già grande Frankie Hi NRG MC di “Fight da faida”, Isola Posse All Stars e via via il resto della truppa, da Nuovi Briganti a 99 Posse fino a Sa Razza, Lion Horse Posse, O.T.R. e persino Articolo 31. Non mi sono fatto scappare neppure un mix marchiato Century Vox, X o Crime Squad, né antologie come i due volumi di “Italian Posse”, “Italian Rap Attack” e “Fondamentale”, e posso affermare senza timore di smentita di avere ascoltato in tempo reale tutto ciò che è uscito fino al 1994/95 degli splendidi “SmX” dei Sangue Misto e “A volte ritorno” di Lou X. Ho amato parecchie caratteristiche, di quel movimento: la natura antagonista, la provenienza “dal basso”, l’immediatezza  e, sotto il profilo artistico, l’energia della musica e la brillantezza dei testi; c’erano parecchie ingenuità, questo è vero, ma non importava, perché c’era anche tanta forza e tanta voglia di esprimersi con un linguaggio sì ricalcato su modelli d’oltreoceano, ma sotto molti aspetti universale. Insomma, parlare di “rap italiano” non mi sembrava assurdo. Il successo istantaneo e spropositato dei Gemelli DiVersi ha poi allentato i miei legami con “la scena”; ho continuato a tenermi strettissimi alcuni miei personali “santini” come Assalti Frontali e Frankie e ho sposato al 100% la causa di Caparezza, ma con altri nomi nel frattempo emersi quali Kaos One, Club Dogo, Cor Veleno, Piotta, Mondo Marcio o Dargen D’Amico non mi sono spinto oltre pur soddisfacenti rapporti occasionali.

Al di là dell’apprezzamento più o meno saltuario per singoli artisti o brani più recenti, “il mio” rap tricolore rimane però quello della prima metà dei ’90, quello che viveva nei centri sociali e non intratteneva rapporti con il business di serie A; roba antica se non anacronistica, d’accordo, ma ciascuno è padrone di vederla come vuole. Non ha invece di sicuro nulla di “mio” l’ondata affermatasi nell’ultima decina d’anni, quella del “mainstream”: se già provavo una certa repulsione per gli americani che esaltavano il mito della ricchezza smodata, la misoginia, il sessismo, le faide vere e posticce con i colleghi, le sbruffonate e le logiche da coatti e/o da gangster, figuriamoci che effetto potevano e possono farmi le loro versioni pecorecce “made in Italy”, spesso fasulle come una banconota da sette euro, per di più sostenute dalle major e promosse tramite il peggior becerume radiotelevisivo. Non penso sia un problema generazionale e/o sociale, o magari sì, ma di fronte all’evidente incapacità di appassionarmi e all’assenza di oneri professionali, nel campo specifico ho imboccato la strada più facile: non ho smesso di tener d’occhio (e d’orecchio) ciò che accadeva e ho elaborato qualche considerazione scritta solo quando mi sentivo particolarmente motivato. Quindi, di rado. Avrei avuto maggiori stimoli ad analizzare le ragioni alla base dei notevoli riscontri commerciali del rap di casa nostra, ma devo ammettere che ogni volta che ho cercato di capirle, a un livello più elevato delle solite, fruste banalità, non sono giunto a conclusioni esaustive.

Che il funzionamento del meccanismo mi sia ancora piuttosto oscuro non mi ha tuttavia fatto stupire del fulmineo approdo al gradino più alto della classifica di “Santeria”, l’album targato Universal che costituisce il primo sodalizio esteso – ce ne sono stati alcuni altri, ma per pezzi isolati – tra Marracash e Gué Pequeno; sulla carta, alla luce delle lunghe e fortunate carriere dei due rapper, l’evento era pressoché inevitabile, ma la buona notizia è che i contenuti del disco – ben quindici tracce per cinquantacinque minuti di musica – non sono esattamente “canzoncine” per adolescenti che hanno bisogno di sentirsi adulti e cattivi. Ok, gli episodi di più facile presa non mancano – a partire dal singolo apripista “Nulla accade”, che in meno di un mese ha superato i quattro milioni di visualizzazioni – e non potrebbe non essere così, ma non vuol dire nulla; a contare è che l’intera scaletta si avvalga di trame musicali di qualità, allestite dalla decina di produttori che si alternano in cabina di regia, e di un flow efficacissimo, con le due voci complementari poste al servizio di versi arguti che in linea di massima evitano il lessico colto ma non disdegnano, qua e là, di alzare un po’ l’asticella. Azzeccato anche nella copertina, firmata dal colombiano Armando Mesias, “Santeria” vive soprattutto di atmosfere non proprio luminosissime ma intriganti, dove la contemporaneità va a braccetto con echi old-school e anni ’90, e di parole che pur non sfuggendo autoreferenzialità (peraltro non priva di autoironia), luoghi comuni e qualche caduta di gusto – ad esempio, "Cantante italiana", ma fa ridere – risultano equilibrate e convincenti. Non è dunque strano vedere in questa sospirata collaborazione un esempio significativo di rap italiano che sa conciliare, e senza attriti, vendibilità e credibilità. Chi ritiene che in fondo non sia un gran risultato, dovrebbe forse dedicarsi a un ripasso di ciò che è stato immesso sul mercato da quando il filone è diventato redditizio.