in foto: Un particolare della copertina del musicarello "Cuore matto"

In questi stessi giorni di marzo, ma mezzo secolo fa, il 45 giri più venduto in Italia era “Cuore matto”. Le autorevoli classifiche di “Musica e Dischi” parlano chiaro: dopo averne trascorse due al secondo gradino (alle spalle di “Proposta” dei Giganti), il singolo aveva conquistato la cima della graduatoria nella settima settimana del 1967; vi sarebbe rimasto fino alla quindicesima, per poi essere scalzato da “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. Mai prima di allora Little Tony era salito così in alto (la miglior posizione era stata il secondo posto con “Riderà”, del 1966) e mai avrebbe replicato, peraltro piazzandosi svariate volte nei Top 10. Il grande successo di “Cuore matto” era figlio di Sanremo, di quella maledetta diciassettesima edizione – tenutasi dal 26 al 28 gennaio – che era costata la vita a Luigi Tenco, ma al Festival il brano non aveva goduto di particolari attenzioni; firmato da Armando Ambrosini e Totò Savio, e interpretato in coppia con l’oggi dimenticato Mario Zelinotti (pure all’epoca, comunque, una figura certo non di primo piano), era arrivato appena decimo, con la miseria di otto punti contro i quarantacinque di “Non pensare a me”, il pezzo vincitore proposto da Claudio Villa e Iva Zanicchi. Pazienza, visto quanto fu dolce la “consolazione”: oltre un milione di copie vendute e persino la fortunata appendice di un “musicarello” (uno di quegli sciocchissimi ma deliziosi film ispirati a una canzone che nei nostri Sixties erano un “must”), ovviamente con lo stesso Little Tony nei panni del protagonista (chiamato… Tony). Il titolo? “Cuore matto… matto da legare”, a rimarcare quanto più possibile il legame con la hit.

In quello scorcio di 1967, Little Tony aveva da poco compiuto ventisei anni. Era infatti nato come Antonio Ciacci il 9 febbraio 1941 a Tivoli, vicino Roma, da genitori di San Marino; e sammarinese è rimasto, rinunciando a prendere la cittadinanza di quell’Italia dove ha sempre vissuto. Il suo rapporto con la musica era iniziato da giovanissimo assieme ai fratelli Enrico e Alberto, rispettivamente chitarrista e bassista, con i quali aveva messo su già dal 1957 un gruppo di rock’n’roll, la sua passione (il Little dello pseudonimo era naturalmente un omaggio a Little Richard); una vicenda subito significativa, segnata da concerti, dischi e consensi non solo all’interno dei nostri confini: fra gli “highlight” sono da citare i 45 giri pubblicati dalla Decca britannica nel 1959/1969, come Little Tony And His Brothers, ai quali si accompagnavano esibizioni e apparizioni in TV al di là della Manica. Con l’attenuarsi dell’interesse per il r’n’r, il giovane decideva di ampliare gli orizzonti della propria formula stilistica, concentrandosi sull’Italia e l’italiano (in origine, il repertorio era quasi totalmente in inglese, con numerose cover di classici) e proponendosi come solista, senza tuttavia rinunciare ad avere accanto a sé i fratelli; dedicatosi al pop-rock in senso più ampio – con relativi, inevitabili ammiccamenti alla platea di massa – il Piccolo Antonio non avrebbe però mai dimenticato i suoi amati anni ’50, continuando a citarli in modo esplicito e implicito a partire da acconciature e look simpaticamente “esagerati”. Per tutti i Sessanta e più o meno fino al 1975 dell’album-omaggio a Presley “Tony canta Elvis”, quello di Little Tony sarebbe rimasto un nome “caldo”, grazie alle presenze nelle manifestazioni canore più seguite, alle apparizioni in TV, a pellicole “di cassetta”, ai riscontri di episodi quali “24 mila baci” (interpretata a Sanremo nel 1961 in coppia con Adriano Celentano), “T’amo e t’amerò” (1963), “Non aspetto nessuno” (1964), “Quando vedrai la mia ragazza” (1964), “Ogni mattina” (1965), “Riderà” (1966), “Un uomo piange solo per amore” (1968), “Bada bambina” (1969) e “La spada nel cuore” (1970). In seguito, grazie anche alla sua simpatia e alla sua fama di persona a modo, avrebbe mantenuto una popolarità nient’affatto disprezzabile, nel circuito del revival così come fuori da esso; poche le nuove incisioni, ma abbastanza assidua l’attività televisiva (si pensi ai due Sanremo nel 2003 – in coppia con il “rivale” Bobby Solo – e 2008) e sul palco, nella Penisola e all’estero.

Furono in parecchi a scherzarci su quando, mentre si esibiva in Canada nell’aprile del 2006, Little Tony venne colpito da infarto. La battuta a proposito del “cuore matto” era un po’ di grana grossa, ma andarsene per problemi cardiaci sarebbe stata una beffa, considerato come il suo brano più celebre dovesse il suo inconfondibile, irresistibile giro di basso proprio al battito di un cuore: in studio di registrazione, Alberto Ciacci stava provando a riprodurre il suono da lui udito giorni prima in un programma di medicina trasmesso sul piccolo schermo, e il Maestro Willy Brezza – che curava gli arrangiamenti – gli aveva suggerito di accelerare le note che stava eseguendo. In quell’occasione il Nostro superava per fortuna il colpo, ma sette anni dopo – il 27 maggio del 2013 – doveva arrendersi a un tumore ai polmoni. Nell’attesa del momento, il Comune di Roma aveva ipotizzato l’onore della camera ardente in Campidoglio, ma il cantante aveva opposto un netto rifiuto perché ci teneva a essere ricordato allegro, dinamico, con il sorriso sulle labbra. Proprio come in quel 1967 in cui “Cuore matto” entrò a testa alta nella Storia del pop nazionale.