in foto: Vasco Brondi, aka Le luci della centrale elettrica (foto di Ilaria Magliocchetti Lombi)

Diciamocelo chiaramente: chi se l'aspettava che quel ragazzo che nel 2008 aveva impressionato tutti con l'album d'esordio "Canzoni da spiaggia deturpata", un insieme di racconti dalla società post industriale cantata à la Rino Gaetano, ruvido, con testi scritti con la tecnica del cut up e la produzione affidata a Giorgio Canali, nel 2017, ovvero 9 anni dopo quel debutto, avrebbe virato quasi completamente la rotta, modificandosi sia nella voce che nei suoni? Chi poteva immaginare – senza il senno di poi – che Le luci della centrale elettrica, il progetto di Vasco Brondi, potesse scrivere un album come "Terra", che lui stesso definisce etnico, rifacendosi a modelli ben lontani da quelli punk di quei primi passi?

"Jovanottiano"

Brondi ne parla come di “un disco di pop impopolare”, esagerando, senza dubbio, ma forse neanche tanto. Di certo il cantante di Ferrara non è di quelli che si siede sulle costanti di successo e punta su un album che ha un suono diverso da tutto quello che aveva fatto in precedenza, anche da "Costellazioni", in cui, comunque, si intuivano già i germi di una svolta. "Terra" è un lavoro pieno di cose, pieno di riferimenti, pieno di ritmo, pieno di colori, pieno della voce di Brondi, che nel tempo ha cambiato il modo di cantare (e imparato a respirare con corsi di recitazione), allontanandosi dai suoi amori e aprendosi ad altri mondi. Quando, durante i primissimi ascolti mi fu chiesto un parere, la prima cosa che mi venne in mente fu un aggettivo: "jovanottiano", nel senso di ricerca di un suono world che affondasse comunque le radici nel pop. Lorenzo ce l'ha insegnato in tutti questi anni, con risultati altalenanti, ma con coraggio, accompagnando il proprio pubblico mano nella mano dal rap a Bombino, senza perdere efficacia e numeri, anzi. Ovviamente quel riferimento era riduttivo, frutto di un ascolto sfuggente, di quelli che ti aiutano a fissare un album in testa, prima di tornarci con calma.

Un caleidoscopio di colori e suoni.

"Terra" si è pian piano intrufolato in testa mostrando la totalità dei colori di cui era piena la tavolozza e inserendosi perfettamente in questo inizio 2017 che ha sfornato un numero non indifferente di album degni di nota. È un album che racconta Brondi stesso, quello che hanno visto i suoi occhi e ascoltato le sue orecchie in questi anni, quello che lo ha colpito, senza dubbio, ma le cui canzoni hanno la grandissima capacità che devono avere le canzoni per essere importanti e lasciare un segno, ovvero diventare storie in grado di farsi universali. Dalle Costellazioni Vasco è tornato sulla terra, e dalla Ferrara dei primi anni ha esplorato, visto, ascoltato, riversando tutto questo in quest’album cosmopolita: dal titolo, nato ad Andorra, alla copertina bellissima (americana), dalla quantità e varietà degli strumenti usati, dagli echi di una ricerca che ci porta in varie direzioni, senza perdere per la rotta (forse data sempre dalle stelle, come gli scafisti), in un filo che unisce Cuba e Tangeri, passando per il mare e il profondo Veneto.

Le parole sono importanti.

Che le parole sono importanti ce lo diceva anche Nanni Moretti a colpi di schiaffoni. Le parole sono importanti nella vita di tutti i giorni, quelli in cui l'ecologia della parola è uno dei veri fronti contro l'imbarbarimento. Le parole sono importanti se parliamo de Le Luci della Centrale elettrica che ha sempre cesellato i testi e in questo caso cancellato versi e/o canzoni intere. Le parole sono importanti, per la quarta volta in poche righe, se una delle cose che ti ha colpito maggiormente leggendo quest'album sono le scelte retoriche che servono, a opinione di chi scrive, a scandire il ritmo di queste canzoni, perché è quella una delle cose che colpisce maggiormente, la capacità di Brondi di utilizzare anafore e allitterazioni, per dirne un paio, per accompagnare le percussioni e quel suono creato anche grazie alla produzione di Federico Dragogna dei Ministri e all'aiuto importante di Daniel Plentz dei Selton, che ha contribuito ad arrotondare e smussare le imperfezioni e gli spigoli.

Il diario di lavorazione.

A spiegarlo è proprio il cantante in una cinquantina di pagine che compongono il diario di produzione che accompagna l'album, rivelando la genesi di quelle canzoni e anche il cambiamento che lo ha portato a "Terra". Sorprenderà, quindi, leggere come l'album più ascoltato, in questi ultimi anni, sia stato "Black Tarantella" di Enzo Avitabile, ovvero un suono di cui reputava impossibile innamorarsi fino a qualche anno fa. Ma è tutto il diario a rivelare quello che in quei famosi inizi era descritto come schivo e di carattere non morbidissimo e che adesso sempre sempre più in pace del mondo, ma non per questo meno critico, come si nota in "Stelle marine", il pezzo con cui ha deciso di presentare l'album, o anche "Iperconnessi", critica feroce a questi tempi troppo connessi, o l'idea del ritorno in un ambiente più vivibile, lontano dalle menzogne della grande città ("Nel profondo Veneto"), alternati, però a pezzi come "Chakra", forse il più bello per chi scrive ("C'è il cielo azzurro immenso dopo il temporale") o la ballad che apre tutto, quell'"A forma di fulmine" lanciata come singolo prima dell'uscita dell'album.

L'importanza di cambiare.

Brondi è cambiato, viva Brondi, che pur modificandosi non smette di polarizzare le critiche, lui che non ha paura di definirsi “Ex nuova promessa della musica italiana che con il suo pop impopolare è riuscito a non mantenere”. Sbagliandosi.