in foto: Il pubblico di Vasco al Modena Park (LaPresse)

Non è stato un concerto come gli altri: a Modena è andato in scena un evento da record che rimarrà nella storia della musica italiana e mondiale. Il Blasco si dimostra in gran forma nonostante i 40 anni di carriera e consolida sempre di più il rapporto con il suo popolo.

Quando di colpo comincia lo show
Sta' pure certo che
Questa è la volta che volerai sù
Volerai via con me!
(Lo show, Gli spari sopra, 1991)

Nonostante Vasco abbia aperto il suo concerto da record con "Colpa d’Alfredo", dov’è presente il riferimento al parco di Modena, il testo de ‘Lo Show’ è più che mai attuale per la sua festa. Il cantautore di Zocca è riuscito a coinvolgere i fan con canzoni prese da tutto il suo repertorio quarantennale senza seguire un ordine cronologico: il Blasco ha gli occhi addosso dei 220 mila fin dalle prima note e dimostra di essere in forma smagliante dopo gli acciacchi fisici degli ultimi anni. L’acustica dello show è perfetta, nessuna sbavatura e i musicisti sembrano essere un corpo solo: Stef Burns e Vince Pastano alle chitarre sono due diavoli, il ‘Gallo’ non delude mai, Andrea Innesto riesce a riportare tutti negli anni ’80 con il suo sax, Alberto Rocchetti e Frank Nemola completano questo magnifico quadro insieme alla splendida, per presenza e voce, Clara Moroni.

Una struggente versione di "Ogni volta" precede i primi ospiti della serata: Gaetano Curreri, uno dei primi a credere davvero in Vasco e autore di diversi pezzi, si siede al pianoforte e con "Anima fragile" fa ‘sciogliere’ il pubblico mentre poco dopo appare lo storico chitarrista Maurizio Solieri che con "Ultimo domicilio conosciuto" riporta alla mente la vicenda della chiusura delle radio private da parte della Escopost. La storia snocciolata attraverso la musica.

La scaletta scelta dal Komandante per la sua festa scorre via veloce e dopo un’alternanza quasi matematica tra pezzi vecchi e nuovi ("Non mi va", "Cosa vuoi da me", "Siamo soli", "Come nelle favole" e "Vivere") ecco un altro momento importante della serata: sul palco sale Andrea Braido, che ha vissuto il passaggio agli stadi di Vasco, e con la chitarra dimostra sempre un vero portento.

Il ‘godimento’ di "Rewind" surriscalda gli animi e quando parte “Ed il tempo crea eroi” i fan più giovani si guardano un po’ spiazzati mentre molti altri non credono alle loro orecchie: un pezzo quasi mai portato in concerto viene suonato addirittura in acustica. La festa è qui, è qui per davvero.

Il medley che prevede "Una canzone per te", "L’una per te", "Ridere di te", "Va bene va bene così" e "Senza parole" apre la strada alla parte finale insieme a "Stupendo", la potentissima "Gli spari sopra" e "C’è chi dice no".

Dopo qualche minuto di stop si riparte con "I soliti" e la camera puntata sul pubblico sembra voler accentuare ancora di più lo stretto legame che c’è tra Vasco e i suoi fan. Quando il basso del Gallo parte con il riff di "Siamo solo noi" il coro è già fortissimo e solo i tre pezzi finali riescono ad andare oltre quel sensazione di forza mista ad una tenerezza: "Vita spericolata" è un inno generazionale che prelude al consueto saluto a Massimo Riva, con la dolcissima "Canzone", e il solito finale. Una chiusura scritta, risaputa, conosciuta e molto spesso viene bollata come ‘scontata’ ma con "Albachiara" è praticamente impossibile: viene suonata quasi all’infinito e nessuno smetterebbe mai di cantarla. I fuochi d’artificio, che fanno da corona all’immenso palco, portano a chiusura uno show di circa 3 ore e mezza e un concerto che rimarrà negli annali della musica per diversi motivi.

Provocazioni e appello contro la paura.

Il rocker di Zocca non si risparmia a più riprese nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, che non aveva speso parole positive nei confronti della manifestazione, e lancia un appello contro la paura: ”Non dobbiamo avere paura, non ci faranno cambiare le nostre abitudini, non ci chiuderanno in casa”. Il parco della città emiliana esplode tra applausi, cori e urla di gioia.

Il Blasco e la sua tribù.

Quando parliamo di “tribù” facciamo riferimento ad un ‘raggruppamento sociale caratterizzato da una relativa omogeneità culturale e linguistica, la cui coesione viene garantita, oltre che da un capo e da ordinamenti comuni, dalla credenza in un antenato fondatore’. Potremmo definire, tranquillamente e senza offendere nessuno, così il popolo di Vasco Rossi. Non importa dove, quando e come ma la tribù del Blasco ci sarà. In questi anni di concerti il Vasco ha visto crescere sempre di più il suo fan club che abbraccia ormai 3-4 generazioni: se per molti è una sorta di fratello, per altri è uno zio, un cugino o un riferimento su cui fare affidamento sempre e comunque e le cui parole arriveranno al momento giusto. Ci sono bambini, persone avanti con l’età, ragazzi: un pubblico trasversale che canta a squarciagola e si emoziona ad ogni pezzo.

Tutti i fan del signor Rossi ad ogni partecipazione vogliono sentirsi dire esattamente quello che, a grande linee, già conoscono ma si tratta di una sorta di ritualità che ormai è consolidata a tal punto che anche chi partecipa per la prima volta si muove allo stesso modo. Un rapporto intimo che si consolida con il cantautore di volta in volta perché “la combriccola del Blasco era tutta gente a posto ma qualcuno continuava a dirne male”. O forse, adesso, no.