in foto: Mannarino alla Casa della Musica di Napoli

Sono arrivato con un po' di ritardo al concerto che Mannarino ha tenuto qualche giorno fa a Napoli. Ora, c'è una cosa che è nota a tutti, ed è la difficoltà di organizzare un certo tipo di concerti in città: i motivi sono tanti, dalla logistica, alle infrastrutture, fino al pubblico, dipende dal soggetto con cui si parla. Non importa se un cantante abbia fatto sold out in tutta Italia, che abbia fatto un talent, un primo posto in classifica, che sia più o meno famoso, diciamo che Napoli è una piazza molto particolare. Così, quando mi sono ritrovato, solo, ad avvicinarmi alla Casa della Musica, dove il cantautore romano si stava esibendo, sono rimasto sorpreso dall'impatto delle voci del pubblico, chiaramente udibili fino a qualche centinaio di metri fuori la struttura.

Mannarino, ormai è cosa nota, è senza dubbio uno degli artisti italiani che in questi ultimi anni è riuscito maggiormente a costruire e fidelizzare attorno a sé una base fan molto ampia: senza chiudersi in qualche scena, ma sfruttando l'enorme potenziale del folk, della tradizione romana, mescolandola anche ad altre culture, come quella brasiliana, nel suo ultimo album, il cantante è riuscito a toccare un pubblico variegato, che spazia da quello che ama il cosiddetto indie a quello che preferisce, invece, artisti e sonorità più mainstream (qualcuno direbbe nazional-popolare, ma possiamo tranquillamente lasciare stare le categorizzazioni e accontentarci di guardarlo, quel pubblico). Il suo ultimo album, "Apriti cielo", quarto della sua discografia, ha avuto un'accoglienza ottima, al punto da esordire in testa alla classifica FIMI degli album più venduti, rimanendo per qualche settimana in top 10. Ma a colpire, oltre alla posizione, è stata l'accoglienza che da subito ha ricevuto per i suoi concerti. Le immagini che arrivavano dai suoi live, ovunque fossero, dicevano che le location erano completamente piene e i video riprendevano cori da stadio. E Napoli non è stato diverso.

"Apriti cielo" è un disco meno scuro di "Al monte", cromaticamente più vario, che, appunto, si rifà all'amore del cantautore romano per la musica brasiliana, con canzoni diventate instant classic (tipo "Apriti cielo" o "L'arca di Noè", senza dimenticare "Babalù") da cantare a squarciagola, cosa che è successa, puntuale, anche alla Casa della Musica. Quando sono entrato, infatti, da una porta laterale ho visto Mannarino sul lato sinistro del palco, con la chitarra al collo, i suoi 12 musicisti (in realtà 11, visto che Mauro Refosco, il percussionista – che ha suonato, tra l'altro, anche di Red Hot Chili Peppers, David Byrne, Brian Eno ed è membro degli Atoms for Peace di Thom Yorke – da quella angolazione non si vedeva), ma soprattutto ho visto 2 mila persone che saltavano e cantavano insieme, perfettamente sincronizzati. Cantavano tutto, per tutto il tempo, urlando e quasi nascondendo la voce dal palco: "Marylou", "Tevere Grand Hotel", "Apriti cielo", il (quasi completamente) parlato del "Bar della rabbia", e soprattutto "Me so' Mbriacato", cavallo di battaglia di Mannarino, sicuramente una delle sue più attese. Ho visto ragazzi entusiasti, alla faccia di chi – me compreso – a volte storce il naso, soprattutto quando quei ragazzi non ascoltano la musica giusta (come se esistesse una musica giusta).

È stato proprio lì, in quei momenti, che ho pensato, ancora una volta, quanto sia bello vedere la gente entusiasmarsi per la musica. Un entusiasmo che è cartina di tornasole di quello che, durante gli album, la musica e gli anni, un cantante è riuscito a far diventare rito, comunione d'intenti, tra migliaia di persone che si ritrovano a condividere, entusiaste, 3 ore di musica, ballo, sudore ed emozione.