Non è sempre così, ma accade abbastanza spesso che un album dal vivo costituisca, se non proprio uno spartiacque tra il prima e il dopo, una sorta di chiusura di qualcosa. Con il loro “Roma Live!”, quattordici mesi fa, i Baustelle avevano in effetti dato l’impressione di voler fissare un punto e a capo, autocelebrandosi – ma evitando gli eccessi di enfasi – con la testimonianza in CD e (doppio) vinile di quella che era stata la loro tournée più ambiziosa, a supporto di quel “Fantasma” che della produzione della band è il titolo più imponente. Si sapeva bene che per la successiva prova di studio, la settima nel percorso discografico inaugurato nel lontano 2000 con “Sussidiario illustrato della giovinezza”, ci sarebbe stato da attendere parecchio, e si immaginava che il ritorno del gruppo toscano – ma con due suoi membri su tre adottati da Milano – avrebbe portato sorprese; Rachele Bastreghi, Francesco Bianconi e Claudio Brasini non avevano però mai lasciato trascorrere così tanto tempo – quattro anni meno sedici giorni – tra due raccolte di inediti, e la diffusione gratuita, lo scorso 19 ottobre, di “Lili Marleen” era sembrata più uno “scusate il ritardo” che non la tipica anteprima, come suggerito dall’annuncio che il brano sarebbe rimasto escluso dall’imminente nuovo lavoro. Circa tre mesi più tardi, scopriamo che di “anticipazione” si è comunque trattato, essendo il pezzo in piena sintonia stilistica e concettuale con quelli che sfilano nella sospirata, ultima fatica “L’amore e la violenza”, da oggi nei negozi racchiusa in un’efficace copertina che per l’immagine, per i colori, per i caratteri usati e per la (deliziosa) scritta “Warner Music è lieta di presentare” (che fa tanto cinema) sparge attorno a sé piacevolissime fragranze vintage.

Il vintage, naturalmente, non ha a che vedere solo con la confezione, e chiunque abbia frequentato anche un minimo i Nostri non potrà stupirsene: da sempre, il loro sguardo è rivolto in qualche misura all’indietro, e la loro poetica – musicale e testuale – si sviluppa con un peculiare mix di malinconie/nostalgie agrodolci e (divertito) citazionismo, ora colto e ora “popular”. Eppure, nonostante i richiami manifesti, i Baustelle eludono i revival di qualsivoglia genere: assorbono il passato senza cadere nel passatismo, dando vita a un repertorio postmodern(ist)a dall’evocativa e seducente attualità, sospeso in una dimensione radicata nel presente – numerosi gli agganci, più spesso all’insegna del biasimo ora esplicito e ora ironico, ai fatti quotidiani – ma intrisa di suggestioni d’antan. Li ascolti e li riconosci subito, i “ragazzi”, perché a dispetto di ogni evoluzione rimangono un’esperienza a se stante nel panorama italiano tra canzone d’autore e pop; un’unicità che gli ha procurato un ampio e appassionatissimo seguito di fan (oltre a un tot di non meno agguerriti “haters”, ma fa parte del gioco) e che loro preservano e coltivano con dedizione, esaltando i requisiti più personali e tenendo a distanza le (eventuali) tentazioni di concedersi scarti nell’ordinario e nel banale. I Baustelle sono solo i Baustelle, e tanto peggio per chi li trova troppo affettati o snob, o per chi maltollera la voce confidenziale e mai spinta di Francesco Bianconi (cui funge però di frequente da contraltare quella melodiosissima ma ugualmente originale di Rachele Bastreghi) o l’approccio “intellettuale” dei testi.

In “L’amore e la violenza”, il gruppo ha allora accantonato la fascinosa, quasi austera magniloquenza di “Fantasma” per assecondare un’ispirazione e uno spirito affini a quelli dei primi album, “Sussidiario illustrato della giovinezza” e “La moda del lento”; con un linguaggio assai più maturo, ovvio, e con un sound che risulta semplice pur essendo in realtà ricco ed elaborato, ma con la stessa freschezza, la stessa voglia di comunicare in modo diretto. I dieci episodi (più un intro strumentale e un intermezzo) vivono dunque di atmosfere vicine agli anni ’80 dei sintetizzatori rigorosamente analogici e dei versi che catturano l’attenzione, ma senza alcunché in comune – sul piano dello spessore, dell’estetica, del gusto – con certo ciarpame indie che sta attualmente riscuotendo consensi a livello di massa; i Baustelle si confermano, e non potrebbe essere altrimenti, maestri di eleganza, e la classe con la quale spargono recuperi e riferimenti – dal campionamento di “Sandokan” degli Oliver Onions in “Basso e batteria” dall’omaggio agli Orchestral Manoeuvres In The Dark nell’azzeccatissimo singolo “Amanda Lear” fino a quelli ovunque striscianti al Battiato de “La voce del padrone” e dintorni, ma gli esempi sarebbero infiniti – non può che strappare applausi. Se “Fantasma” tendeva (magnificamente, sia chiaro) al plumbeo e al solenne, “L’amore e la violenza” si rivela policromo ed esuberante: una festa pop composta in massima parte di potenziali singoli-tormentone – punterei su “L’era dell’Aquario”, “La musica sinfonica”, “Betty” e (soprattutto?) “Eurofestival” – che si svolge gioiosa, ma qua e là velata di amarezza, fra ritmi ipnotici, equilibrati arrangiamenti di sobria raffinatezza, assortiti “calembour” verbali e non solo, capacità di spiazzare estraendo dal cilindro parole e concetti insoliti (a partire dagli agganci alla religione) e affrontando con accattivante leggerezza temi difficili: emblematico, in tal senso, il già menzionato “Eurofestival”, che del disco è sotto più profili l’ideale brano cardine. Non ci sono momenti di stanca, in “L’amore e la violenza”, né cali di tensione emotiva; e questo, per una band attiva da oltre vent’anni, è una bella, inequivocabile dimostrazione di vitalità, autenticità, lucidità progettuale. Per l’ennesima volta, bravi.