in foto: I Foja

I Foja sono senza dubbio una delle realtà musicali più amate di Napoli, grazie al loro mix di rock, folk, blues, fatto di un'energia enorme, ma anche a una grande attenzione alle storie raccontate, scritte da Dario Sansone, frontman del gruppo, ma anche fumettista e regista (de "La gatta cenerentola"). Esplosi a livello nazionale anche grazie alla canzone "‘O sciore e ‘o viento", accompagnato dal video girato da Alessandro Rak (e che oggi conta quasi due milioni di visualizzazioni su Youtube), i Foja sono diventati pian piano un progetto sempre più riconoscibile sia a livello locale che a livello nazionale, con tre nomination alle Targhe Tenco, calcando il palco del Teatro San Carlo di Napoli con uno spettacolo pensato ad hoc, ma in continuo mutamento e impegnati in vari progetti (dal vivo presenteranno il 24 giugno, il concerto “’O Treno che và: IlluStazioni” al Newroz Festival) e lo scorso dicembre hanno pubblicato il terzo album "‘O Treno che va".

Partiamo da una bella notizia di questi giorni: non avete vinto ma siete stati candidati nella rosa dei finalisti alle Targhe Tenco 2017, nella categoria “Miglior album in dialetto", con "‘O treno che va". Un altro mattone importante nella vostra carriera. Cosa rappresenta per voi una candidatura del genere?

È sicuramente motivo di orgoglio, in realtà siamo abbastanza abituati a questa cosa: è il terzo disco su tre che arriva nella cinquina finale, rimane comunque un messaggio positivo rispetto al percorso artistico che stiamo intraprendendo.

I Foja non si fermano mai: album, video (con Incerti), tour, colonne sonore, side project… A che punto della vita artistica è il gruppo?

Siamo sempre in attività, la nostra carriera musicale è costellata di progetti, e di idee, è quello che ci diverte di più: continuare a creare e a proporre modi nuovi di vivere la musica e in generale l’arte.

Il blues, il rock, l’energia, certo, ma soprattutto le storie che raccontate, piccoli ritratti che caratterizzano la vostra scrittura. Quali sono i punti di forza dei Foja, secondo voi?

Sicuramente in primis la sincerità, siamo sempre stati onesti nelle nostre composizioni, sempre alla ricerca di qualcosa che sia puro e non studiato a tavolino per rincorrere il successo, a cominciare dal sentirci in pace nel comunicare con la nostra lingua, il modo più diretto che conosciamo per arrivare al cuore.

Guardare la vita e Napoli ad altezza uomo. Dario, come nascono le tue canzoni?

Nascono dalle storie, da immagini, e soprattutto da queste strade, Napoli è una città in cui riescono a coesistere le più grandi barriere con i più grandi gesti di nobiltà, da qui si può osservare l’intero animo umano, ed è questo che in qualche maniera fa di Napoli una città “interazione”, aperta al mare ma legata alle sue radici.

Vi apprestate a portare in giro “’O Treno che và: IlluStazioni”, uno spettacolo vero e proprio che mescola musica e disegno e nasce dalle due tue enormi passioni. Com’è costruito?

Il 24 giugno alla Mostra d’Oltremare all’interno del NEWROZ festival faremo questo esperimento nuovo, 7 illustratori di fama nazionale completeranno illustrando in tempo reale il nostro concerto, viaggiando attraverso le nostre canzoni che saranno le “stazioni” di questa performance. L’evento è stato costruito assieme al COMICON, e gli autori che parteciperanno al concerto illustrato sono: Alessandro Rak, Massimo Giacon, Dadà di Donna, Paolo Bacilieri, Daniele Bigliardo, Francesco Filippini e Martoz, tutti nomi di punta del mondo del Fumetto e dell’illustrazione, siamo curiosi di sapere quale meraviglia ne verrà fuori.

Tu fai anche parte del team dietro “La gatta cenerentola” per cui hai scritto anche qualche canzone. Ci racconti un po’ questo progetto che arriva a qualche anno di distanza dal successo de “L’arte della felicità”?

Sono uno dei quattro registi del film assieme ad Alessandro Rak, Ivan Cappiello e Marino Guarnieri, si tratta di una lettura completamente nuova de “La Gatta Cenerentola” di Giovan Battista Basile: partendo dall’archetipo della fiaba contenuta ne “Lu cunto de’ li cunti”, abbiamo riscritto una storia ambientata in una Napoli senza una precisa collocazione temporale, e tra gli attori che hanno prestato la loro voce figurano Alessandro Gassman, Mariano Rigillo, Mariapia Calzone e Massimiliano Gallo. Il film è in fase di chiusura e sarà nelle sale entro la fine del 2017.

Senti, ma l’avresti mai pensato di calcare il palco del San Carlo da protagonista?

No! Ma l’avevo sognato tante volte, e a volte con la passione, il lavoro e la dedizione i sogni si avverano!

Sono vari i templi sacri della Cultura che si stanno aprendo anche alla cosiddetta cultura pop: c’è chi lamenta troppo lassismo e chi, invece, ne rivendica la giustezza. Immagino tu sia tra i secondi, però, ecco, hai vissuto sulla tua pelle entrambe queste posizioni, con quale idea ne sei uscito?

L’idea è che bisogna entrare in questi luoghi sacri avendone rispetto; per quanto ci riguarda, abbiamo messo in piedi uno spettacolo unico, curato in ogni dettaglio senza snaturare la nostra essenza e la nostra musica, e di sicuro trasformare un teatro storico in un cinema è tutt’altro discorso, restituire i luoghi sacri alle nuove generazioni è una grande missione, che richiede però molta attenzione nel mantenere alto il livello artistico di quello che si va a proporre.

A proposito di side project, mi pare che a Napoli si torni a vivere anche un po’ di quelle jam session tra artisti locali di cui parlava anche un giovanissimo Pino Daniele pubblicizzando il primo album. C’è una bella atmosfera tra di voi che, tra l’altro, sfocia anche in continue collaborazioni. Che sta succedendo in questo momento in città?

Napoli è sempre stata viva e attiva musicalmente parlando, e nel nostro piccolo come band abbiamo contribuito a diffondere un’idea di condivisione e confronto sin dagli esordi, oggi le realtà musicali hanno compreso che probabilmente dallo scambio continuo e dall’unione si possa emergere e lanciare messaggi di unione più che di disgregazione, l’importante è farlo con onestà, e soprattutto mescolando le differenze; una “scena” sana secondo me è una scena eterogenea, dove realtà con suoni e background differenti si infettano a vicenda senza intaccare la propria personalità. Le nuove generazioni sono figlie del neapolitan power degli anni 70/80, nella misura in cui hanno ripreso contatto con le proprie radici culturali miscelandole con sonorità diverse.

Voi siete pubblicati dalla Full Heads, un’etichetta che, mi pare, piaccia o meno, ha un’idea di suono e un progetto legato proprio a quelle sonorità. Un’idea di progettualità che spesso è stata una delle pecche della nostra città, non solo a livello musicale. Volevo capire che ne pensavi tu che le arti le vivi a 360 gradi…

La nostra etichetta nasce praticamente con noi, è sempre attenta a quello che succede in città, fondamentalmente prova a fare emergere talenti che abbiano un imprinting territoriale con ambizioni più internazionali, ha intrapreso una sfida, diventare un punto di riferimento per la musica napoletana, ed è sicuramente un lavoro difficile: io sono continuamente a contatto con la struttura, e tra i piani futuri c’è quello di allargarsi a progetti provenienti da tutto il mondo (l’etichetta è stata presente pochi mesi fa al Babel Med di Marsiglia e all'Atlantic Music Expo di Capoverde, e punta entro fine anno a partecipare al Womex in Polonia e al Visa for Music in Marocco) come step successivo ai buoni risultati ottenuti sul territorio.

‘O treno va, insomma, parafrasandovi. Quest’ultimo album ha confermato il vostro nome tra quelli più interessanti e amati, tra quelli che Napoli ha prodotto in questi ultimi anni. Eppure pare sempre che non sia un percorso facile quello da affrontare per raggiungere il panorama nazionale.

Siamo in viaggio da sempre, sappiamo benissimo che la strada che abbiamo intrapreso, rimanendo fedeli alla nostra musica e al nostro istinto, non sia semplice, ma continuiamo a lavorare con la serenità di vivere l’arte e la musica come mezzo veicolante di emozioni; allargare la platea al pubblico nazionale è una cosa che continuiamo a fare da anni, bisognerebbe compiere qualche sforzo in più a livello strutturale, per esempio i lavoratori del settore musicale napoletano dovrebbero accendere i riflettori fuori dai confini campani, esportando quanto di buono accade nella nostra città, e riuscire a dare una rappresentazione di nobiltà culturale piuttosto che esclusivamente quella di colonna sonora di racconti da cronaca nera.