in foto: Renato Zero, 1976 (LaPresse)

Era il 1977 e ai primi tre posti della classifica delle canzoni più vendute dell'anno c'erano "Amarsi un po'" di Lucio Battisti, "Ti amo" – Umberto Tozzi e "Solo tu" dei Matia Bazar a incrinare quei titoli con la parola amore che, però, tornava a bomba nelle pieghe del testo a confermare che i sentimenti sono sempre stato un ottimo ingrediente per vendere le canzoni. Era il 1977 e Renato Zero era già uno dei cantanti italiani più conosciuti, uno "strano", forse, che non era ancora il Renato Zero che oggi è considerato uno degli artisti italiani più importanti della musica leggera italiana, forse uno dei primi ad avere una fanbase che era riconoscibile dal nome, i sorcini, moda che oggi è entrata come una consuetudine nel mondo dei grandi artisti (non solo, in verità) nazionali e internazionali.

L'alieno Renato Zero.

Alla fine di quel 1977, alla posizione numero 36 delle canzoni più vendute si piazzò "Mi vendo", un brano tratto dall'album che lanciò il cantante romano nel gotha. Si chiamava "Zerofobia", e mutuava il nome da quella paura per Zero che, probabilmente, nelle intenzioni del cantante era la paura di qualcosa di diverso, di un cantante che saliva sul palco truccato, pieno di lustrini, con un'immagine androgina che forse all'estero non era così strana (basti pensare al glam-rock, per dire) ma che in Italia non era scontato potesse aiutare il successo di un cantante.

Il successo, però, fu aiutato senza dubbio dal singolo scelto per lanciarlo, "Mi vendo", il cui lato b era, per farsi un'idea del personaggio, "Morire qui". Zero non era un personaggio comune nel mondo musicale italiano e i suoi testi non strizzavano molto l'occhio alla rima cuore amore, anzi, quelli che diventeranno i cavalli di battaglia del cantante saranno canzoni come "Mi vendo", appunto, e "Il triangolo", "I migliori anni della nostra vita", forse le più iconiche, benché Zero non si tirerà indietro dallo scrivere versi d'amore. Eppure al Festival di Sanremo del 2016 fu proprio lui a definire se stesso come un alieno, lasciando che fossero gli spettatori a interpretare le sue parole come meglio volevano: "Quando arriva, attorno alla metà degli anni Settanta, è folgorante. Zero, persino in anticipo su David Bowie, gioca sull'ambiguità sessuale facendo del travestitismo un modello culturale. Un'arma contro l'ipocrisia e il perbenismo" scriverà il critico Giagni Borgna nella sua "Storia della canzone italiana".

Tutto quello che Zero voleva vendere.

"Mi vendo" – scritta da Zero, con l'aiuto di Caviri per le musiche -, però, non aveva a che fare con l'amore in senso stretto, ma parlava di un uomo che, appunto, vendeva se stesso, la propria grinta, la propria identità, le proprie ali a chi mancava di tutte queste cose. Voleva allargare il giro dei suoi clienti, cantava Zero, cercando nuovi itinerari, in una serie di metafore che lo caratterizzeranno anche in altri suoi successi: "Io vendo desideri e speranze in confezioni spray. Seguimi io sono la notte il mistero, l’ambiguità. Io creo gli incontri. Io sono la sorte! (…) Seguimi e non ti pentirai! Sono io la chiave dei tuoi problemi, guarisco i tuoi mali, vedrai!".

Il passo breve dalla Zerofobia a Zerolandia.

Un successo, nonostante la posizione in classifica, la canzone diventerà una delle più amate del cantante, un inno, un must da cantare a ogni concerto, quella che portò dalla "Zerofobia", a "Zerolandia", nome dell'album successivo che conteneva, oltre a "Il triangolo" (che nel 78 chiuse al decimo posto delle più vendute dell'anno), pezzi come "Sesso o esse" e "Sbattiamoci". In un'intervista data qualche anno fa al Corriere il cantante spiegò come, però, a dispetto del titolo della canzone, a vendersi veramente non ci ha mai pensato

Non mi sono mai venduto. Anche se mi volevano comprare in tanti, e ricchi. Niente di male: inviti a casa, a cantare per gli amici. Ma io le trovavo offerte offensive. A Milano conosco meglio Quarto Oggiaro dei salotti.