Pur nella piena consapevolezza che tale rivelazione potrebbe spingere qualcuno a lapidarmi, ammetto serenamente di essere stato uno dei primi giornalisti a sponsorizzare i Subsonica. Sono trascorsi ormai quasi vent’anni da quando recensii con entusiasmo il loro esordio omonimo e diciannove da quando, dopo altri “endorsement”, volli dedicargli la copertina di una rivista, la prima in assoluto per la band torinese. Dubito fortemente che il mio appoggio abbia pesato per la loro straordinaria affermazione di pubblico, ma credo di potermi attribuire il merito di aver capito prima di altri che i ragazzi fossero destinati alla gloria. Non mi pento, sia chiaro: per un’ampia fetta della loro carriera, specie nel periodo tra secondo e terzo millennio, i Subsonica sono stati una delle voci più creative e autorevoli di quel rock italiano che arrivava “dal basso”, si muoveva nel circuito alternativo e sarebbe poi approdato al mondo major. Svegli, determinati e dinamici, Max Casacci e compagni ci sapevano senz’altro fare, e il loro stile ibrido – impatto fisico, melodie pop persuasive, elettricità ed elettronica, testi significativi che non disdegnavano di lanciare “messaggi” – coglieva alla perfezione lo Zeitgeist (quantomeno, uno degli Zeitgeist), anche perché accompagnato da un approccio moderno legato a quella che all’epoca si chiamava multimedialità. A tale formula, pur con aggiustamenti di rotta (e, ovviamente, alti e bassi), i Subsonica sono rimasti fedeli, consolidando il loro successo. L’ultimo “Una nave in una foresta”, che risale al 2014, schizzò in vetta alla classifica degli album più venduti in Italia, e benché le nostre graduatorie siano, a livello di “numeri”, piuttosto deprimenti, è un dato del quale non si può non tenere conto.

Nelle zone più alte della classifica (in cima secondo “Musica e Dischi” e alla piazza d’onore secondo la FIMI: i criteri di conteggio non sono gli stessi), è arrivato anche “Il codice della bellezza”, album da solista di quel Samuel Umberto Romano – per tutti, Samuel e basta – che del quintetto è da sempre il frontman; non è la sua prima evasione della band-madre, considerato il lungo percorso parallelo alla guida dei Motel Connection, ma è il primo lavoro in cui il cantante si espone totalmente, firmando in solitudine quasi tutti i testi e contribuendo alla stesura di quasi tutte le musiche. Non un azzardo, ma un passo ponderato a lungo, con due antefatti – i singoli “La risposta” e “Rabbia”, diffusi nel 2016 a settembre e a dicembre – e il vero e proprio lancio con la partecipazione al Festival di Sanremo – decimo posto, non malissimo – con “Vedrai”; del resto, se per mettersi pienamente in gioco si aspettano i quarantacinque anni (anche se si concia come un pischello, il Nostro li ha festeggiati undici giorni dopo l’uscita, il 7 marzo), è normale aver pensato bene a cosa si vuol fare e a come muoversi. I dati nudi e crudi bastano a confermare che Samuel ci ha pensato, eccome!, assicurandosi la collaborazione di un produttore/compositore abituato ai successi su vasta scala quale Michele Canova Iorfida (l’uomo che segue Tiziano Ferro fin dall’inizio, ma che ha in carnet molti altri nomi commercialmente enormi) e di un testimonial come Jovanotti, impegnatosi come coautore di alcuni episodi (ma uno, l’avvolgente ballata “La luna nuova”, è quasi per intero farina del suo sacco) e titolare di un “featuring” in “Voleva un’anima”. Professionisti che difficilmente perdono colpi.

Samuel cop

L’ho ascoltato un po’ di volte, l’album, e… sono perplesso. I suoi dodici brani (quattordici nell’edizione “deluxe”) per poco più di tre minuti di durata media sono ben confezionati rispetto ai parametri di riferimento del mercato nel quale vogliono collocarsi (cioè, si sono già collocati), ma in tutta sincerità speravo – sì, sono un illuso – di trovarci qualcosa di più sostanzioso di questo pop filo-elettronico che serpeggia tra dance e soul annacquato, tra Subsonica e Tiziano Ferro, tra “piacioneria” plasticosa e testi che di rado sfuggono dai soliti, frusti cliché legati ai rapporti sentimentali. Non voglio essere perfido, perché Samuel mi è simpatico, gli sono affezionato anche se non lo incontro da un secolo e sono convinto che potrebbe tirar fuori musica migliore di questa, ma associato ad essa un titolo come “Il codice della bellezza” ha davvero il sapore di una presa per i fondelli, benché la title track costituisca nel complesso il momento più alto della scaletta. Subito sotto, nella mia personale sequenza di gradimento, c’è però “La luna nuova”, e il fatto che sia il pezzo “di Jovanotti” mi dà abbastanza da riflettere.