in foto: Paolo Benvegnù

È da oggi nei negozi in CD e in prezioso vinile (trasparente o marmorizzato) con il marchio Woodworm/Audioglobe il nuovo disco di Paolo Benvegnù, che è semplicemente – lo si dice a beneficio di chi avesse trascorso l’ultima quindicina di anni lontano dalla musica seria – una dei protagonisti più particolari, ispirati e intensi della canzone d’autore nazionale. Non è famoso come un De Gregori o un Capossela, questo no, ma dall’inizio del decennio scorso porta avanti un percorso musicale a suo nome finora concretizzatosi in cinque album di studio, uno dal vivo e tre EP, oltre a un CD realizzato a quattro mani con Marco Parente (dietro la sigla Proiettili Buoni) e un mini assieme ai riformati Scisma, la band che aveva guidato per buona parte dei Novanta e con la quale aveva firmato ulteriori tre album. E mica è finita: ci sono le produzioni, le collaborazioni a opere altrui, gli spettacoli teatrali, le presenze in tributi (Ivan Graziani, Fred Buscaglione), i progetti estemporanei in parallelo alla musica, la costante e apprezzatissima – in termini di numeri e di applausi – attività concertistica… senza dimenticare i riconoscimenti raccolti ovunque, a cominciare dall’approdo dei due lavori precedenti alle cinquine dei finalisti del Tenco, con la vittoria della Targa mancata di un soffio in entrambe le occasioni. Insomma, una magnifica storia di coerenza, impegno a 360° e crescita artistica all’insegna della ricerca e della curiosità, mai infangata da cadute di stile, che ha adesso raggiunto il suo zenit. Provvisorio, ci giureremmo, perché il cinquantaduenne cantante, chitarrista e songwriter nato a Milano, cresciuto a Brescia e da ormai un bel po’ di tempo naturalizzato toscano ha tutto ciò che occorre per proseguire brillantemente la sua esplorazione di nuovi mondi e continuare ad arrivare dove nessun cantautore è mai giunto prima.

Sì, ho parafrasato la frase che apre ogni episodio di “Star Trek”, e l’ho fatto consapevolmente. Questo perché in “H3+”, che conclude il “viaggio a tre tappe all’interno dell’anima” inaugurato nel 2011 con “Hermann” e proseguito nel 2014 con “Earth Hotel”, i riferimenti – metaforici/allegorici, va da sé – all’immensità che ci sovrasta costituiscono il “fil rouge” dei dieci brani di un album che non a caso ha come titolo il simbolo dello ione triatomico di idrogeno, ovvero una particella tra le più comuni dello spazio interstellare che gli esperti della materia definiscono “la molecola alla base dell’Universo”. Impossibile resistere alla tentazione di lasciarsi trasportare dal flusso delle parole, sostando all’occorrenza per applaudire la fantasia delle immagini poetico-siderali. Esempi? “Motori a curvatura esistenziale”, “Diretti al centro su un’astronave che precipita / Dovessimo sparire, in ogni sfera altissima ti inseguirò”, “Cerco il posto dove esiste tutto / Dove non esistere”, “Sei nelle radiofrequenze di passaggio”, “Sezione aurea del mio cuore, riprendi dimensione”, “Il mio corpo è un’astronave / Ma sembra quasi una prigione”, “Materia oscura che parla per noi”, “Sospesi tra ghiaccio e idrogeno”, “E indolentemente transito nell’atmosfera”, “Dea dell’attesa dimmi cosa c’è / Cosa c’è nel vuoto”, “E l’universo è in fuga”. Visioni che già colpiscono e rapiscono quando sono estrapolate, ma che nel contesto dell’album amplificano la loro forza seduttiva; del resto, la formidabile espressività di Paolo Benvegnù non è fondata solo sulle parole, ma dipende in pari misura dalle musiche. Musiche che una dozzina di anni fa, benché sempre eleganti, erano piuttosto scarne, e che con il passare del tempo hanno acquistato ricchezza ma non ridondanza.

Accanto al principale demiurgo, che si occupa di parte delle programmazioni e canta con voce suadente e incisiva, ci sono Andrea Franchi (chitarra, percussioni), Luca Baldini (basso), Marco Lazzeri (pianoforte, tastiere) e Ciro Fiorucci (batteria, programmazioni), più vari ospiti – il più illustre, Steven Brown dei Tuxedomoon, ai sax in “Slow Parsec Slow” – che forniscono vivide pennellate di archi e ottoni. Responsabile dello straordinario equilibrio  della sintesi è però Michele Pazzaglia, che destreggiandosi fra produzione artistica, registrazione (in presa diretta) e mixaggio ha reso i quarantasei minuti del disco un vero e proprio inno al bello, in virtù di una grazia mai annacquata e sempre illuminata da una vigorosa autorevolezza. Sostanza ed estetica, insomma, unite in un abbraccio che garantisce un impatto emotivo travolgente, e problemi insormontabili per quanti volessero tentare di ordinare qualitativamente i contenuti di una scaletta che suona attuale ma che possiede il fascino antico – meglio: atemporale – della classicità. Nonostante il linguaggio sia molto diverso, la mente vola alle più fulgide gemme dei nostri Sixties, figlie di giorni in cui la musica cosiddetta leggera era spesso nelle mani di compositori, arrangiatori, produttori e interpreti che si libravano altissimi sopra le teste di beceri e mediocri; si provi, se ci si riesce, a negare che si tratti di una sensazione splendida.