"Sono intorno a noi, in mezzo a noi e in certi casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai" è forse uno degli attacchi più conosciuti della musica italiana degli anni '90. Complice un video notturno e ipnotico e una heavy rotation su Mtv, "Quelli che benpensano", la canzone scritta da Frankie Hi Nrg divenne in breve tempo un vero e proprio inno generazionale. E lo si scrive senza pensare neanche un attimo che sia una esagerazione. Era la metà degli anni '90 (il 1997 per la precisione), sull'Italia aleggiava l'immagine berlusconiana, Tangentopoli era un ricordo ancora fresco e la sinistra si sarebbe presa un po' di spazio di tanto in tanto in quel ventennio berlusconiano che avrebbe dominato il Paese ancora un po'. Il rap di Francesco Di Gesù, in un'epoca in cui il rap era ancora roba per pochi, a parte pochissime eccezioni, guardava un po' oltre e la (co)scrittura di Riccardo Sinigallia, uno dei più grandi talenti – che ha raccolto pochissimo rispetto a quanto meritava – che l'Italia abbia visto in questi anni e che compare assieme a Frankie nel video, ha senza dubbio aiutato la canzone a diventare un classico.

Contro il perbenismo e l'ipocrisia medio borghese.

"Quelli che benpensano" è stata, probabilmente, una delle canzoni maggiormente in grado di raccontare il perbenismo imperante di quegli anni, l'ipocrisia del Paese con l'imperativo del vincere "e non far partecipare nessun altro" perché "nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro". È una descrizione perfetta dell'arrivismo piccolo borghese "arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti" che "stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere". All'epoca il medium principale era la tv, non c'era ancora Facebook, internet non aveva la pervasività di oggi e chi deteneva le chiavi della stanza dei bottoni di quel medium dettava il gioco. Era una canzone che riusciva a fotografare perfettamente quell'attimo, un'istantanea dell'italiano, di una topos dell'italiano di quegli anni: "Vivon col timore di poter sembrare poveri: quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano".

La pervasività televisiva.

E il rapporto con la tv è chiaro nelle ultime strofe, quando Frankie canta: "[Quelli] che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara ma l'unica che accendono è quella che dà loro l'elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera" riferendosi chiaramente alla trasmissione in onda su Rai Uno (con Cloris Brosca a interpretare una cartomante zingara) che in quegli anni ebbe molto successo: dopo aver scelto una carta il concorrente doveva indovinare l'indovinello in rima della cartomante e in caso di risposta giusta si portava a casa un premio in denaro. A quel punto poteva stare o continuare col rischio di scegliere la Luna nera e perdere tutto.

Andare avanti restando fermi.

La zingara a cui dar fuoco, quella che tornerà nel 2016 cantata dagli Zen Circus ("Zingara, che cazzo vuoi, io so che cosa fai. Stringo il portafogli vai via o chiamo la polizia, ma quanto puzzerai, tu non ti lavi mai. Zingara ci fosse lui, vi bruciava tutti sai), anche se forse il parallelo più calzante è quello che arriva esattamente 20 anni dopo, quando ci ha pensato Brunori a cantare l'uomo medio di oggi, che ha trovato nello straniero dalla pelle scura, il nemico contro cui scagliarsi. Sono passati 20 anni, il mondo è cambiato, oggi è più che mai connesso, grazie agli smartphone e ai social network a cui Frankie Hi Nrg in quegli anni non avrebbe mai pensato e ci si ritrova in un'Italia che non decolla economicamente e che si fa terra d'accoglienza, voluta e forzata, a seconda (e raccontata con enorme poesia da Vasco Brondi, aka Le luci della centrale elettrica, nel suo ultimo album). E torna, puntuale, a ondate, in realtà (a inizio degli anni 90 il problema erano gli scafisti albanesi, ad esempio), il problema delle migrazioni, un problema atavico che, però, ha fatto diventare lo straniero, l'altro, il capro espiatorio da combattere, e la realtà in cui ci troviamo un calderone in cui mescolare coloro che fuggono dalla fame e dalla guerra a coloro che invocano una guerra di civiltà, senza riuscire a distinguere gli uni dagli altri e usando lo straniero come manganello contro il buonismo, termine che ha assunto, agli occhi di alcuni, connotati non più di empatia, quindi positivi, ma negativi, a indicare il "pappamollismo", l'incapacità di rendersi conto che, nonostante i dati e i numeri, siamo vittime di un'invasione (sic).

L'uomo nero.

Nell'ultimo album della Brunori Sas, "A casa tutto bene", il cantautore calabrese fa, secondo chi scrive, quello che vent'anni prima fece Frankie, ovvero dipingere uno stereotipo, quello dell'uomo medio, ipocrita, che sfoga sull'uomo nero (che Brunori, capovolgendo i piani, associa all'italiano) le proprie frustrazioni. Il razzista, insomma, quello che si nasconde dietro a una finta ideologia, tutto d'un pezzo quando le cose riguardano gli altri: "Hai notato che [l'uomo nero, ndr] spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni". Il riferimento al fascismo è evidente con "l'olio di ricino e manganelli" da utilizzare da chi parla ancora di razza pura, di razza ariana, ma poi spesso è un po' meno ortodosso quando si tratta di una puttana".

Nessuno è innocente.

Ma l'errore principale sarebbe quello di tirarsi fuori, di guardare, soprattutto nel nostro mondo iperconnesso, dall'alto in basso. Ed è un errore che Brunori cerca di evitare, anzi lui non se ne tira fuori perché tutti noi siamo l'uomo medio, impressionabili, umani anche quando rifugiamo con forza quell'ideologia e quelle idee: "Ed hai notato che l'uomo nero, semina anche nel mio cervello (…) Quando ho temuto per la mia vita seduto su un autobus di Milano solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare dicendo il corano".