A un certo punto del secondo concerto napoletano al teatro Acacia, Ermal Meta si rivolge al pubblico che pende dalle sue labbra con una cazziata memorabile: "Smettetela di guardarmi attraverso un telefono, sono qua. Fra una settimana non ricorderete nulla, godetevi un concerto e non diventate schiavi di un telefono. Siamo noi che li usiamo, non loro che usano noi".

È una platea fatta per lo più di adolescenti, ma non solo. Davanti a me due ragazzi che avranno avuto 17 anni tentano di nascondere timidamente quel cellulare tenuto acceso sulla modalità fotocamera per un'ora e mezza (forse sono finito anche in qualche loro video). Lì per lì c'è un attimo di gelo, poi scatta l'applauso, lungo. Meta una frase del genere se la può permettere. Al di là del concetto espresso, difficile non essere d'accordo, si capisce che il suo rimprovero non è una speculazione intellettuale, ma una frase sincera, quasi da fratello maggiore.

Una cosa che colpisce, oltre alla presenza di una platea di affezionati veri, che conoscono tutte le canzoni a memoria (comprese quelle de La Fame di Camilla), è il tipo di empatia che si stabilisce tra il cantautore e la sala, quello che lui rappresenta per il pubblico. Meta spazia dai suoi pezzi di pop ricercato alla stupenda versione di "Amara Terra Mia" di Modugno presentata a Sanremo (la canta a luci completamente spente in sala) e salta tra questi due registri con una semplicità disarmante. Ermal è il cantautore che ogni talent show avrebbe desiderato, perché la sua storia lo descrive come antitesi della fama televisiva. Si è fatto la lunga gavetta, ha scritto per molti ragazzi emersi dai talent show e per questo ha sviluppato e affinato sensibilità e consapevolezze compositive possedute da ben poche persone in Italia. Parallelamente non ha rinunciato al suo percorso da solista, sfruttando come un vero ginnasio artistico la possibilità di dare le sue canzoni a Emma Marrone, Chiara Galiazzo, Mengoni, Fragola, Michielin.

Oggi, a 36 anni, sa come parlare a giovani e meno giovani con un linguaggio personale, eppure non pretenzioso. Nelle sue canzoni la presenza dell'amore è una costante, amore è una parola che pronuncia ed esplora un'infinità di volte. Ma della ruffianeria e dell'opportunismo di chi strizza l'occhio alle radio, o il narcisismo del cantautore autoreferenziale nemmeno l'ombra. Sa come stare in equilibrio tra le due cose e il suo pubblico di fedelissimi sembra riconoscerglielo attraverso manifestazioni spontanee e istintive che solitamente non si accostano alla cosiddetta canzone d'autore.

Insomma, per tornare alla tanto contestata partecipazione ad Amici di Ermal Meta, assistere ad un suo concerto fa capire perché la sua presenza in quel programma sia tutto fuorché pretestuosa: è un ragazzo di talento con una carriera costruita a piccoli passi, e probabilmente grandi sforzi, che si prende la briga di zittire i ragazzini urlanti al suo concerto e di dire, a chi vuole diventare un artista, quanto una delusione sia più formativa del successo garantito dalla scorciatoia televisiva.