in foto: Claudio Ferrante di Artist First

Claudio Ferrante, Presidente e fondatore di Artist First, bada al sodo, alla musica, certo, ma anche a come riuscire a venderla, perché, in fondo, senza pubblico un artista rischia di parlare al vuoto. I tempi, rispetto a quando partì per Milano dalla Campania, per lavorare in Carosello, una delle esperienze più interessanti della musica italiana di questi ultimi anni, sono cambiati e per questo motivo, nel 2008, quando Facebook era ancora agli inizi, Ferrante intuì che la disintermediazione del rapporto artista-fan era uno spazio ancora libero in cui potersi infilare. E per questo fondò Artist First, società di distribuzione discografica, fisica e digitale, che pensa servizi e prodotti realizzati su misura per gli artisti e gli imprenditori musicali italiani.

Avete presente quando gli artisti postano sui social video in cui firmano i vinili che arriveranno nelle case degli acquirenti? Probabilmente sono artisti che cura lui. Insomma, oggi come oggi le direzioni su cui muoversi, dice Ferrante, sono varie: il bisogno di un progetto che abbia sostanza, musicalmente parlando, e la capacità di rendere un prodotto quanto più sexy possibile. Sì, sexy, pensato per non morire nel momento in cui esce il classico cd, ma cercando di sfruttare anche la community che si crea attorno a un artista, dando al fan non fuffa, ma materiale inedito, speciale e impacchettato al meglio.

Partiamo dalle basi, da dove parti e dove sei arrivato, per adesso?

Io nasco come discografico, partendo da Napoli con la valigia di cartone per realizzare il mio sogno, ovvero occuparmi di discografia. Nel 1999 entro in Carosello come consulente e poi pian piano, assieme al team che oggi è consolidato, abbiamo vissuto una splendida avventura. Guardando quello che facevano tanti imprenditori, all'epoca, però, mi sono reso conto che forse la mia strada era quella di occuparmi in prima linea di un progetto nuovo, perché già intorno al 2007, 2008 sentivo che tra gli artisti e le case discografiche era venuto a mancare il collante – che era sempre stato il contratto, il trattamento economico – e in quel periodo molti discografici stavano uscendo dalle major per diventare manager, ad esempio, dando il via a una nuova conformazione geografica e di pedine nel mondo musicale. Uno dei momenti più interessanti fu la scelta di Renato Zero di staccarsi da una casa discografica multinazionale per diventare imprenditore di se stesso. Non voglio dire che sia l'unica strada, oggi, ma l'idea che mi era venuta era: ‘Proviamo a raccontare e interpretare in un modo diverso da come è stata fino ad ora interpretata la discografia nazionale, cercando di realizzare un'azienda, una grande agenzia, per dare dei servizi agli artisti che vogliono controllare tutta la filiera: restare proprietari del master, di tutto'.

Dov'è, quindi, che comincia esattamente il vostro lavoro?

Comincia addirittura sui provini dell'album: l'artista e/o il produttore ci coinvolge per capire che potenzialità ci possono essere da un album o da una strategia di comunicazione e noi cerchiamo di realizzarne una di supporto, quindi operare un corretto lancio, che sostanzialmente è un lancio commerciale e di marketing. Attraverso una serie di persone all'interno dell'azienda, il dipartimento di fun engagement, quindi, cerchiamo di ‘engaggiare' i fan dell'artista per portarli nei negozi, per la parte in store, un momento in cui il fan incontra il suo artista preferito.

Questa cosa, l'in store dico, per alcuni è stato visto come uno dei fattori che ha portato alla crescita del cd nel 2015…

Gli in store sono stati tra i principali motivi, e poi se il mercato inizia a compiere un'inversione di tendenza è dovuto al fatto che al fan si deve arrivare con un prodotto che non sia il solito cd, ma qualcosa di più ricercato. Quindi noi entriamo nella strategia di marketing, supportandola e aderendo a quelle che sono le interazioni dei fan, la geolocalizzazione delle fanbase, insomma, che cambia da artista ad artista. Ciò non toglie che facciamo anche molta attenzione allo streaming e nelle strategie digitali che leghiamo fortemente all'artista tutta la fanbase viene portata sulle diverse piattaforme, in particolare su Spotify con cui abbiamo un rapporto importante. Oggi puoi veramente creare un mondo attorno all'artista.

Prima parlavi del 2007-2008 come periodo di cambiamento e non è un caso che sia lo stesso della nascita di Facebook e quindi dello sviluppo massiccio di quella che definiamo disintermediazione…

La disintermediazione, di fatto, è un processo semplice: l'artista, per parlare con la fanbase, anziché servirsi di un ufficio stampa, che comunque continua ad avere, utilizza dei mezzi diretti come Facebook o Twitter, Instagram, Snapchat etc. Però quel sistema di contatto crea anche una fanbase nuova e dei fenomeni incredibili come ad esempio la Dark Polo Gang o tutta la nuova generazione italiana che sta avanzando, che suona tanto e fa paganti, ma è comunque guidata dai social. Se non fosse per questi, infatti, staremmo ancora con gli stessi artisti di una volta, invece questa cosa sta rivoluzionando il nostro Paese, che solitamente su queste cose è fanalino di coda.

Insomma, un discorso di creazione di community, che è reale ma alimentata attraverso i social con gli in store che rafforzano il rapporto diretto con l'artista…

Noi abbiamo assistito come distributori dei Dear Jack, quando vinsero Amici o con i The Kolors, fenomeno legato a qualcosa di qualitativamente di spessore. Loro vengono da un mondo di club e infatti quando suonano sono macchine da guerra e devo dirti che la distribuzione di "Out" ha portato a 220 mila di copie, il numero maggiore fatto in questi ultimi anni dai gruppi talent. Oggi però non c'è più quella voglia di andarsi a unire e affollare gli zoccoli duri creati da tre mesi di tv, anche se il talent continua a svolgere una missione, non dimentichiamo quello che ha fatto Mengoni, che viene da X Factor e da un duro lavoro: il Mediolanum Forum, però, non si riempie più solo con loro. Il motivo è che sta nascendo una generazione che molti definiscono "antitalent", ovvero una generazione che vive su Youtube, che fa un po' di date da 200 persone prima di arrivare alle 2 mila persone.

Un lavoro di costruzione ma anche di scouting, se ho capito bene.

Noi siamo la terza azienda italiana in assoluto per quanto riguarda le novità local, quindi escludendo il catalogo. Abbiamo lavorato con EELST, The Kolors, ma anche Salmo, Gemitaiz e la Tanta Roba e ci siamo accorti che oggi si sta muovendo qualcosa: anche per questo stiamo attenti alle nuove realtà come la Maciste, assolutamente incredibile come laboratorio creativo e Antonio Sarubbi, che è il factotum di questa azienda, è il produttore delle due cose che nel mondo underground si stanno muovendo più velocemente e con grandi risultati, ovvero Canova e Gazzelle, scoperti perché se li sono andati a vedere nei locali, senza aspettare Youtube, insomma, quello che faceva la Caselli. E noi cerchiamo di enfatizzare al massimo l'uscita: oggi quei due gruppi li trovi solamente sul digitale, ma quando usciremo col fisico faremo dei numeri interessanti. Oggi i Bocelli e i Vasco del momento nascono in aziende di 10 persone, che hanno visione, passione, cuore e una grande follia.

Guardando al futuro cosa vedi?

Ho fondato Artist First, disintermediando la musica, ma voglio continuare a essere un player di sostanza, che possa dire a Maciste ‘lavora con noi perché la tua azienda può avere soltanto un tramite diretto nel punto vendita'. Lo streaming è il futuro, ma il mercato si basa ancora sul fisico, la discografia è sostanzialmente catalogo, quindi deve essere reimpacchettato in maniera intelligente, sexy e infatti lavoriamo sulle confezioni speciali che sono oggetti eleganti che raccontano una storia, un'esperienza e il mondo di un artista attraverso gli oggetti che contiene etc: il cd è una scusa per stare sullo scaffale "Musica", ma dentro c'è un mondo. In questo siamo stati precursori, con i Pooh abbiamo realizzato la prima confezione speciale local, a un prezzo importante ma non su una tiratura limitata ma di massa.

L'idea è vendere non solo la musica, quindi, ma proprio l'artista…

Certo, l'artista è un'esperienza totale.

Che mercato ha questa cosa?

È un mercato molto importante che va a soddisfare quelli che possono essere dei regali, come quelli di Natale: tra quelli, infatti, non dobbiamo dimenticare che il cd o la declinazione nella confezione più ricca è un'esperienza importante che ha un valore in più anche nel rapporto qualità prezzo.

Qual è la prima cosa che guardi quando lavori a un progetto?

Quanti fan possono esserci dietro, perché il mio lavoro sta nel tradurre quella cosa lì in un mercato, capire quali sono i focolai ad esempio, cosa successo con Salmo e succederà con la Dark Polo Gang.

Come lo vedi? Dalla risposta social, dalla vendita degli album?

Innanzitutto abbiamo un software sviluppato internamente che misura le interazioni sui social e vanno a mappare una serie di parole chiave, e alla fine viene elaborato un numero analizzato in profondità, ma le fanbase local le andiamo a prendere anche dalle vendite dei biglietti e dagli in store. E comunque il prodotto deve essere sexy, con brani forti e a quel punto devo creare attorno a quello un'attenzione, proponendo edizioni speciali fin da subito. Un altro elemento è la nostra piattaforma che ha un sacco di materiale esclusivo, autografato etc che al lancio di un album mandiamo a casa del fan praticamente senza spese di spedizione, attivando le fanbase che non possono andare nei luoghi degli in store. Mi occupo, inoltre, anche di una società che si chiama iAM Management, creata con Gabriele Parisi, ex manager di Laura Pausini, curando, in questo momento, come management, Nek e Fiorella Mannoia, mentre per la parte brand e communication ho un'altra azienda che si chiama Inbrand che cerca di portare gli investimenti delle grandi aziende nel mondo musicale.

Prossima scommessa?

Io credo tantissimo in Maciste, una realtà che farà parlare di sé e poi abbiamo di recente firmato Roy Paci, ma ci sono molte cose che bollono in pentola.