in foto: Luigi Tenco (LaPresse)

A un’ora rimasta imprecisata nella tarda notte fra il 26 e il 27 gennaio 1967, e dunque esattamente mezzo secolo fa, il quasi ventinovenne Luigi Tenco – di professione cantautore – se ne andava per sempre, ucciso da un colpo di pistola alla tempia, nei giorni del diciassettesimo Festival di Sanremo, dal quale il brano da lui presentato (in coppia con Dalida) era appena stato eliminato. Questo il fulcro degli articoli che puntualmente – e spesso in anticipo di qualche giorno: ma quanto siete patetici, voi cacciatori di visualizzazioni, a voler arrivare “prima” pure sugli anniversari? – appaiono in Rete e sulla carta stampata allo scoccare della tragica ricorrenza. Tutti – quale più, quale meno – si dilungano sul “giallo” che da allora monopolizza l’attenzione del pubblico attorno al nome “Tenco”: fu suicidio, come da tesi ufficiale accolta nel 2006 – alla chiusura di nuove e più meticolose indagini a posteriori – anche dai familiari, oppure omicidio a opera di ignoti abilmente insabbiato, come sostengono gli immancabili complottisti? Non dico che non ci possa stare, sia chiaro: certe speculazioni appassionano, e magari taluni sono addirittura compiaciuti del fatto che la scomparsa di un artista italiano sia citata tra le ”misteriose”, accanto a quelle di star del rock internazionale come Brian Jones, Jim Morrison, Jimi Hendrix o Kurt Cobain. Quello che però si fatica a digerire è che nessuno o quasi si soffermi davvero sull’eredità musicale di Luigi Tenco, sulla sua poetica, sui suoi dischi; quasi sempre, i discorsi annegano miseramente in una necrofilia quasi morbosa, in un sensazionalismo di seconda mano (o terza, quarta, quinta…) e nelle ovvietà che più ovvie non potrebbero essere. E allora, consentitemi di dirlo: non sarebbe il caso di archiviare una buona volta la questione della morte e, invece, celebrare la vita, bella o brutta che fosse, cantata da quel ragazzo nato a Cassine, un piccolo centro in provincia di Alessandria, il 21 marzo del 1938?

Anche se può sembrare poco elegante, comincio sfatando una leggenda: Tenco non era un mattatore della nostra canzone, né una sua figura di primo piano. Nelle classifiche dei 45 giri più venduti curate da “Musica e Dischi”, senza dubbio le più autorevoli, il suo nome compare solo quattro volte: nel 1961 con “Quando” (17° per una settimana), nel 1962 con “La mia geisha” (tre settimane e massimo 8°) e “In qualche parte del mondo” (due settimane e massimo 13°) e nel 1967 con “Ciao amore ciao”, il pezzo escluso a quel famoso Sanremo. Il singolo irruppe in graduatoria subito dopo il luttuoso evento stazionandovi per dieci settimane fra il 6° e il 13° gradino; avrebbe potuto fare ancor meglio, ma a quanto pare nel momento “giusto” non circolavano abbastanza copie, dato che alla RCA nessuno credeva che potesse diventare una hit. Intendiamoci, essere snobbati dalla grande platea non era una vergogna; il suo amico Fabrizio De André, per esempio, entrò per la prima volta in classifica nel 1970, ben nove anni dopo l’esordio su vinile, perché al tempo il gusto delle masse e la canzone d’autore si incontravano di rado. In ogni caso, fra il 1961 che lo aveva visto debuttare su disco con le sue generalità anagrafiche (il pugno di 45 giri in precedenza usciti erano sotto pseudonimo) e il drammatico congedo, Tenco era stato piuttosto attivo sul mercato: una dozzina i singoli con materiale inedito e tre album solo in parte antologici. Globalmente, la sua produzione consta di un centinaio di episodi, e il fatto che di parecchi di essi esistano più versioni confonde un po’ le idee. È però un autentico scandalo che non sia stato ancora realizzato un cofanetto con l’opera omnia e che le raccolte disponibili in commercio siano per lo più “cheap”. Volendone scegliere una, la migliore è la “Tenco” confezionata nel 2002 dalla BMG Ricordi, fuori catalogo ma non irreperibile, che in due compact e cinquanta tracce riassume l’intera vicenda senza trascurare incisioni dei primordi e qualche curiosità.

Non era un maudit, Luigi Tenco. Non era un secondo Fabrizio De André, né tantomeno un altro Piero Ciampi, benché, a ben vedere, si riscontrino attinenze con entrambi. Ambiva alla popolarità ma alle sue condizioni, ovvero attraverso uno stile “alto” – era del resto un musicista raffinato, che amava il jazz e padroneggiava pianoforte e sassofono – ma nient’affatto scostante, ricco di splendide melodie e di atmosfere toccanti, le cui suggestioni erano (e sono) amplificate da un canto vellutato e intenso, dalla notevolissima forza evocativa. E i testi? Un brillante e seducente intreccio di semplicità e complessità, profondità e leggerezza, ironia e senso del dramma, con le passioni private a mettersi talvolta da parte per lasciare spazio alla vena “di protesta”: si pensi alle dichiarazioni di intenti di “Io sono uno”, “Ognuno è libero” o “Ragazzo mio”, fiere asserzioni della volontà di porsi fuori dal coro; a “E se ci diranno”, esplicita denuncia di ogni discriminazione; a “Cara maestra”, vagamente alla Gaber, che non risparmia feroci frecciate a società, Chiesa e politica. E pure nel trattare le gioie e le disgrazie dell’amore, gli argomenti principali del suo repertorio, il cantautore naturalizzato genovese non rinunciava eventualmente a divergere dai canoni più tipici della nostra canzone sentimentale, come si evince da “Mi sono innamorato di te” o “Una brava ragazza”. Era un gigante, Tenco, uno di quelli per i quali ha assolutamente senso la pur sterile riflessione “chissà cosa avrebbe mai combinato, se non…”, come affermano con prepotente grazia “Angela”, “Lontano lontano”, “Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro” e tante altre gemme. Compresa “Quello che conta”, tratta dal film di Luciano Salce “La cuccagna” in cui il Nostro ebbe nel 1962 un ruolo di rilievo come attore: potrebbe essere del giovane De André, con Ennio Morricone – che c’è sul serio! – all’orchestrazione. Nessuno stupore, dunque, che Luigi Tenco goda della massima stima, se non dell’adorazione, di qualsiasi esponente di quella moderna canzone d’autore della quale è stato per più di un aspetto un antesignano (eloquenti i tributi “Come fiori in mare” e “Sulle labbra di un altro”, 2001 e 2011), né che il più importante Premio nazionale per quanti propongono musica di livello sia intestato proprio a lui. Invece di rimestare nel (presunto) torbido, capre!, intonategli un gloria.